Maurizio de Giovanni.

Il senso del dolore.
L'inverno del commissario Ricciardi.

Edizioni Cento Autori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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1.
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Il bambino morto stava all'impiedi, fermo all'incrocio tra Santa Teresa e il Museo. Guardava i due ragazzi che, seduti a terra, facevano il giro d'Italia con le biglie. Li guardava e ripeteva: Scendo? Posso scendere?
L'uomo senza cappello sapeva della presenza del bambino morto ancora prima di vederlo: sapeva che il lato sinistro, iI primo che i suoi occhi avrebbero incontrato, era intatto; mentre a destra, il cranio era stato cancellato dall'impatto, la spalla era rientrata nella cassa toracica sfondandola, il bacino era ruotato attorno alla colonna vertebrale spezzata. E sapeva pure che al terzo piano del palazzo d'angolo che in quel primo mattino di mercoled gettava una fascia d'ombra fredda sulla strada, un balconcino era serrato; sulla bassa ringhiera restava appeso un drappo nero. Poteva solo immaginare il dolore di una giovane madre che, contrariamente a lui, il figlio non lo avrebbe pi rivisto. Meglio per lei, pens. Tutto questo strazio.
Il bambino morto, per met nascosto dall'ombra, alz lo sguardo al passaggio dell'uomo senza cappello. Scendo? Posso scendere? gli chiese. Un salto di tre piani, un dolore accecante lungo quanto un lampo.
L'uomo senza cappello chin la testa e acceler il passo. Super i due ragazzi che, con espressione seria, continuavano il giro d'Italia. Bambini poveri, pens.
Luigi Alfredo Ricciardi, l'uomo senza cappello, era commissario di pubblica sicurezza presso la squadra mobile della regia questura di Napoli. Aveva trentun anni, quanti erano gli anni di quel secolo. Nove dell'era fascista.

Non era povero il bambino che giocava da solo in un cortile della casa padronale di Fortino, in provincia di Salerno, una mattina di luglio di un quarto di secolo prima. Il piccolo Luigi Alfredo era l'unico figlio del barone Ricciardi di Malomonte; del padre, morto giovanissimo, non avrebbe avuto mai un ricordo. La madre fu sempre malata di nervi e mor in una casa di cura quando lui, adolescente, studiava in collegio dai gesuiti; ne avrebbe conservato l'ultima immagine, la carnagione bruna, i capelli gi bianchi a trentott'anni, gli occhi febbrili. Minuta, in un letto troppo grande.
Ma fu quella mattina di luglio a cambiare definitivamente la sua vita. Aveva trovato un pezzo di legno, che si era trasformato nella scimitarra di Sandokan, la Tigre della Malesia: facevano presto a diventare realt i racconti di Mario, il fattore appassionato di Salgari con cui trascorreva lunghe ore col respiro sospeso. Cos armato non temeva belve o nemici feroci, ma aveva bisogno di una giungla. C'era un vigneto accanto al cortile, dove gli era concesso andare: gli piacevano l'ombra delle larghe foglie della vite, il fresco inatteso, il ronzio degli insetti. Il piccolo Sandokan, spavaldo con la sua spada di legno, s'inoltr nell'oscurit, avanzando silenzioso nella sua foresta immaginaria: al posto di cicale e calabroni si figurava pappagalli dai mille colori e quasi sentiva i loro richiami esotici. Una lucertola si slanci lungo il vialetto solcando la ghiaia, lui la segu, lievemente piegato in avanti, la lingua che spuntava tra le labbra, gli occhi verdi concentrati. La lucertola svolt, cambiando traiettoria.
Seduto sotto un tralcio, per terra, vide l'uomo: era in una zona di penombra, come a voler trovare ristoro dalla feroce calura di quel terribile luglio nella giungla. La testa reclinata, le braccia abbandonate lungo il busto, le mani che toccavano il suolo. Sembrava addormentato, ma la schiena era rigida e le gambe, allungate sul vialetto, lievemente scomposte. Era vestito all'uso dei braccianti, ma come fosse inverno: il panciotto di lana, un camiciotto di flanella senza collo, pantaloni di tela pesante legati in vita con lo spago. Il piccolo Sandokan, con la sua spada in pugno, registr quei particolari senza rilevarne l'incongruenza: poi vide il manico del coltellaccio da potatura spuntare dal torace dell'uomo, sul lato sinistro, come un ramo da un tronco. Un liquido scuro macchiava la camicia gocciolando fino a terra, dove si era formata una pozzanghera: adesso la Tigre della Malesia la vedeva bene nonostante l'ombra delle viti. Un po' pi in l, la lucertola si era fermata e lo osservava, quasi delusa per l'interruzione dell'inseguimento.
L'uomo, che doveva essere morto, alz lentamente la testa e la gir verso Luigi Alfredo, con un lieve scricchiolio delle vertebre: lo guard con gli occhi velati e semichiusi. Le cicale smisero di frinire. Il tempo si ferm.
Perdio, non l'ho nemmeno toccata la tua donna.
Non fu per l'incontro inatteso, n per il manico del coltellaccio o per tutto quel sangue. Luigi Alfredo scapp urlando per lasciarsi alle spalle tutto il dolore che il cadavere del bracciante gli aveva buttato addosso. Nessuno gli disse mai che il delitto avvenuto nel vigneto cinque mesi prima era frutto della gelosia di un altro bracciante, fuggito dopo aver ucciso anche la giovane moglie; si diceva si fosse aggregato a un gruppo di briganti in Lucania. Attribuirono lo spavento e il terrore del bambino alla sua fantasia spiccata, al carattere solitario e alle chiacchiere delle comari che, la sera, cucivano sotto la finestra della sua stanza cercando un po' di fresco nel cortile. Ne parlavano come del "Fatto ".
Luigi Alfredo si abitu a pensare alla cosa che gli era capitata proprio con quel nome: il Fatto. Da quando gli era successo il Fatto, come aveva capito dal Fatto. Il Fatto che gli aveva orientato l'esistenza. Nemmeno Rosa, la tata che gli aveva dedicato la vita e viveva ancora con lui, gli aveva creduto, allora; in viso le era affiorata la tristezza e poi un lampo di paura, come per il presagio che anche il piccolo fosse destinato a soffrire il male della madre. E Luigi Alfredo aveva compreso che non avrebbe mai pi potuto parlarne con nessuno, che quel marchio sull'anima ce l'aveva solo lui: una condanna, una dannazione.

Negli anni che seguirono, Luigi Alfredo and definendo i confini del Fatto. Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo che rifletteva l'estrema emozione, l'energia improvvisa dell'ultimo pensiero. Li vedeva come in una fotografia che fissava il momento in cui si era conclusa la loro esistenza, con i contorni che andavano man mano sbiadendo fino a scomparire: anzi, come in una pellicola, di quelle che aveva visto qualche volta al cinematografo, che per replicava sempre la stessa scena. L'immagine del morto con i segni delle ferite e l'espressione dell'ultimo attimo prima della fine; e le ultime parole, ripetute incessantemente, come a voler finire un lavoro cominciato dall'anima prima di essere strappata via.
Sentiva l'emozione, pi di tutto: coglieva di volta in volta il dolore, la sorpresa, la rabbia, la malinconia. Persino l'amore: ricordava spesso, nelle notti in cui la pioggia batteva alla sua finestra e lui non riusciva a prendere sonno, la scena di un delitto in cui l'immagine di un bambino, seduto nel catino in cui era morto affogato, allungava la mano verso il punto in cui si trovava la madre, a cercare aiuto dalla sua stessa assassina. Ne aveva percepito tutto l'amore incondizionato ed esclusivo. Un'altra volta si era trovato davanti al cadavere di un uomo pugnalato dall'amante pazza di gelosia nel momento dell'orgasmo: ne aveva colto l'intensit del piacere ed era dovuto uscire in tutta fretta dalla stanza, il fazzoletto premuto sulla bocca.
Cos era il Fatto, la sua condanna: gli arrivava addosso come il fantasma di un cavallo in corsa, senza dargli il tempo di evitarlo; nessun avvertimento lo precedeva, nessuna sensazione fisica lo seguiva se non il ricordo.
Ancora una cicatrice sulla sua anima.

2.

Luigi Alfredo Ricciardi era di statura media, magro. Scuro di carnagione, gli occhi verdi che spiccavano sul viso; i capelli neri, pettinati all'indietro e lisciati con la brillantina, liberavano talvolta un ciuffo che gli attraversava la fronte e che lui, distrattamente, metteva a posto con un gesto secco. Il naso era diritto e sottile, come le labbra. Le mani piccole, quasi femminili: nervose, sempre in movimento. Le teneva in tasca, consapevole del fatto che tradivano la sua emozione, la tensione.
Avrebbe potuto fare a meno di lavorare, grazie alle rendite di famiglia, alle quali non si interessava pi di tanto. E avrebbe dovuto - come qualche parente gli ricordava nei rarissimi incontri al paese, d'estate - frequentare una societ pi consona al nome che portava. Ma lui teneva nascosti sia le rendite sia il titolo, per passare il pi possibile inosservato e seguire la vita che si era scelto; o meglio, che lo aveva scelto. Provate voi, avrebbe detto se avesse potuto, a sentirlo, tutto quel dolore: costante, perenne; in ogni forma. Da sempre, tutti i giorni, a chiedere pace, a reclamare giustizia. Aveva deciso di studiare Giurisprudenza, la tesi in Diritto penale, poi era entrato in polizia: l'unico modo per raccogliere l'istanza, per alleggerire quel peso. Nel mondo dei vivi, per seppellire i morti.
Non aveva amici, non frequentava nessuno, non usciva la sera, non aveva una donna. La sua famiglia si esauriva con la tata Rosa, ormai settantenne, che lo assisteva con assoluta devozione, amandolo teneramente senza per mai provare a comprenderne gli sguardi e i pensieri.
Lavorava fino a tardi, isolato dal gruppo dei colleghi che lo evitavano con cura. I superiori ne temevano il valore, la straordinaria capacit di risolvere casi indecifrabili, la dedizione totale al lavoro: fattori che facevano pensare a un'ambizione sfrenata, a una determinazione a emergere, a scalare, a rimpiazzare. I sottoposti non ne comprendevano la cupezza, i silenzi: mai un sorriso, un commento superfluo. Seguiva percorsi stravaganti, non si atteneva alle procedure, ma alla fine aveva sempre ragione. I pi superstiziosi, e in quella citt non erano pochi, intuivano qualcosa di innaturale nelle soluzioni di Ricciardi: come se le sue indagini fossero all'inverso, come se risalisse a ritroso il corso degli eventi. Era difficile che le guardie, chiamate a collaborare direttamente col commissario, non reagissero con una smorfia di fastidio. Inoltre le sue indagini non avevano requie: una volta cominciate, finivano solo con la soluzione del caso. N notte, n giorno, e neppure domeniche, fino a quando il colpevole non era in galera. Come se, ogni volta, la vittima fosse un suo parente; come se l'avesse conosciuta personalmente.
Qualcuno apprezzava che Ricciardi rinunciasse sistematicamente ai premi speciali in denaro, conferiti per le indagini pi importanti, in favore della squadra; e poi era sempre presente, cedeva i giorni di licenza, copriva con la propria persona gli errori dei sottoposti, salvo poi affrontare a muso duro il responsabile e richiamarlo a una maggiore attenzione.
Tuttavia, soltanto uno dei suoi collaboratori gli era veramente legato: il brigadiere Raffaele Maione.

Da poco doppiato il capo dei cinquant'anni, Maione era molto contento di essere ancora vivo e in forze. La sera, a tavola, amava ripetere alla moglie e ai cinque figli: "Ringraziate il Padreterno perch mangiate. E la fortuna, perch pap non si  fatto ancora ammazzare". E subito gli spuntavano le lacrime al pensiero di Luca, il figlio maggiore entrato come lui in polizia, ma non altrettanto fortunato: in servizio da un anno, era stato accoltellato a morte nel quartiere Sanit durante una perquisizione. Il dolore era ancora fresco, anche se erano passati tre anni; la moglie non ne aveva pi parlato, come se quel figlio bello e forte, che rideva sempre e la prendeva in braccio e la faceva volare e la chiamava "la fidanzata mia", non fosse esistito. E invece c'era, seduto in mezzo alla sua anima, a togliere il posto ai fratelli e alle sorelle, ad accompagnarla per tutta la giornata.
Maione si era legato a Ricciardi proprio in occasione della morte del figlio. L'allora delegato di polizia era stato fra i primi ad arrivare sul posto. Con gentilezza aveva chiesto a Maione di allontanarsi dalla cantina dove era stato trovato il corpo del ragazzo, riverso in una pozza di sangue, il coltello che sporgeva dalla schiena. Era rimasto solo per alcuni minuti: quando era uscito dal buio gli occhi verdi sembravano illuminati da una luce interna, come quelli di un gatto, ma erano pieni di lacrime. Si era avvicinato a Maione. Nel silenzio dei presenti, imbarazzati di fronte allo strazio del padre, Ricciardi aveva allungato una mano e gli aveva stretto il braccio. Maione ricordava ancora l'insospettata forza che aveva sentito, il calore di quella mano attraverso la stoffa della divisa.
" Ti voleva bene, Maione. Ti voleva bene da morire. Ti ha chiamato, come ultimo pensiero. Ti sar vicino sempre, a te e a sua mamma".
Pur nella nebbia dell'immenso dolore, Maione aveva sentito un brivido lungo la schiena e dietro la nuca. Non aveva chiesto, n allora n dopo, durante gli anni di appostamenti o nelle lunghe trasferte imposte dalle varie indagini, come Ricciardi sapesse, perch era stato proprio lui a recapitargli l'estremo messaggio del figlio amatissimo. Ma sapeva che era andata proprio cos, che il delegato aveva detto quello che aveva visto e sentito, che non erano le solite parole di conforto che lui stesso aveva tante volte ripetuto ai parenti dei morti.
Si era legato allora, Maione a Ricciardi. Nei giorni terribili che seguirono, senza riposo n perdono, notti e mattine e pomeriggi e sere senza mangiare, senza bere, senza tornare a casa; a erodere il muro consolidato dell'omert del quartiere, a scambiare informazioni, perfino a promettere di girarsi dall'altra parte di fronte a certi traffici, pur di mettere le mani sul vile assassino della cantina. Perfino Maione, sebbene animato dalla rabbia, andava alla fine cedendo alla stanchezza. Non Ricciardi, che era come preso da un fuoco, invasato.
E l'avevano trovato, l'assassino: in un altro quartiere, ancora nel deposito della refurtiva, attorniato dai suoi. Rideva, quando irruppero, con le vedette che aveva messo in cima al vicolo gi legate e piantonate. Un'operazione da dodici uomini, non c'era poliziotto che non volesse mettere le mani sull'assassino di Luca Maione. E quando, nello stanzone svuotato da complici e refurtiva, l'uomo si ritrov solo con Ricciardi e Maione e, piagnucolando, chiese di aver salva la vita perdendo ogni dignit di guappo, Ricciardi guardava Maione. Maione fissava l'uomo e vedeva il figlio piccolo che gli portava una palla fatta con gli stracci, ridendo, la faccia sporca e gli occhi belli. Si gir e usc dalla stanza senza una parola. Fu allora che anche Ricciardi si leg a Maione.
Da quel momento, Maione era diventato il fedele compagno di Ricciardi: ogni volta che il commissario usciva, era lui che predisponeva la squadra che lo doveva scortare. Sapeva che durante il primo sopralluogo sulla scena del delitto doveva essere lasciato solo; toccava a lui tenere fuori gli altri poliziotti, i testimoni, i famigliari urlanti e i semplici curiosi, per quei primi lunghi attimi in cui Ricciardi andava a conoscere la vittima, a seguire la sua leggendaria intuizione, a rintracciare gli elementi per dare inizio alla caccia. Poi, faceva il controcanto alla solitudine e ai silenzi di Ricciardi con la sua innata bonomia, la capacit di dialogare con le persone in modo diretto, attento ai pericoli ai quali l'altro andava incontro, sempre disarmato, con una sfrontatezza che a volte sembrava incoscienza o addirittura istinto suicida. Maione sospettava che Ricciardi andasse alla ricerca della morte, della sua essenza, con una furia conoscitiva, come a volerla definire, scoprire; senza un particolare interesse per la propria sopravvivenza.
Ma lui non voleva che Ricciardi morisse. Anzitutto perch, nella sua bonaria semplicit, si era convinto che nel commissario abitasse una parte di quel figlio perduto; poi perch col tempo si era andato affezionando a quei
: silenzi, a quei fugaci sorrisi, all'eco del dolore che traspariva dai gesti di quelle mani tormentate. E allora avrebbe continuato a vegliare sulla salute del commissario, in nome e nel ricordo di Luca.

3.

Nel vento freddo di quel mercoled mattina, il commissario Ricciardi scendeva da piazza Dante. Le mani infilate nelle tasche del soprabito grigio scuro, la testa incassata nelle spalle. Camminando a passo svelto, senza guardarla, sentiva la citt.
Sapeva che avrebbe varcato, nel percorso da piazza Dante a piazza del Plebiscito, un invisibile confine tra due realt distinte: a valle, la citt ricca, dei nobili e dei borghesi, della cultura e del diritto. A monte, i quartieri popolari, al cui interno vigeva un altro sistema di leggi e norme, altrettanto o forse ancora pi rigido. La citt sazia e quella affamata, la citt della festa e quella della disperazione. Quante volte Ricciardi era stato testimone del contraddittorio tra le due facce della stessa medaglia.
Il confine: via Toledo. Palazzi antichi, muti sulla strada ma gi rumorosi sul retro, le finestre spalancate sui vicoli, i primi canti delle massaie. Le porte delle chiese, dalle facciate incastrate fra gli altri edifici, si aprivano ad accogliere i fedeli che raccomandavano la giornata a Dio. Sulle larghe pietre che pavimentavano la strada rotolavano le ruote dei primi omnibus.
La mattina era uno dei pochissimi momenti in cui si realizzava un'osmosi: dal dedalo di vicoli dei Quartieri Spagnoli scendevano su via Toledo i carretti degli ambulanti, con le merci pi disparate e i suoni festosi di richiamo; dai quartieri popolosi del porto e dalla periferia, artigiani dalle abilissime mani, calzolai, guantai, sarti salivano verso il labirinto, per arrivare al nascente quartiere residenziale del Vomero o alle botteghe dei vicoli oscuri. A Ricciardi piaceva pensare che quello era un momento di pacificazione, di scambio, prima che la coscienza della disparit e la fame portassero gli uni a rodersi dall'invidia e a meditare il delitto, gli altri a temere l'attacco e a inasprire la sferza.
All'angolo di largo della Carit, come da alcune mattine a quella parte, Ricciardi vide l'immagine di un uomo vittima di un borseggio: si era ribellato ed era stato selvaggiamente colpito con un bastone. Dal cranio sfondato colava materia cerebrale e il sangue copriva un occhio; l'altro mandava ancora lampi di furia e la bocca dai denti spezzati continuava a ripetere incessantemente che non avrebbe mai lasciato le sue cose. Ricciardi pens al ladro ormai introvabile, ingoiato dai Quartieri Spagnoli, alla fame e al prezzo pagato da vittima e carnefice.
Come al solito, arriv in questura per primo: la guardia all'ingresso scatt in un saluto militare e il commissario rispose con un breve cenno del capo. Non gli piaceva passare tra la folla, quando la vita di Palazzo San Giacomo era gi nella fase del chiasso e del disordine, n camminare tra le invettive velenose dei fermati, i forti richiami all'ordine delle guardie, le discussioni a voce alta fra gli avvocati. Preferiva di gran lunga quelle ore del mattino, con lo scalone ancora pulito, il silenzio e l'atmosfera ottocentesca.
Aprendo la porta della sua stanza, come ogni giorno percep l'odore familiare: libri, stampa, la patina del tempo e dei ricordi. La pelle della poltrona, delle due sedie di fronte alla scrivania, del logoro sottomano verde oliva. L'inchiostro del calamaio di cristallo incastrato nel portalettere. Il legno chiaro della scrivania e della libreria stracarica. Il piombo della scheggia di granata portata a Fortino dal vecchio Mario, reduce dalla guerra, e strumento di tante fantastiche battaglie di bambino, ora diventato un incerto fermacarte. La luce del sole forzava il vetro polveroso della finestra, raggiungendo la parete e illuminando i ritratti, come un'investitura divina.

Che belli, ironizz tra s Ricciardi. Il piccolo re senza forze, il grande comandante senza debolezze. I due uomini che avevano deciso di cancellare il crimine per decreto. Ricordava sempre le parole del questore, un azzimato diplomatico che improntava la propria vita al compiacimento assoluto dei potenti: non esistono suicidi, non esistono omicidi, non esistono rapine e ferimenti, a meno che non sia inevitabile o necessario. Nulla per la gente, soprattutto nulla per la stampa: la citt fascista  pulita e sana, non conosce brutture. L'immagine del regime  granitica, il cittadino non deve avere nulla da temere; noi siamo i custodi della sicurezza.
Ma Ricciardi aveva capito, ben prima di studiarlo sui libri, che il delitto  la faccia oscura del sentimento: la stessa energia che muove l'umanit la devia, fa infezione e suppura esplodendo poi nell'efferatezza e nella violenza. Il Fatto gli aveva insegnato che la fame e l'amore sono all'origine di ogni infamia, in tutte le forme che possono assumere: orgoglio, potere, invidia, gelosia. Sempre e comunque, la fame e l'amore. Li trovavi in ogni delitto, una volta semplificato all'estremo, eliminati gli orpelli dell'apparenza: la fame o l'amore, o entrambi, e il dolore che generano. Tutto quel dolore, di cui lui solo era testimone costante. E allora tu, caro Mascellone, pens Ricciardi con tristezza, puoi emettere tutti i decreti che vuoi; ma non riuscirai purtroppo a cambiare le anime, col tuo vestito nero e il cappello col fiocchetto. Potrai anche riuscire a far paura invece che a far ridere, ma non cambierai il lato oscuro della gente che continuer ad avere fame e a provare amore.
Maione si era affacciato alla porta, dopo un discreto colpetto allo stipite.
- Dotto', buongiorno. Ho visto aperto: gi siete arrivato? Ma non riposate bene manco con questo freddo? La primavera quest'anno non si vuole presentare. Io ce l'ho detto a mia moglie, che la spesa della legna per la stufa, ancora un mese, non ce la possiamo permettere. Se continua il tempo che sta facendo, ai ragazzi verranno i geloni. Voi come state stamattina? Ve lo porto un surrogato?
- No, grazie. Devo completare una montagna di rapporti. Vai, vai: nel caso ti mando a chiamare.
Fuori, tra i primi richiami dei venditori ambulanti, un tram pass sferragliando e una nuvola di colombi si lev in volo nel sole ancora freddo. Erano le otto.

4.

Dodici ore dopo, l'unica cosa a essere cambiata nell'ufficio di Ricciardi era la luce: la polverosa lampada da scrivania col paralume verde aveva sostituito l'anemico sole dell'inverno tardivo. Il commissario era ancora chino sul tavolo, intento a compilare moduli.
Sempre pi spesso pensava a s stesso come a un impiegato del catasto, obbligato a trascorrere la maggior parte del tempo a trascrivere formule ed elencare numeri: la contabilit del crimine, la retorica del delitto.
Aveva ceduto alla fame verso le due, uscendo senza soprabito nel freddo, per prendere una pizza al carrettino sotto la questura: il fumo denso della pentola d'olio bollente, l'odore invitante della frittura, il calore della pasta incandescente, erano per lui irresistibili da sempre. Uno di quei momenti in cui si sentiva nutrito dalla citt come da una madre. Poi un caff veloce in piazza del Plebiscito, come d'abitudine al Gambrinus, a osservare il passaggio dei tram col solito carico di scugnizzi festanti a rimorchio, in bilico sulle rotaie, aggrappati alla carrozzeria.
Mentre stringeva con le dita gelate la tazza bollente, al vetro si era accostata una bambina, il viso imbronciato: nella mano destra abbandonata lungo il corpo, un fagottino di stracci, forse una bambola. Il braccio sinistro non c'era: dalla carne strappata spuntava bianco un frammento d'osso, scheggiato come un pezzo di legno nuovo. Il fianco incavato, la depressione del torace sfondato. Una carrozza, pens Ricciardi. La bambina lo fissava e, a un tratto, alz il fagottino di stracci verso di lui: La figlia mia,  questa. Io la faccio mangiare e la lavo. Ricciardi de
pose la tazza, pag e usc. Adesso avrebbe avuto freddo per tutto il giorno.
Alle venti e trenta Maione si affacci di nuovo alla porta.
- Dotto', avete bisogno? Io me ne andrei, stasera c' mio cognato con la moglie a cena. Ma io mi domando e dico: una casa questi non ce l'hanno? Sempre a carico mio li devo tenere.
- No, Maione, grazie. Un altro poco e me ne vado pure io, finisco qua e chiudo la bottega. Buona serata. A domani.
Maione richiuse la porta, non senza aver lasciato entrare uno spiffero di gelo che fece rabbrividire Ricciardi, come un presentimento. E di presentimento doveva trattarsi, perch non erano passati nemmeno cinque minuti che la porta si riapr a presentare la sagoma corpulenta e tarchiata di Maione.
- Come non detto, dotto': per una volta che me ne volevo andare in orario. Alinei ha chiamato col portavoce dal portone, c' un ragazzo. Dobbiamo andare a vedere, dice che  successo un fatto brutto al San Carlo.

5.

Don Pierino Fava si era trovato alla solita porta laterale alle sette di sera, come convenuto. L'ingresso era quello dei giardini di Palazzo Reale, dove Lucio Patrisso faceva il custode. Amicizie che contano. Non che lui fosse pi indulgente con Patrisso che con gli altri parrocchiani, o che gli rendesse qualche particolare considerazione: ma per l'uomo era comunque un onore essere destinatario di un saluto personale all'uscita della chiesa dopo la messa.
Con questo prezzo contenuto, don Pierino si guadagnava il piacere pi grande della sua vita: l'opera lirica. Il suo cuore semplice si alzava in volo e accompagnava le voci, mentre le labbra silenziose seguivano i testi che conosceva a memoria; sin da bambino, a Santa Maria Capua Vetere, non lontano da Caserta, si sedeva a terra nel giardino di una villa dove un fonografo spandeva la magia nell'aria. Poteva rimanere ore col fiato sospeso, senza curarsi del freddo, del caldo o della pioggia.
Piccolo e grassottello, gli occhi neri vivacissimi e il sorriso improvviso e contagioso, aveva un'intelligenza e una prontezza tali da preoccupare molto i genitori, braccianti con altri otto figli. Che ne avrebbero fatto di questo ragazzo furbo e sfaticato che trovava sempre ottime scuse per non lavorare? La risposta venne dal burbero parroco, che sempre pi spesso lo chiamava per piccoli aiuti pur di avere attorno quell'allegro folletto. E cos, il piccolo Pietro divent " Pierino della chiesa": gli piacevano l'ombra fresca, l'odore acuto dell'incenso, i raggi del sole filtrati dai vetri colorati delle alte finestre.
Ma pi di tutto gli piaceva il suono cavernoso e rimbombante del grande organo, che aveva preso a considerare la voce di Dio. E si sent chiamato, quando cap che non avrebbe voluto vivere in nessun altro posto. Negli anni di studio che seguirono, Pierino mantenne intatto I> amore per il prossimo, per Dio e per la musica; e tra queste tre passioni divideva il suo tempo, assistendo i poveri, traendo esempio e insegnamento dalla vita dei santi, coltivando la musica sacra.
A quarant'anni era da dieci viceparroco di San Ferdinando, quartiere non vasto ma molto popoloso. Comprendeva eleganti strade e la maestosa Galleria, ma anche i tuguri dei Quartieri e il labirinto di vicoli sopra via Toledo; al centro di quel territorio sorgeva un altro tempio, che esercitava un richiamo pagano sull'anima semplice di don Pierino: il Real Teatro di San Carlo. Non l'avrebbe mai ammesso, ma era proprio il teatro il motivo per cui aveva sempre umilmente risposto in curia di non sentirsi all'altezza di diventare parroco altrove. Riteneva un dono personale di Dio il fatto di poter assistere alla magnificenza dell'arte viva dell'opera, sentirne il battito cristallino: poter guardare le passioni umane, rappresentate con tanta bellezza e forza. Quanto Dio c'era, nelle lacrime e nel riso che scorgeva sulle facce degli spettatori in platea, nei palchi, in loggione; e quanto amore umano e quanta grazia divina, nella musica che portava le anime per mano dove le menti non sapevano arrivare.
Perci don Pierino era ben contento di continuare a fare il viceparroco del vecchio don Tommaso, che non poneva limiti alla sua immensa energia. Amatissimo dagli scugnizzi, da cui si faceva sbeffeggiare per l'aspetto tozzo, era soprannominato "'o Munaciello", lo spiritello dispettoso della leggenda; ma era anche noto per le sue denunce delle frequenti epidemie che le indegne condizioni igieniche dei Quartieri favorivano. Gli si poteva perdonare quest'unica debolezza e regalare tre ore di gioia un paio di volte al mese. Per questo c'era il buon Lucio Patrisso, ai fini di don Pierino l'uomo pi importante della platea parrocchiale. Il prete faceva studiare un po' di matematica al figlio maggiore del custode del teatro e l'altro lo lasciava entrare dall'ingresso dei giardini, la sera della prima: il suo posto era una stretta intercapedine dietro le quinte, da cui assisteva, invisibile, alla rappresentazione. Una prospettiva straordinaria, alla quale il prete non avrebbe rinunciato per nulla al mondo.
E infatti era li anche il 25 marzo del 1930, quando fu ucciso Arnaldo Vezzi.
A Ricciardi l'opera non piaceva. Non amava i luoghi affollati, quei grovigli di anime, di sensazioni, di emozioni. Quell'influenzarsi a vicenda, che faceva divenire la folla una cosa del tutto diversa dalle persone che la componevano. La folla poteva diventare una bestia.
Poi, non gli piaceva la rappresentazione teatrale dei sentimenti. Sapeva meglio di chiunque che sopravvivevano a chi li provava, sommergendo e sollevando in un'ondata tutto quello che incontravano sulla loro strada. E sapeva anche che non erano mai di un solo sapore, che mai una passione aveva soltanto l'aspetto pi evidente; che nel bene e nel male c'erano mille facce, sempre inattese e imprevedibili. Perci disprezzava quei costumi colorati, quelle voci modulate, quelle parole arcaiche e dotte in bocca a poveracci che nella realt morivano di fame: no, l'opera non gli piaceva. E a teatro non c'era mai andato; ma ne conosceva l'aspetto esterno nelle grandi serate, il clima di festosa attesa che si avvertiva anche solo passandoci davanti.
Uscendo dalla Galleria, quando alla guida della piccola squadra composta da Maione e da tre guardie si trov in cima alla breve rampa di scale di marmo che dava in strada, Ricciardi vide l'usuale panorama: l'imponente mole di Palazzo Reale, l'elegante porticato dal quale si entrava a teatro; a destra, le luci di piazza Trieste e Trento, i caff pieni di vita e allegria. Un suono soffuso di musica e risate. A sinistra, oltre il Castello angioino e gli alberi di piazza del Municipio, il tuono del mare nel porto.
Lo spazio di fronte al teatro, per, non era come al solito. E la differenza era stridente.
In un silenzio innaturale, centinaia di persone si erano assiepate davanti all'ingresso: incuranti del vento sferzante che sibilava sotto lo stretto portico, uomini vestiti con suprema eleganza e donne dai lunghi abiti di seta si stringevano nei cappotti, tenendo i cappelli con le mani guantate per non farli volar via. Bambini coperti di stracci si alzavano sulle punte dei piedi scalzi e tormentati dai geloni, per intravedere qualcosa. Nessun brusio, niente commenti: solo il lamento del vento. Perfino i cavalli, alla testa delle carrozze in attesa sulla strada, non sbuffavano n scalpitavano. E dai carretti degli ambulanti, con le castagne arrostite e i dolciumi, non giungeva alcun richiamo. Le luci dei lampioni a gas che adornavano la facciata del teatro chiazzavano la folla, svelando visi stupefatti e avidi di particolari, colli di pelliccia e sciarpe svolazzanti.
L'arrivo degli uomini della questura ebbe l'effetto di un sasso gettato in uno specchio d'acqua. La folla si apr al loro passaggio e risuon il coro delle voci di quelli che chiedevano cosa fosse successo, di quale guaio si trattasse, del perch la polizia giungesse in ritardo, come al solito. Un paio di ragazzini tent un timido applauso. Nell'ampio ingresso, illuminato e riscaldato a giorno da luci e sfarzo, Ricciardi fu attorniato da giornalisti, dipendenti della struttura e spettatori: parlavano tutti insieme, risultando incomprensibili. D'altra parte lui e Maione non si facevano illusioni: le informazioni veramente utili sarebbero riusciti a tirarle fuori con difficolt, combattendo con reticenze di ogni tipo. Quindi era inutile, se non dannoso, ascoltare quella cacofonia di parole urlate nella concitazione del momento.
Ricciardi identific un ometto in frac che saltellava come caricato a molla, sudando copiosamente: i dipendenti in divisa lo guardavano agitati e il commissario immagin che fosse un responsabile del teatro.
- Signor delegato... anzi, commissario... che tragedia... - balbettava in modo sconnesso. - Una cosa simile... qui, al San Carlo... ci tengo a dire che mai, mai! A memoria d'uomo...
- Calmatevi, per favore. Siamo qui, adesso. Ditemi, voi siete...
- Ma... sono il duca Francesco Maria Spinelli, il sovrintendente del Real Teatro di San Carlo; non mi avete riconosciuto?
- No, veramente. Vi prego, fate strada; togliamoci da questa confusione, - ribatt freddamente Ricciardi, mentre le tre guardie e Maione avevano il loro da fare a trattenere la folla di curiosi che si accalcava attorno. Il sovrintendente prese la risposta come un ceffone e la sua espressione da agitata divenne offesa. Due camerieri in livrea trattennero una risata e furono gelati da un'occhiataccia. L'ometto si gir con grazia altezzosa e si avvi per lo scalone di marmo ingombro di gente che si spostava al suo passaggio come il Mar Rosso davanti a un Mos nano.

6.

Patrisso, il custode all'ingresso dei giardini, si guard intorno circospetto.
- Presto, don Pieri', venite. Non vi fate vedere, ch qua, se mi acchiappano che vi faccio entrare proprio la sera della prima, mi fanno passare un guaio. Correte, fate presto.
Don Pierino era felice come un bambino in una pasticceria: con insospettabile agilit e tirandosi la veste sopra le caviglie, sali veloce la scala principale, gir prima a destra e poi subito a sinistra nel corridoio dei palchi e imbocc la stretta scalinata che portava al palcoscenico. L si ferm su un piccolo pianerottolo e si spinse in una rientranza dalla quale poteva intravedere da un lato il corridoio dei camerini e la rampa di accesso degli attori, dall'altro gran parte della scena. Doveva allungare il collo e mettersi in punta di piedi, ma la prospettiva era particolare e straordinaria: al fianco dei cantanti, rivolto verso il pubblico, ma anche, volendo, verso il lavoro incessante che si svolgeva dietro la scena. Trattenendo il fiato, si stava preparando. La "sua" serata.
Non per il programma, a dire il vero. Cavalleria rusticana e Pagliacci avevano un loro fascino, ma la cosa pi importante era che quella sera avrebbe risentito la voce celestiale di Arnaldo Vezzi, il pi grande tenore del mondo. Vezzi era senza dubbio la stella del cartellone per la stagione. La sua scelta interpretativa, Canio di Pagliacci, non era la migliore possibile: don Pierino lo avrebbe preferito in un ruolo pucciniano, che avrebbe permesso alle sfumature della sua sonorit di trovare la giusta collocazione. Ma, sospettava il viceparroco, nessuna parte aveva la rilevanza di Canio rispetto agli altri ruoli. La partitura dell'opera di Leoncavallo consentiva a Vezzi di recitare in pratica da solo, di tenere in mano la scena senza che nessuno lo mettesse in ombra.
L'orchestra era entrata, accompagnata da un grande applauso. Il pubblico del San Carlo amava i suoi "professori", tra i migliori del paese; li dirigeva Mariano Pelosi, un vecchio direttore di grande rigore interpretativo. Tre colpi di bacchetta sul leggio, le due mani alzate: era l'inizio della magia.

Alla fine della rampa di marmo con la guida di velluto rosso, Ricciardi senza fermarsi sussurr a Maione di mandare le guardie a bloccare tutti gli ingressi: nessuno dei presenti avrebbe dovuto lasciare il teatro. Il sovrintendente li guid per un corridoio secondario e per una stretta scalinata, fino a un pianerottolo con una porticina sulla sinistra e due di fronte: un altro corridoio sulla destra lasciava intravedere alcune porte aperte.
- Questo, - disse il duca, indicando la porticina, -  l'ufficio del direttore del palcoscenico. Quello di fronte  il camerino del direttore d'orchestra. E l... che tragedia... nel mio, nel nostro grande teatro...
Ricciardi cerc di registrare il maggior numero di particolari. L'uscio che il sovrintendente aveva indicato per ultimo era stato scardinato. A terra c'erano frammenti di legno, e la serratura ancora chiusa pendeva quasi completamente divelta. Lo stipite recava danni visibili; la porta era stata forzata dall'esterno, lo si capiva dalla posizione della maniglia e dal chiavistello deformato. Tutt'intorno, una folla variopinta: il commissario vide pagliacci, popolane in costume regionale siciliano, contadini calabresi, Arlecchino, Colombina. Sent insorgere un consistente mal di testa. Inoltre l'ambiente era eccessivamente caldo e lui indossava un soprabito pesante.
- Chi ha sfondato la porta? - chiese.
- Io, - rispose un uomo grande e grosso, coi capelli rossi e l'aria arruffata. - Sono il direttore di scena, Giuseppe Lasio.
- Chi vi ha avvisato?
- Noi: eravamo venute a portare il costume. Abbiamo bussato per cinque minuti, abbiamo chiamato, ma nessuno ci ha risposto.
A interloquire era stata una donna imponente di mezza et, con un grembiule blu e un paio di grandi forbici appese al collo con un nastro; al suo fianco, una ragazza reggeva a fatica una gruccia sulla quale era appeso un costume da pagliaccio, molto colorato e ampio.
- Che nessuno si muova finch rimango nel camerino. Maione, provvedi.
Maione sapeva bene cosa fare: si avvicin alla porta scardinata, si affacci all'interno, verific che non ci fosse nessuno e disse: - Fatevi tutti indietro. Commissa', accomodatevi.

A met di Cavalleria rusticana, Don Pierino era piacevolmente sorpreso. L'opera era di fatto un contorno, anzi un antipasto di Pagliacci per la presenza del grande Vezzi. Il viceparroco, come molti altri, era cos ansioso di assistere all'esibizione del tenore che avrebbe invertito l'ordine canonico delle rappresentazioni; invece, con suo stupore, i cantanti di Cavalleria stavano fornendo una prestazione notevole. Il tenore che interpretava compare Turiddu, il soprano nel ruolo di Santuzza e soprattutto il baritono, compar Alfio, sembravano in gran forma e vogliosi di non sfigurare al cospetto di tale interprete. Anche l'orchestra si stava dimostrando all'altezza, e l'esecuzione, giunta al coro dopo l'intermezzo musicale, stava passando dal notevole al memorabile.
Don Pierino era commosso per la musica struggente e non si accorse di essersi spostato, invadendo parte della stretta scala che portava alle quinte: quando si sent urtare alle spalle si volt sorpreso.
- Vogliate scusarmi, - bisbigli distrattamente un uomo alto e grosso, infagottato in un ampio cappotto nero; portava un cappello a tesa larga e una sciarpa bianca.
- Scusate voi, - rispose don Pierino, riparando in tutta fretta nella sua intercapedine. Aveva paura di essere scoperto e temeva di creare problemi al povero Patrisso. Ma l'uomo non sembr dare importanza alla sua presenza e, scesi i gradini rimanenti, si diresse verso i camerini. Don Pierino lo scrutava attento: possibile che fosse... Infatti l'uomo, guardandosi intorno circospetto, sost un istante fuori della porta al cui esterno era affissa una targhetta: "Arnaldo Vezzi". Disse qualcosa e si infil velocemente nel camerino. Per poco il prete non svenne: aveva urtato il pi grande tenore del pianeta! Sospir e rivolse di nuovo l'attenzione alla scena, dove compare Turiddu stava proponendo un brindisi inneggiando al vino ch' sincero.

Il camerino era freddo, questo Ricciardi lo not subito. Il finestrone era socchiuso, a lasciar entrare spifferi di vento gelido e l'odore dell'erba umida dei giardini reali. Le lampadine che sormontavano la specchiera erano accese e illuminavano a giorno la piccola stanza. C'era sangue dappertutto. Il cadavere era sulla sedia di fronte allo specchio, chino sulla mensola, le spalle alla porta. In realt lo specchio era completamente frantumato, fatta esclusione per la sommit, schizzata di sangue: Il vetro era ovunque.
Il cadavere poggiava la testa sulla mensola, dalla parte della guancia sinistra; dalla gola, sulla destra, sporgeva un grosso frammento di specchio, che rifletteva un occhio vitreo e la bocca distorta, dalla quale usciva un filo di bava. Ricciardi sent cantare, a voce sommessa:
Io sangue voglio, all'ira m'abbandono, in odio tutto l'amor mio fin.. .
Sul lato visibile della faccia, lo spesso strato di cerone era rigato dalla traccia di una lacrima. Il commissario si gir e vide, nell'angolo tra lo stipite della specchiera infranta e la parete, l'immagine di Arnaldo Vezzi in piedi, anche se lievemente piegato sulle ginocchia; il viso coperto di trucco, la bocca ridente da pagliaccio. Lacrime finte negli occhi, lacrime vere lungo le guance. La mano destra a palmo aperto, tesa in avanti come a voler allontanare qualcuno, e fiotti di sangue denso che il cuore morente andava pompando fuori, attraverso lo squarcio sul lato destro del collo.
Ricciardi fiss lo spettro a lungo, calmo: la bocca articolava il canto e il torace non muoveva pi respiro. Il commissario rivolse ancora uno sguardo al cadavere. L'ultimo canto del pagliaccio, solo per lui, che l'opera neppure la capiva.
Torn verso la porta e usc.

7.

Don Pierino, estasiato, osservava il pubblico in piedi tributare un'ovazione alla compagnia che aveva appena concluso Cavalleria rusticana; era particolarmente fiero, perch con la solita modalit dell'ingresso laterale il giorno prima aveva assistito alle prove e si era affezionato agli interpreti. Non c'erano primedonne, ma solo giovani di talento e qualche professionista modesto e alla mano: tra loro si coglieva un certo affiatamento ed era stato piacevole notare come il cameratismo e il reciproco rispetto avevano generato il successo di quella sera.
La compagnia era composta per la massima parte da artisti locali; e si prestava a riempitivo dei "buchi" che la stagione a volte subiva, per malattie o infortuni di protagonisti affermati: una volta avevano allestito La traviata in una settimana, per l'annullamento di un Lago dei cigni a seguito della distorsione alla caviglia della prima ballerina. Stavolta per, pensava don Pierino, avevano davvero superato s stessi.
Mentre si godeva la seconda chiamata di tutti gli interpreti che, tenendosi per mano, si inchinavano al pubblico; sent alle sue spalle, proveniente dai camerini, un alto urlo di donna.
Il prete era abituato a dare ascolto alle emozioni, nella fresca oscurit del confessionale, e la lunga, appassionata frequentazione della lirica gli aveva educato l'orecchio ai toni dei diversi stati d'animo. Non ebbe dubbi nel riconoscere l'orrore, lo sgomento. Si gir e si lanci verso l'urlo, col cuore in gola. Davanti al camerino di Vezzi si stava gi raccogliendo una piccola folla.
Ricciardi parl senza rivolgersi a nessuno in particolare.
- Adesso, io vado in quell'ufficio, - disse indicando la stanza del direttore di scena, - e uno alla volta il brigadiere Maione far entrare chi gli dir. Nessuno pu andare a casa, nessuno pu lasciare il teatro. Nessuno pu entrare in questo camerino, se non convocato. Non potete rimanere qui, dovrete ritirarvi da qualche parte... sul palcoscenico: sarete riuniti tutti sul palcoscenico, finch non avremo finito. Per il resto, che il teatro venga sgombrato da tutti quelli che non potevano avere accesso a questa zona: il pubblico, il personale all'ingresso. Le guardie, comunque, prenderanno le generalit di ognuno.
Il sovrintendente era paonazzo dalla rabbia e balbettando si alz sulla punta dei piedi.
- Questo affronto...  inconcepibile. A questa zona del teatro l'accesso  altamente ristretto e selezionato. E poi... ma voi lo sapete chi c'era in platea, stasera? E si dovrebbero prendere le generalit del signor prefetto, dei principi, dei gerarchi... Io esigo, pretendo il rispetto dei ruoli.
- Il mio ruolo  scoprire un assassino. Il vostro, signore, in questa circostanza,  favorire il mio operato. Un diverso atteggiamento costituirebbe un reato, e verrebbe perseguito. Regolatevi.
La voce di Ricciardi era un sibilo, gli occhi verdi piantati in faccia al sovrintendente senza un battito di ciglia. L'ometto sembr sgonfiarsi, i tacchi atterrarono sul pavimento in silenzio. Abbass il capo e farfugli: - Me ne occuper subito. Ma mi far sentire nelle sedi adeguate.
- Fate come credete. Ora andate.
Impettito, alla ricerca di qualche traccia della dignit perduta, il sovrintendente Spinelli si gir e si avvi verso il palcoscenico, seguito dai presenti e dal mormorio dei loro commenti.
L'ufficio del direttore di scena era minuscolo, quasi interamente occupato da una scrivania su cui poggiavano in disordine disegni, appunti, pagine di copioni annotate a mano. Alle pareti, locandine di spettacoli. Due sedie davanti alla scrivania, una dietro. Luce e aria da una finestrella in alto. Ricciardi sent per primo lo stesso direttore di scena, Giuseppe Lasio, l'uomo arruffato che aveva sfondato la porta del camerino di Vezzi.
- Qual  esattamente il vostro ruolo?
- Sono il responsabile della scena. In pratica, tutto quel che riguarda il palcoscenico  sotto la mia direzione. I tecnici, l'entrata e l'uscita degli attori, gli impianti. Tutto ci che non  artistico; l'organizzazione, insomma.
- Cosa  successo, stasera? Vi prego, riferitemi tutto: anche i particolari che vi sembrano insignificanti.
Lasio corrug la fronte sotto la massa dei capelli rossi.
- Eravamo dopo l'intermezzo di Cavalleria, stavamo curando l'uscita dopo il brindisi. E' una scena corale, tutta la compagnia  in palcoscenico: gli arredi erano pronti, il fondale era a posto. E venuta la signora Lilla a chiamarmi all'ingresso del palcoscenico.
- La signora Lilla?
- Letteria Galante, ma noi la chiamiamo "signora Lilla". Dirige la sartoria del teatro, per i primi attori si occupa direttamente della consegna del costume di scena. L'avete vista,  quella donna... grande. Siciliana, d'origine. Molto, molto brava. Comunque,  venuta e mi ha detto: " Direttore, Vezzi non apre la porta. Abbiamo bussato, abbiamo chiamato, ma non risponde".
- Abbiamo?
- S, era con una ragazza della sartoria. Sono in trenta, non le conosco tutte. Portavano il costume di Canio, quello da pagliaccio che poi voi stesso avete visto in mano alla ragazza. Io sono sceso, in fretta, i tempi non sono lunghi tra la fine di Cavalleria e l'inizio di Pagliacci, e Vezzi ... era... non sempre, come dire, preciso e puntuale. A volte spariva e bisognava cercarlo in giro per il teatro o addirittura fuori. Era un grande, sapete: il pi grande di tutti, in scena. Ma fuori, a volte, difficilmente governabile. Di quelli che vanno per i fatti loro, e tutti si devono adattare. Privilegi del talento.
- E stasera era uscito? L'avete visto uscire?
- No, io no. Ma devo muovermi molto, quindi potrebbe essermi sfuggito. In ogni caso sono sceso al camerino e mi sono reso conto che la porta era chiusa a chiave. Non succede mai. I cantanti, e Vezzi soprattutto, non si alzano durante il trucco per aprire la porta. Mi sono preoccupato.
- E che avete fatto?
- Dopo aver chiamato anch'io, ho pensato che Vezzi potesse essersi sentito male e ho sfondato la porta con un calcio. Ho fatto la guerra, a certe scene sono abituato. Ma tanto sangue tutto insieme, non l'avevo mai visto. Dietro di me  entrata la signora Lilla e ha urlato. Poi, tutti correvano avanti e indietro. Io ho preso un operaio e vi ho fatto chiamare. Ho fatto bene?
- Certo. Dopo di voi nel camerino  entrato qualcun altro?
- No. Ho aspettato io stesso vicino alla porta che voi arrivaste. Ho fatto la guerra, vi ho detto. Lo so come si deve fare.
- Un'ultima cosa. Il camerino era chiuso a chiave, abbiamo detto. Io per la chiave non l'ho vista, n all'interno n all'esterno. L'avete rimossa voi?
Lasio si pass le mani tra i capelli rossi, arruffandoli ancora di pi, nel tentativo di ricordare.
- No, commissario. La chiave non c'era, n all'esterno n all'interno, ora che mi ci fate pensare.
- Grazie. Potete uscire, ma non andatevene; potrebbero servirmi altre informazioni. Maione, fai passare le due sarte.
La signora Lilla entr come un veliero e riemp l'ufficio. Era bionda, gli occhi azzurri penetranti. Dietro di lei la ragazza, che per contrasto pareva ancora pi piccola e magra, con addosso un camice di almeno una taglia pi grande. Il donnone incroci le braccia e si rivolse a Ricciardi, bellicosa.
- Che significa, " nessuno pu lasciare il teatro "? Che pensate, che siamo stati noi? Guardate che noi qua ci lavoriamo, non veniamo a fare schifezze. Siamo gente onesta.
- Nessuno dice niente. Sedetevi e rispondete alle domande. Ditemi quello che  successo.
La donna si sedette pesantemente, con un sospiro, come se, con quella premessa, si fosse tolta un peso dallo stomaco e ora potesse parlare in maniera pi urbana. O forse perch la personalit determinata del commissario non si poteva contrastare.
- Noi li portiamo prima, i costumi. Assai prima. I cantanti normali se li provano, se servono chiedono gli aggiusti, poi basta. Questo invece, venti prove vuole. Una volta  corto, una volta  lungo. Largo, stretto. Il bottone sopra il colletto non chiude. Una croce. Noi stiamo al quarto piano, commissa'. Se ci fate l'onore, lo vedrete voi stesso come stiamo combinate, trenta di noi. Quando fa caldo qua non si respira: col carbone dei ferri per stirare, a pedalare vicino a quelle macchine. Nemmeno il fresco degli alberi dei giardini arriva l sopra. D'inverno invece dobbiamo cucire coi mezzi guanti e, con tutte le stufe, stiamo piene di geloni. Per non ci lamentiamo,  vero Maddale'? - si rivolse alla ragazza. - Perch il lavoro  lavoro e il lavoro nostro noi lo facciamo bene. Il San Carlo  famoso in tutto il mondo, pure per i costumi; e i costumi siamo noi. Comunque, quando c' Vezzi si sale e si scende in continuazione. Quattro piani, cariche di pezze di stoffa. Ma, come Dio vuole, finalmente il vestito del pagliaccio era pronto, pure l'ultimo aggiusto, stasera stessa era stato fatto. Ho voluto scendere io, con Maddalena, qua, per vedere se stavolta gli andava bene. E abbiamo trovato la porta chiusa.
Ricciardi stava pensando che non avrebbe voluto trovarsi al posto del tenore, nel caso il costume avesse avuto ancora bisogno di modifiche. Poi, ripensando alle attuali condizioni di Vezzi, si rese conto che la sua preoccupazione era inutile.
- Che avete fatto, quando avete capito che la porta era chiusa?
- Abbiamo chiamato il direttore Lasio per vedere che dovevamo fare. Se no la colpa poi era nostra, se lo spettacolo cominciava con ritardo. Lui  venuto e abbiamo aspettato dietro la porta.
- E lui?
- Lui ha bussato, ha chiamato e poi ha sfondato la porta con un calcio. Quello  un uomo! - disse, all'improvviso civettuola: Ricciardi rimase sbalordito dal cambiamento. - Poi mi sono affacciata e ho visto... sembrava la mattanza dei tonni, al paese mio... sono scappata fuori. E basta.
- E voi, signorina...
- Maddalena Esposito, a servirvi, commissa'.
In ulteriore contrasto con la signora Lilla, la giovane parlava in tono sommesso e guardando a terra. Pulita e ordinata nel suo camice blu, teneva le mani in grembo ed era ferma sulle gambe, anche se molto pallida.
- Confermate tutto?
- Signors, commissa'. Il maestro non era mai contento, noi abbiamo aggiustato il costume tante volte. Poi sono scesa con la signora Lilla e la porta era chiusa. Non so dirvi nient'altro.
- Va bene, andate pure. Maione, il fotografo  arrivato?

8.

I rilievi della polizia consistevano nelle fotografie del cadavere da diverse angolazioni. Solo dopo era possibile rimuovere i reperti, che venivano conservati per le future indagini. Ricciardi pretendeva di essere presente, sia per studiare un'ultima volta la scena del delitto sia per evitare che, nel trambusto delle rilevazioni, fosse alterato un particolare, un elemento necessario al suo lavoro. Quindi, uscendo dall'ufficio del direttore di scena, trov il fotografo, il tecnico della polizia e il medico legale che sudavano nei cappotti in attesa di poter accedere al camerino. Salutandoli con un cenno del capo, entr di nuovo al cospetto dei frammenti di specchio, del morto e della sua immagine.
Il freddo del camerino era ancora pi pungente, man mano che la serata si faceva pi umida e l'aria entrava dal finestrone socchiuso.
Ricciardi si affacci, rilevando che in basso, a non pi di due metri, c'era un'aiuola dei giardini di Palazzo Reale. Incredibile, come a salire e scendere le scale di quel teatro si perdesse il senso dell'altezza dal suolo. Rientrando, rimase abbagliato dal lampo al magnesio della macchina fotografica: si stropicci le palpebre, vedendo distintamente solo l'immagine del tenore che ripeteva la sua strofa. Sapeva bene che non erano gli occhi a consentirgli quella percezione. Una volta rimesso lo sguardo a fuoco, not un particolare che prima gli era sfuggito: sul divano basso, di fianco alla porta scardinata, c'era un cappotto nero con un cappello a tesa larga. A terra, tra il divano e i piedi del cadavere, una sciarpa bianca di lana. C'era qualcosa che non andava; che cosa? Ricciardi ci mise una frazione di secondo per capirlo: fra tanto sangue, proprio in mezzo a una pozzanghera rappresa, la sciarpa era immacolata. Muovendosi rapido, il commissario alz il cappotto e il cappello dal divano, rilevando che i cuscini al di sotto erano impregnati del sangue del tenore. Tutti, tranne uno, a righe blu e bianche, pulitissimo.
Il medico legale si aggirava attorno al cadavere, osservando e prendendo rapidi appunti su un taccuino con la copertina nera. Quando i lampi fotografici ebbero termine, con l'aiuto del tecnico spost il corpo trasferendolo sullo spesso tappeto imbrattato di sangue; la maglia di lana che Vezzi indossava al momento della morte ne era completamente impregnata. Ma quanto sangue c' nel corpo umano? E quanta anima, pensava Ricciardi ascoltando il canto del pagliaccio, in piedi nell'angolo con la mano alzata. Far prima questa macchia a sparire dal tappeto o l'eco di questa romanza a uscire dalla mia testa?
Il medico era un professionista serio e coscienzioso che Ricciardi aveva apprezzato in altre occasioni. Cinquantenne, aveva maturato una solida esperienza in guerra, in Veneto: era sul Carso, tra il '16 e il '18, ed era stato anche decorato. Si chiamava Bruno Modo, ed era uno dei pochissimi a cui Ricciardi dava del tu.
- Allora, Bruno? Che mi dici?
- Dunque: ferita da punta, squarcio della carotide. Morte per dissanguamento, e su questo nessun dubbio. D'altra parte... - e indic intorno, con un gesto ampio. - Piccola ecchimosi sullo zigomo sinistro. Un colpo, forse un pugno. A prima vista, nulla di pi: non vedo altri traumi, niente pelle sotto le unghie... le nocche, a posto... non ci sono strappi nel cuoio capelluto... - Mentre parlava osservava il cadavere attraverso gli occhiali che teneva sulla punta del naso, alzandogli di tanto in tanto una mano o spostandogli i capelli. Con delicatezza, per, con rispetto. Perci a Ricciardi quell'uomo piaceva.
- Quando, secondo te?
- Ah, non molto. Un paio d'ore, direi, forse anche meno. Ma ti sapr dire dopo, in ospedale.

Dopo, in ospedale. Quando di te, pens Ricciardi fissando il morto, saranno rimasti dei poveri pezzi ricuciti alla meglio e un verso di romanza d'opera cantata nel buio. Hai finito di lamentarti per il costume. Il prossimo, l'ultimo, te lo cuciranno addosso senza rispetto.
- Senti, Bruno. Il modo... scusa, l'arma, - si corresse, con una smorfia, per l'involontaria confusione col cognome del medico, - pu essere una scheggia dello specchio?
- Non parlerei di arma: mi sembra impossibile manovrare un pezzo di vetro cos tagliente senza ferirsi e non vedo tracce di sangue sulla possibile impugnatura. Sono pi del parere che ci sia caduto sopra, di peso. Guarda quanto  spesso e appuntito. Ci sta, pu essere: prende il pugno e va a finire nello specchio. E' un omaccione, bello pesante, alto e grosso.
Maione, rispettoso, interloqu:
- Dotto', si capisce come ha sbattuto? Cio, vedete per caso come  andato a finire nello specchio?
- No, brigadie', non vedo altre ecchimosi. Ma non significa, pu aver dato una gomitata, una spallata. Ha la maglia di lana pesante, pu aver attutito il colpo. E poi  caduto sulla sedia ed  morto. Non ci vuole molto con questa ferita: questione di secondi. Ha inondato una stanza.
Ricciardi lanci un'occhiata di sfuggita all'immagine del tenore, lievemente piegata sulle ginocchia e con la mano sollevata. E con quella mano che hai rotto lo specchio? E perch piangi, poi? Non sei un pagliaccio?
- Vabbe', se qua avete finito, andiamo in palcoscenico.
L'ingresso di Ricciardi e Maione fu salutato da un coro e, in fondo, il posto era quello giusto; ma il coro era di veementi proteste. Chi voleva sapere se era in arresto, chi lamentava che la famiglia aspettava ansiosa, chi aveva fame, chi freddo; ognuno chiedeva perch fosse ancora trattenuto. Ricciardi alz piano un braccio e ci fu silenzio.
- Calma. Adesso vi mando a casa. Prima vi devo vedere, devo capire chi siete. Tutti quelli che vanno in scena, spostatevi a destra. Il personale, i tecnici e l'orchestra, a sinistra.
Ci fu un attimo di disordine: era una coreografia non preparata. Qualche urto, un po' di mugugni irritati e si crearono due gruppi nutriti. Tre, per la verit: in mezzo era rimasto un uomo in costume da prete.
- E voi? Decidetevi: non siete in costume di scena?
- Ecco, commissario, non  un costume... Io sono don Pietro Fava, viceparroco di San Ferdinando.
- E che ci fate qua? La vittima era gi morta quando l'hanno trovata. Chi vi ha chiamato?
- No, commissario, io... ecco, a dire il vero, mi sono intrufolato.
Ci fu una risata generale, un po' nervosa. Si fece avanti il direttore di scena, passandosi la mano nei folti capelli rossi.
- Commissario, posso spiegare io, se mi permettete.
- Dite pure.
- Don Pierino, qui,  un vecchio amico, si pu dire. E un amante dell'opera, un appassionato. Lui pensa che nessuno lo sappia, ma da due anni, col mio permesso, Patrisso, il custode del lato dei giardini, lo fa passare. Non d nessun fastidio, si mette sul ballatoio della scala stretta e si gode lo spettacolo. Ci siamo abituati a vederlo, senza di lui ci sembra che manchi qualcosa. I cantanti, i professori dell'orchestra lo tengono come portafortuna.
Un brusio di assenso conferm le parole del direttore di scena. Don Pierino, solo al centro del palcoscenico tanto amato, era rosso di orgoglio, sorpresa e imbarazzo.
- Allora, - disse Ricciardi, - voi conoscete l'opera, eh? E anche il teatro. Per non siete n un cantante n un orchestrale, e neppure lavorate qua. Conoscete tutti, ma non conoscete nessuno. Bene -. Poi si rivolse agli altri. - Dunque, le guardie hanno preso le vostre generalit: non dovete allontanarvi dalla citt, per qualche giorno. Se qualcuno ha necessit di partire, viene in questura e ce lo dice. Se qualcuno si sposta da una casa all'altra, viene in questura e ce lo dice. Se qualcuno si  ricordato qualcosa, se ha qualcosa da dire, viene in questura e ce lo dice. Per ora, potete andare. Voi no, padre. Con voi devo parlare un momento.

Con un corale sospiro di sollievo, la gente si accalc verso l'uscita: solo don Pierino era rimasto al suo posto, con un'aria ora afflitta e preoccupata. Non che avesse niente da temere, ma, pensava, quelli erano tempi in cui avere a che fare con la polizia era sempre brutto. Poi, si sentiva sinceramente addolorato per la morte di Vezzi. Pensava con rimpianto alla sua voce, quella delicata prova dell'amore di Dio per gli uomini, quel regalo agli innamorati dell'opera che non avrebbe sentito mai pi, se non attraverso il gracchiante grammofono che teneva nella sua stanzetta.

9.

Il commissario gli si avvicin, sempre seguito, due passi indietro, dal brigadiere pi anziano. Don Pierino si era accorto che il corpulento militare non perdeva un attimo di vista il suo superiore, senza smettere di scrutare intorno come a volersi assicurare che non incombesse alcun pericolo. Doveva essergli molto affezionato.
Ricciardi invece gli dava un'emozione particolare. A vederlo da lontano era un uomo senza caratteristiche evidenti: statura media, corporatura media, abbigliamento di medio valore. Ma don Pierino ne aveva incrociato lo sguardo, quando era arrivato sulla scena del delitto. E quello sguardo aveva raccontato tanto. Abituato a cercare e trovare la verit dietro l'espressione, a don Pierino era parso di affacciarsi su un panorama multiforme.
C'era dolore: un dolore vecchio ma sempre vivo. Un dolore che era un antico compagno. Solitudine. Intelligenza e una vena di ironia, di sarcasmo, col sovrintendente che gli balbettava vicino. Era stato soltanto un attimo, ma il prete aveva intuito una personalit complessa e travagliata.
Ora se lo trovava di fronte: senza cappello, una ciocca dei capelli neri che gli cadeva sul naso affilato. Le mani nelle tasche del soprabito, che nonostante il caldo non aveva tolto. E poi gli occhi: verdi, quasi trasparenti. Non sbatteva mai le palpebre, la fronte lievemente corrugata. Solitudine e dolore, ma anche ironia.
- Allora, padre: fuori territorio, stasera?
- Perch, un prete va per territori? Non l'ho mai visto, io, un territorio in cui non servisse un prete. No, stasera non esercitavo, se  questo che volete sapere. Ma ero comunque in divisa, come vedete.
Ricciardi fece una smorfia e abbass il capo. Quando lo sollev di nuovo la fronte era spianata, ma l'espressione non era cambiata.
- Certe divise, le indossi o non le indossi,  la stessa cosa: ce le hai sempre. Voi, io. Sempre con la divisa addosso.
- L'importante  non fare paura, con la divisa. Ci si deve sentire rassicurati, a vederla. E per non fare paura bisogna non avere paura.
Il commissario ebbe un lieve sussulto, come se all'improvviso il prete lo avesse schiaffeggiato. Pieg lievemente la testa di lato e lo scrut con nuova considerazione. Dietro di lui, due passi indietro, Maione spost il peso da un piede all'altro. Il teatro, ormai vuoto, ascoltava in silenzio.
- E voi, padre? Non avete mai paura?
- S, quasi sempre. Per chiedo aiuto. Al Padreterno, alle persone. E ne vengo fuori.
- Bravo, padre. Bravo. Buon per voi. Ora, veniamo alle... dolenti note, si dice cos? Questo  il posto giusto. Cos, voi conoscete l'opera e questo ambiente. Mi potete aiutare: io non conosco n l'una n l'altro. Fareste un accordo, con un poliziotto?
Ancora sarcasmo. Senza un ammiccamento. Sempre con quei pezzi di vetro verde fissi nelle orbite.
- Un prete non fa accordi, commissario. Non  proprietario della propria sincerit. Ma non fa delazioni. Non porta spia a nessun povero disgraziato.
- Ah, capisco. Meglio che, magari per omissione, vada in galera, il povero disgraziato. E che il colpevole vero rimanga per strada, per farne un altro, di delitto. Avete ragione, padre. Vuol dire che mi cercher altri aiuti.
Maione era sorpreso: raramente aveva sentito Ricciardi parlare cos a lungo. Non aveva capito bene il dialogo, ma intuiva che il commissario si era ulteriormente incupito: lo capiva dall'irrigidimento della schiena, dalla posizione del capo. Quel piccolo prete dall'aria tranquilla e pacata, che si dondolava sulla punta dei piedi con le mani intrecciate sulla pancia, lo stava mettendo in difficolt.
Come un cane da caccia ansioso di partire sulle piste della preda, il brigadiere avvertiva che stavano solo perdendo tempo. Comunque, a casa c'era il cognato e non aveva alcuna fretta di tornare.
- No, commissario, - disse don Pierino, - non volevo dire questo. S, vi dar qualsiasi informazione vi serva; ma non chiedetemi, ora o dopo, di aiutarvi ad accusare qualcuno. La vostra  la giustizia degli uomini. Io mi occupo di un'altra giustizia: quella che sa anche perdonare.
- Non invader il vostro campo, padre. Non vi lascerei invadere il mio. Vi aspetto domattina nel mio ufficio, in questura, alle otto. Vi prego, non tardate.
Senza aspettare la risposta, si gir e usc. Maione osserv assorto il prete per un attimo, poi segu Ricciardi fuori dal teatro.
Nonostante fossero ormai le undici e fosse uscito dalla porta laterale, Ricciardi trov ad attenderlo uno stuolo di curiosi e giornalisti, incuranti del vento furioso che soffiava sotto il portico. Maione pass avanti e, con fermezza, rimosse chi si parava di fronte al commissario cercando di strappargli un commento per i giornali del pomeriggio. Lui non li degn di attenzione, abituato com'era a ignorare i vivi e i morti che lo chiamavano, pur ascoltandoli sempre.
Lungo il breve tragitto fino alla questura, si scambiarono poche parole: Maione aveva ben chiaro il processo che le indagini avrebbero assunto a partire dall'indomani, con la definizione delle ultime ore della vittima e gli interrogatori di eventuali testimoni. Il brigadiere conosceva il modo di operare del commissario, che cercava con cura maniacale i possibili moventi, le situazioni, le parole che potevano metterli sulla strada giusta. Sarebbero stati giorni faticosi: sperava che almeno il cognato, a quell'ora, fosse andato via.
Arrivati al palazzo della questura, il commissario salut Maione con un cenno del capo e cominci a risalire via Toledo. Il passo era veloce, il vento alle spalle. La citt, che a quell'ora in altre stagioni aveva ancora canzoni e voci, quella sera era gi silenziosa. Carte e fogli di giornale
turbinavano nella strada, nei fasci di luce ondeggianti dei lampioni sospesi ai fili dell'elettricit. I suoi passi risuonavano sulle pietre del marciapiede, facendo da contrappunto al saltuario ululato del vento nell'andito di qualche bottega o nei portoni degli antichi palazzi. Il morto di piazza Carit gli notific nuovamente che non avrebbe lasciato al ladro la sua roba, continuando a perdere sangue e materia cerebrale. Ricciardi lo ignor.
Rifletteva: la finestra aperta, con quel freddo e nel camerino di un uomo che doveva stare attento alla voce e ai colpi d'aria. Non aveva senso. Il cappotto pulito sopra il divano sporco di sangue. Non aveva senso. La sciarpa bianca a terra, immacolata. Non aveva senso. Il cuscino a righe, l'unico senza una macchia di sangue. Non aveva senso. La porta chiusa. Non aveva senso. E se l'insieme di tutto questo avesse avuto un senso? Il bambino all'angolo di via Salvator Rosa gli chiese se poteva scendere a giocare, col suo povero scheletro straziato. L'immagine cominciava a sbiadire, forse sarebbe scomparsa e avrebbe dormito in pace. Ricciardi si augur che accadesse presto.
Era arrivato a casa.

10.

Rosa Vaglio era nata assieme all'Italia ma non se n'era accorta, n allora n dopo: per lei la patria era sempre stata la Famiglia, di cui era custode forte e decisa. Era entrata a casa Ricciardi di Malomonte che ne aveva quattordici, di anni: era la decima di dodici figli e la baronessa l'aveva scelta senza esitazioni.
Ricordava quel giorno come se fosse ieri: la donna alta e bionda, sorridente, che contrattava col padre il suo prezzo. Era stata amica del figlio, di poco pi grande, finch questi era andato a studiare a Napoli, dove era rimasto per molti anni. Rosa aveva un'intelligenza viva e presto era diventata un punto di riferimento per tutti, nella grande casa padronale di Fortino: alla morte del vecchio barone prima e della baronessa poi, aveva mandato avanti le cose come se da un momento all'altro dovessero ritornare da un viaggio. Invece era tornato il figlio, ormai quarantenne, con la sua sposa bambina.
Affaccendata in cucina, la sera di quel 25 marzo del '31, sospirando per l'ennesimo ritardo con cui la cena sarebbe stata consumata, dedic un rapido sorriso a quel pensiero: la sua bambina. In realt aveva gi vent'anni, la piccola signora Marta. Ma sembrava proprio un'adolescente, minuta, sottile, bruna, gli occhi tanto verdi da scavarti nell'anima. E tutto quel dolore.
Si era chiesta tante volte, Rosa, da dove venisse quel dolore: la baronessa aveva tutto quello che voleva, agio, benessere, un marito innamorato. Ma nelle lunghe passeggiate in cui l'accompagnava attraverso la campagna di Fortino, tra l'odore pungente delle capre e i contadini che smettevano di lavorare e si toglievano il cappello, lei sentiva il dolore camminare con loro, un passo indietro. Forse ricordi, o rimpianti. Parlava poco, la baronessa Marta. Ma le sorrideva, con tenerezza, e le accarezzava il viso, qualche volta: come se li avesse lei, vent'anni in pi.
Rosa ricordava la mattina di ottobre dell'ultimo anno del secolo, quando la baronessa, seduta sulla panchina in terrazza a ricamare, d'improvviso le aveva detto: "Rosa, da domani dobbiamo cucire lenzuola da culla". Cos, semplicemente. Da allora, era diventata tata Rosa e lo sarebbe stata per tutta la vita.

- Lo sai che non voglio che mi aspetti alzata. E' tardi per te, dovresti gi dormire.
Ricciardi sentiva il caldo della casa fluire un po' alla volta nelle ossa scosse dal vento. L'odore della legna nella stufa e quello della cucina, aglio, fagioli, olio. La luce dell'abat-jour, vicino alla sua poltrona, il giornale sul bracciolo. In camera, la vestaglia di flanella, le pantofole di cuoio morbido, la retina per i capelli. La mia tata, pens.
- E gi: io me ne vado a dormire e vi lascio digiuno. Che, non lo so che ve ne andreste a letto senza mangiare? Che vi mettereste sempre lo stesso vestito e la stessa camicia, se non ve li preparo io sul letto? Non  una cosa normale, a trent'anni senza una femmina vicino. Di questi tempi, poi, che un altro poco e gli scapoli li arrestano proprio. Con tante belle ragazze, l fuori. E a voi che vi manca? Siete bello, ricco, giovane, di prestigio. Cos, a me mi mettete in un ospizio e cominciate a campare, una volta buona.
Ecco: l'aveva detto. Nel sedersi a tavola, stette molto attento a non sospirare: avrebbe dato luogo a un'interminabile tirata e lui aveva un appuntamento per il quale era gi molto in ritardo.
Rosa lo osservava mangiare, come un lupo, al solito. Chino sul piatto, a bocconi rapidi, silenziosi. Pensava che anche quello si negava, il gusto di assaporare. Non assaporava mai niente, n il cibo n altro. In lui diventava evidente il dolore che nella mamma era nascosto. Gli stessi occhi verdi. Lo stesso dolore. Lo aveva accudito tutta la vita, le notti di febbre, la solitudine. Negli anni del collegio lo aveva atteso per le vacanze, per le feste, per le domeniche, facendogli trovare le cose che gli piacevano senza che lui le chiedesse. Sentiva il rumore dei suoi pensieri, anche se non sapeva quali fossero. Era stata la sua famiglia e lui era diventato la sua ragione di vita: avrebbe dato un braccio per vederlo ridere, almeno una volta. Avrebbe voluto saperlo sereno, senza quella distanza dagli altri e dal mondo che girava veloce, e lui che lo guardava da lontano con le mani in tasca e una ciocca di capelli sul viso. Senza sorridere, senza dire niente. Eppure, che gli mancava?
Si intener, materna: le sembrava tornato bambino, mentre mangiava assorto. Gli erano sempre piaciuti, i fagioli.
A Ricciardi i fagioli non erano mai piaciuti, ma non avrebbe deluso la tata, e poi quella sera aveva fame, forse per il freddo che sentiva nelle ossa. Ripens alla scena del delitto. Se il cappotto e la sciarpa erano stati portati nel camerino dopo la morte di Vezzi, chi li aveva portati? E perch? Gli unici che avevano ammesso di aver visto il camerino dopo il delitto erano stati Lasio, il direttore di scena, la sarta Lilla e la sartina. Raccogliendo il sugo col pane, Ricciardi ricord l'espressione affascinata del donnone nei confronti del direttore di scena: possibile che fossero d'accordo? E la sartina, quella Esposito, era d'accordo anche lei? No, troppa gente. E troppo sangue: l'omicidio non era stato preparato, di questo era certo. E la finestra aperta? E il cuscino piccolo, a righe? Tante domande e il Fatto non lo aiutava. Succedeva spesso: quello che sentiva dalla vittima poteva anche essere fuorviante, indurre all'errore. Era un'emozione, un sentimento, non un messaggio elaborato razionalmente. Una sofferenza, rabbia, odio, anche amore.
Un bicchiere di vino rosso, un altro: dopo ogni nuova morte aveva difficolt a dormire. Gli rimaneva come una vibrazione in petto, un'aspettativa. Forse passava a lui la paura di morire, del momento estremo. Paura di che?, pens lui. Finch sei vivo la morte non c', se c' lei tu non ci sei pi. Ma la incontri, per, aveva detto diciassettenne al gesuita in collegio. Ma dopo c' Dio, aveva risposto quello.
C' Dio? Sorseggiando il vino, Ricciardi and con la mente allo strano prete che aveva incontrato in teatro; risposte sagaci, brillanti. Gli sembrava un brav'uomo. Un altro convinto che c'era Dio. E dov'era Dio per lui, quando vedeva l'immagine del dolore e ne sentiva l'eco? Toccava a lui solo dare pace a quel dolore?
Ricciardi si alz da tavola, altrimenti la tata sarebbe rimasta li in piedi a guardarlo bere per tutta la notte, senza cominciare a sparecchiare. La baci con tenerezza sulla fronte e si diresse in camera da letto, incontro al suo appuntamento.

11.

La donna bionda camminava lungo i muri di piazza Carolina, salendo verso via Gennaro Serra. Il vento freddo che veniva dal mare la spingeva, ma il suo passo non era svelto; contrariamente ai rari passanti che si affrettavano per raggiungere il calore di casa, lei non aveva nessuna voglia di trovarsi di fronte a quello sguardo che le scavava dentro, alla ricerca dei suoi sentimenti pi segreti.
Era diventata brava a dissimulare. Doveva evitare che si sapesse, che diventasse noto a tutti quello che era successo. Nelle luci incerte dei lampioni, camminando sempre pi lentamente, sentiva le mani del suo amante sul corpo; ne ricordava il volto, il tono, il fiato corto. Ripensava alle parole che si erano detti, alle promesse, ai progetti. Come era potuto accadere?, si domandava. E ora, come avrebbe celato allo sguardo del suo uomo che aveva amato un altro, e che con lui aveva sognato di partire?
Passandosi la mano sul volto, sotto il cappello che le nascondeva i bellissimi occhi, si rese conto che era bagnato. Lacrime. Stava piangendo. Doveva controllarsi, non era lontana da casa: intravedeva la mole scura della chiesa di Santa Maria degli Angeli, in cima alla salita di Pizzofalcone. Tra poco si sarebbe trovata di fronte all'uomo che l'amava tanto da conoscere i suoi pensieri prima di lei. Era pentita. Soffriva per lui, per il tradimento. Doveva fare in modo che nessuno sapesse, doveva difenderlo dallo scandalo.
Allungando il passo, si chiese di nuovo cosa sarebbe successo.
Come ogni sera, Ricciardi chiuse la porta della sua stanza dietro di s; prima di coricarsi l'avrebbe socchiusa, per sentire il respiro pesante di tata Rosa ed essere rassicurato dalla sua regolarit. Indoss la veste da camera, mise la retina sui capelli. Si avvicin alla finestra, le luci spente: scost le tende. Lo spicchio di cielo, reso terso e limpido dal forte vento del Nord, mostrava quattro stelle luminose; ma non era dalle stelle che Ricciardi voleva essere illuminato.
La luce che gli premeva era quella di una fioca lampada su un tavolino, dietro la finestra corrispondente alla propria nel palazzo di fronte. Il tavolino era di fianco a una poltrona su cui sedeva una giovane donna intenta a ricamare: un angolo intimo nel vasto locale della cucina. Ricciardi sapeva che si chiamava Enrica ed era la prima dei cinque figli di un commerciante di cappelli; una famiglia numerosa: una delle sorelle di Enrica, sposata e madre di un bambino piccolo, abitava con il marito nel medesimo appartamento.
La giovane ricamava con la mano sinistra, assorta; portava gli occhiali cerchiati di tartaruga. Di lei Ricciardi sapeva anche che piegava un po' la testa quando era concentrata; aveva i gesti fluidi e aggraziati, anche se quando discuteva non sapeva dove mettere le mani; era mancina; inoltre all'improvviso rideva, quando giocava coi fratellini o il nipotino; e qualche volta piangeva, quando era da sola e pensava che nessuno la vedesse.
Non c'era sera che lui non passasse un po' di tempo alla finestra, a vivere di riflesso la vita di Enrica: l'unica vacanza che concedeva al proprio animo straziato. La vedeva a cena, serena e amabile con la sua famiglia, sedere alla sinistra della madre. Ascoltare la radio, con espressione attenta e raccolta, o un disco al monumentale grammofono, rapita e con un accenno di sorriso. Leggere con il capo piegato, umettando il dito per girare la pagina. Discutere, quieta e testarda a sostenere le proprie ragioni. Non le aveva mai parlato, ma non c'era nessuno, di sicuro, che potesse conoscerla meglio di lui.
Non le aveva mai parlato. N pensava che sarebbe mai accaduto. Una domenica, non potendolo fare la tata, era andato ad acquistare la verdura dall'ambulante che scendeva da Capodimonte: aveva pagato, si era girato col fascio di broccoli sotto il braccio e se l'era trovata di fronte, faccia a faccia. Ancora rabbrividiva al ricordo dello straordinario miscuglio di piacere, imbarazzo, gioia e terrore che aveva provato: in seguito avrebbe rivisto centinaia di volte, nel dormiveglia prima di addormentarsi o appena sveglio, il nero profondo di quegli occhi. Era fuggito, col cuore che saltava in petto, un forte battito nelle orecchie. Senza voltarsi, perdendo broccoli lungo la via, le palpebre semichiuse per trattenere l'immagine di quelle gambe lunghe e di quell'accenno di sorriso che aveva forse intravisto. E come potrei parlarti? Che cosa ti potrei dare io, tranne la pena di vedermi eternamente esausto?
Nel piccolo cono di luce, Enrica continuava a ricamare inconsapevole.
Prima di abbandonarsi al sonno, Ricciardi ripens al pagliaccio e al suo disperato ultimo canto.
Io sangue voglio, all'ira m'abbandono, in odio tutto l'amor mio fin..
Cosa induce un uomo in punto di morte a cantare? Stava preparandosi a entrare in scena? Ripassando la parte? Perch piangeva? Ricordava bene il solco della lacrima sul cerone.
O forse il pianto aveva espresso un'emozione legata all'opera? E in questo caso, quale? Cosa c'era, in questa rappresentazione, di particolare? Perch, mentre in scena si cantava da oltre un'ora, il protagonista era ancora in camerino a truccarsi? Doveva capirne di pi. Entrare nella vita di Vezzi e nel suo curioso mestiere fatto di finzione. Avrebbe chiesto aiuto a quel prete.
E mentre il vento scuoteva le imposte, Ricciardi and incontro a un sogno confuso, nel quale una mano mancina ricamava davanti a un pagliaccio in lacrime.

12.

La mattina dopo il vento freddo non era calato d'intensit: nuvoloni neri e pesanti correvano in cielo, lasciando che i raggi del sole illuminassero a tratti pezzi di citt; come fossero riflettori, puntati a caso per far risaltare particolari anche senza importanza. Lungo la via per la questura, Ricciardi aveva visto uomini inseguire cappelli, bambini scalzi giocare a barca a vela con i cenci con cui si coprivano, incuranti del freddo, e mendicanti infagottati negli stracci cercare requie nei portoni dei palazzi per venirne scacciati da custodi intolleranti.
Ricciardi pens a quanto potesse cambiare, la citt, col cambiare del tempo. Nel vento freddo e nella luce incerta, i vecchi palazzi brulicanti di vita diventavano grotte scure, e i cantieri delle nuove costruzioni sembravano monumenti alla solitudine e all'abbandono.
Giunto in ufficio, trov all'ingresso l'usciere del vicequestore Garzo, il suo superiore. L'ometto, un po' per il freddo, un po' per un evidente stato di ansia, batteva lievemente i piedi per terra e si strofinava le mani.
- Ah, dottor Ricciardi; finalmente, mi stavo congelando, tira un vento... Il dottor Garzo vi richiede nel suo ufficio, subito.
L'usciere si chiamava Ponte: era uno di quelli che del commissario aveva molta soggezione e un po' di superstizioso timore. Evitava sempre di incrociarne lo sguardo e di trovarsi sul suo cammino. Anche in quell'occasione guardava un po' a terra, un po' in cielo, un po' di lato; gettando di tanto in tanto rapide occhiate al suo interlocutore. Ricciardi ne era infastidito, sia perch sospettava la ragione di tanta agitazione, sia per la difficolt di capire dalla sua espressione di che cosa si trattasse.
- A quest'ora? Di solito ci sono solo io fino alle dieci, su questo piano. Va bene. Mi tolgo il cappotto e vengo.
- No, dottore, per favore: il vicequestore ha detto: "Lo voglio immediatamente nel mio ufficio". Sta qua dalle sette e mezzo! Vi prego, dotto' : quello se la piglia con me!
- Ho detto che voglio togliermi prima il cappotto. Dovete aspettare, voi e il vicequestore. Spostatevi, per piacere.
Di fronte al tono brusco, Ponte si spost di fianco, con un saltello. Ma si capiva che era profondamente a disagio. Ricciardi entr con tutta calma nell'ufficio, ripose il soprabito nell'armadio di legno scuro, si ravvi i capelli e segu il concitato usciere lungo il corridoio.
Angelo Garzo era un arrivista. Tutta la sua vita, non solo la carriera, era improntata a quella pulsione; alle soglie dei quarant'anni mordeva il freno per avere in assegnazione una questura, anche minore.
Pensava di possedere tutti i requisiti: bella presenza, ottime relazioni, una famiglia perfetta, dedizione al lavoro, iscrizione al partito e partecipazione a ogni iniziativa politica, attitudine a compiacere i superiori e polso fermo coi sottoposti. Si considerava dotato di capacit organizzative, era un presenzialista coscienzioso e costante, moderatamente mondano e, a proprio giudizio, simpatico a sufficienza. Ma in realt si trattava di un inetto.
Il cammino compiuto fino all'attuale posizione era stato di volta in volta segnato dalla delazione, l'astuzia, il servilismo nei confronti dei superiori: e soprattutto dall'abile sfruttamento delle capacit dei sottoposti.
Fu quindi con quello spirito che accolse il commissario Ricciardi quando questi si affacci alla porta, accompagnato dall'usciere.
- Caro, carissimo Ricciardi! Vi attendevo con ansia! Prego, entrate -. Aveva fatto il giro della scrivania, perfettamente pulita da qualsiasi ingombro se non per un foglio, posto proprio al centro. Poi si rivolse duro a Ponte, sibilando: - E s che avevo detto subito! Togliti di torno.
Ricciardi entr. Pur essendo di dimensioni simili alla sua, la stanza di Garzo si presentava ben diversamente. Molto ordinata, senza pile di rapporti e di vecchi faldoni, la grande libreria alle spalle della scrivania colma di austeri volumi sulle leggi e il diritto, evidentemente mai sfogliati. Sull'ampio schienale della poltrona in pelle marrone spiccava, in corrispondenza della testa, un morbido panno verde. Davanti alla scrivania, due sedie in pelle rosso scuro con un piccolo cuscino. Un grande portafiori sormontava un mobile basso aperto, nel quale si vedevano una bottiglia di cristallo e quattro bicchierini da rosolio. Alle pareti, oltre ai due ritratti d'ordinanza, una lettera di encomio ordinario conferito alla questura di Avellino, di cui Garzo si era indebitamente appropriato. Sulla scrivania, a completamento del sottomano e del tagliacarte in pelle verde, la fotografia di una donna non bella ma sorridente, con due bambini seri in divisa da marinaretto.
Di tutto quello sfarzo, Ricciardi invidiava solo la fotografia.
Nei corridoi si diceva che la moglie di Garzo fosse nipote del prefetto di Salerno e che da quel matrimonio dipendesse gran parte della sua carriera. Comunque, pens Ricciardi, nella tua vita c' un sorriso. Nella mia, solo una mano che ricama, osservata da troppo lontano.
Garzo, con la sua voce suadente e impostata, accompagnava con gesti fluidi le proprie parole.
- Accomodatevi, prego. Sedete pure. Vedete, Ricciardi, io so bene quello che potete credere: che vi manca l'apprezzamento esplicito del superiore, che il vostro lavoro non sempre  ben valutato, che non vi sono destinate le menzioni che vorreste. So bene anche che, in occasione della splendida e rapida soluzione del delitto Carosino, vi sareste aspettato un encomio del signor questore, che invece nell'occasione prefer rivolgere il proprio plauso all'intera squadra mobile, attraverso la mia modesta persona. Ma, e questo vi deve essere sempre saldo nella mente, la mia stima e la mia considerazione non vi vengono mai meno. E se dovesse crearsi una situazione positiva, vi saprei dimostrare coi fatti quanto io apprezzi la vostra collaborazione.
Ricciardi ascoltava, cupo, le mani in perenne movimento. Era consapevole di quanto fossero false le parole di Garzo, che lo considerava una minaccia alla propria posizione. Il vicequestore avrebbe fatto volentieri a meno di quello strano uomo silenzioso, senza un amico, mai una confidenza, che a quanto si diceva non aveva affetti n particolari inclinazioni sessuali che lo rendessero pi vulnerabile. Purtroppo era un funzionario assai capace: casi apparentemente intricatissimi, che lui non avrebbe saputo nemmeno leggere nella propria interezza, venivano risolti da quell'individuo con abilit quasi soprannaturale. Come se fosse vero quello di cui si mormorava in giro: che avesse un dialogo col diavolo in persona che gli raccontava le proprie malefatte. Garzo era convinto che, per riuscire a capire cos bene il crimine, bisognava essere un po' criminali. Per questo lui, una brava persona, non ne capiva niente.
- Perch mi avete cercato? - tagli corto Ricciardi.
Garzo sembr quasi risentito dal fare brusco del commissario; ma fu un attimo. Riprese subito a blandirlo, con tono conciliante.
- Giusto, giusto: non abbiamo tempo da perdere. Siamo uomini d'azione. Dunque, ieri sera al San Carlo. Io non c'ero, situazioni di lavoro, indifferibili; non ho mai tempo per divertirmi anch'io. Ho saputo del vostro tempestivo intervento, mi complimento, anche voi al lavoro a quell'ora tarda. Col vostro milite, il brigadiere, come si chiama... Maione, s. Com' andata? So che siete stato un po' ... brusco, come dire. A volte, io lo so bene, non che non sia necessario. Ma, diamine, c'erano il signor prefetto, il principe d'Avalos, i Colonna, i Santa Severina... non c'era modo di evitare di prendere le generalit? Voi, Ricciardi, a volte siete troppo... diretto. Io lo dico per voi: siete tanto bravo, dovreste essere pi diplomatico, almeno con quelli che contano. Ci sono state lamentele. Anche il sovrintendente, Spinelli. Un frocetto, ma con amicizie importanti.

Ricciardi non aveva mosso un muscolo: aveva ascoltato in silenzio, senza un battito di ciglia.
- Liberissimo di conferire l'incarico ad altri, dottore. Io lavoro cos. Secondo le procedure, mi sembra.
- Ah, ma certamente! E io non mi sogno minimamente di assegnare ad altri l'incarico. Non c' nessuno che potrebbe risolvere meglio questo caso. Per questo vi ho cercato cos presto. A che punto siamo?
- Cominciamo stamattina. Faremo un nuovo sopralluogo, sentiremo i testimoni. Ci lavoreremo, senza sosta.
- Ecco, bravo: senza sosta. Sar franco con voi, Ricciardi. Si tratta di una cosa grossa, pi grossa di quanto noi possiamo immaginare. Questo cantante... Vezzi... nel suo campo era il massimo, pare. Gli appassionati lo adoravano, un vero e proprio orgoglio nazionale. E in tempi come questi, in cui l'orgoglio nazionale  un valore assoluto... Pare che lo stesso Duce lo ammirasse e lo andasse ad ascoltare, quando cantava a Roma. Dicono addirittura che valesse quanto e pi dello stesso Caruso. E il fatto che la cosa sia successa qui, nella nostra citt, ha gettato le autorit nello sgomento. Ma, parliamoci chiaro,  anche un'opportunit. Se dovessimo trovare il colpevole con la solita rapidit e con completezza, come sapete fare voi, insomma, questo mi... ci porterebbe direttamente all'attenzione delle massime cariche dello Stato, Ricciardi. Lo capite questo?
- Capisco che c' un morto, dottore. Un morto ammazzato; e un assassino che cammina libero per la citt. Ci vorr il tempo che ci vorr, come sempre, faremo tutto quello che si deve fare, come sempre. Senza perdere tempo. Se non perdiamo tempo.
Stavolta Garzo non pot fare a meno di rilevare il freddo sarcasmo nelle parole del commissario.
- Sentite, Ricciardi, - disse aggrottando la fronte, - non ho intenzione di starmene qui a farmi mancare di rispetto. Vi ho chiamato per dirvi quanto  importante quest'indagine, anzitutto per il vostro bene. Non esiter, lo sapete, ad ascrivervi il fallimento, se doveste fillire. Io non metto in gioco la mia carriera per i vostri errori. Fate bene e andr bene per tutti. Fate male e pagherete. Vedete questo? - disse, mostrando il foglio che aveva sulla scrivania. - Questo fonogramma arriva dal ministero dell'Interno. Ci incarica di rendere noto ogni minimo progresso nelle indagini. Ogni minimo progresso, m'intendete, Ricciardi? Rendetemi conto, passo per passo. Il signor questore a sua volta render conto a Roma. Ogni altra cosa di cui vi state occupando  sospesa.
Finalmente Ricciardi riconosceva il vero Garzo.
- Come al solito, dottore. Seguir la cosa come al solito. Con tutta la necessaria attenzione.
- Non dubito, Ricciardi. Non dubito. Potete andare.
Fuori dalla porta, l'usciere Ponte evit accuratamente di guardarlo.

13.

Don Pierino aveva detto messa alle sette: gli piaceva. Vedere le persone che cercavano Dio prima di cominciare la guerra di un'altra giornata. A quell'ora non c'era distanza sociale fra i banchi, uomini e donne diversamente abbigliati ma con lo stesso impulso.
Quella mattina, poi, il tempo era strano e bellissimo: il vento ululava forte nella stretta navata centrale e dalle alte vetrate la luce era intermittente, come a far capire che non era dovuta, ma da ottenere con fatica, come i frutti della terra e il pane della giornata.
Finita la messa, don Pierino aveva indossato il consunto soprabito e, tenendosi il cappello con una mano, si era avviato verso la vicina questura per l'appuntamento con il commissario. Dalla sera prima, aveva pensato molto a quello sguardo intenso e a quello che ci aveva visto dentro.
Alla naturale attenzione verso il prossimo, la pratica sacerdotale aveva aggiunto l'attitudine a riconoscere i sentimenti celati dietro le espressioni, al di l delle parole dettate dalle circostanze; per cui il piccolo prete aveva imparato a tenere due dialoghi contemporanei, uno con la bocca e l'altro con gli occhi. Offrendo aiuto a chi ne aveva bisogno e non trovava la forza di chiederlo.
Gli occhi del commissario, quei formidabili occhi verdi: una finestra sulla tempesta.
Don Pierino ricordava che, appena presi i voti, aveva prestato assistenza in un vecchio ospedale irpino, dove in una stanza venivano rinchiusi i bambini affetti da malattie contagiose; la porta della camerata aveva un vetro,
al quale stava sempre incollato un bimbo malato di colera. Negli occhi di quel bambino, che guardava i giochi dei coetanei meno sfortunati che potevano stare insieme, aveva letto una disperazione simile. Nel piccolo segno del vapore del respiro, il senso dell'esclusione, dell'immensa solitudine, la condanna a stare ai margini della vita degli altri, senza condividerla mai.
Camminando controvento, il prete scopr che in fondo non gli dispiaceva incontrare il poliziotto, incuriosito da quell'intelligenza disperata.
Ricciardi and ad accogliere don Pierino sulla porta del proprio ufficio: gli strinse la mano, una stretta breve e forte, senza neppure un accenno a baciarla. Lo fece accomodare davanti alla scrivania sulla quale, not il viceparroco, non c'erano fotografie e neppure oggetti che potessero dire qualcosa della vita di chi ci lavorava. Solo uno strano fermacarte, un pezzo di ferro annerito e semifuso, dal quale spuntava una penna di metallo stilizzata, come a ingentilire l'arnese.
- Che strano, - disse il prete, accarezzando brevemente l'oggetto.
- Un pezzo di granata, risale alla guerra.
- Avete fatto la guerra?
- No, ero l'unico figlio di una madre vedova. Me l'ha portata un vecchio amico: la granata lo ha quasi ucciso e lui ne voleva conservare il ricordo. Si dice, no? Quello che non uccide, fortifica.
- Si dice, s. Ma fortifica anche l'aiuto. Degli altri, di Dio.
- Quando c', padre. Quando c'. Allora, cosa mi dite di ieri? Ci avete pensato un po'? Vi siete fatto un'idea di quello che pu essere accaduto? Magari, di chi potrebbe essere stato?
- No, commissario: io un'idea del genere non me la potrei mai fare, neanche volendo immedesimarmi e, credetemi, non voglio. E poi, una voce come quella! Come si pu anche solo immaginare di spegnerla per sempre? Un dono per noi tutti, direttamente dal Padreterno.
- Perch, padre? Era cos bravo, questo Vezzi?
- Non bravo: celestiale. Mi piace pensare che gli angeli abbiano voci come quella di Vezzi, per cantare le lodi del Signore in paradiso. Se fosse cos, nessuno avrebbe paura di morire. Io l'ho sentito due volte, nel Trovatore di Verdi e nella Lucia di Lammermoor di Donizetti; lui naturalmente era Manrico nella prima ed Edgardo nella seconda. Avreste dovuto sentirlo, commissario. Ti strappava il cuore dal petto, lo portava in cielo a bagnarlo nella luna e nelle stelle e te lo restituiva luccicante, rinnovato. Quando finiva di cantare io scoprivo di avere il volto bagnato dalle lacrime; e non mi ero accorto di avere pianto. Vederlo da vicino, ieri, mi ha fatto tremare il cuore.
Ricciardi ascoltava il prete, fissandolo al di sopra delle mani unite davanti alla bocca. Sentiva il fanciullesco entusiasmo e si chiedeva come potesse una finzione come l'opera procurare una simile emozione. E provava anche un poco d'invidia, perch un benevolo stato d'animo, cos profondo, lui non l'aveva mai conosciuto.
- E stavolta, come aveva cantato?
- No, commissario, stavolta non aveva ancora cantato. Era la prima, ieri: la sera della prima rappresentazione. E lui non era ancora in scena.
- E come mai era gi in corso la rappresentazione? Chi stava cantando, allora?
- Ah, capisco la vostra perplessit: vi devo spiegare, prima. Dunque, in genere si rappresenta un'opera sola, in tre o pi atti. In questo caso, invece, trattandosi di opere brevi, se ne rappresentano due: Cavalleria rusticana di Mascagni e Pagliacci di Leoncavallo. Sono due opere che risalgono allo stesso periodo, la prima  del 1890 e la seconda del '92, mi pare.
- E Vezzi cantava solo in una delle due?
- S, in Pagliacci. Lui ... lui sarebbe stato Canio, il protagonista. Un ruolo difficile, ho letto che in questa parte era ancora pi grande del solito.
- Era la seconda opera, allora.
- S, bravo, la seconda. Si rappresentano cos, in genere: prima Cavalleria e poi Pagliacci, che  pi trascinante e colorata, quindi l'attenzione degli spettatori  catturata pi facilmente. Personalmente, dal punto di vista musicale preferisco Cavalleria, che ha un intermezzo straordinario. Ma in Pagliacci ci sono alcune arie bellissime, proprio nella parte di Canio. Vezzi non avrebbe mai fatto, per esempio, Turiddu in Cavalleria.
Ricciardi ascoltava con la massima attenzione. Recepiva le informazioni in maniera famelica, riflettendo sulle situazioni che si potevano essere create durante la sera del delitto.
- Ma, a parte i ruoli principali, la compagnia  la stessa?
- Pu esserlo, ma in genere non lo . Nella fattispecie, Vezzi aveva una compagnia messa insieme espressamente per lui; mentre Cavalleria  stata interpretata da una compagnia che si esibisce frequentemente al San Carlo. Normalmente vanno cos, senza infamia e senza lode: ma stavolta sono andati veramente benissimo,  stata una splendida sorpresa. Anche se poi, purtroppo, questo aspetto  passato in second'ordine: certo la serata non verr ricordata per l'esibizione.
- Quindi, le prove sono separate? Le compagnie non entrano mai in contatto?
- No, a parte qualche prova dell'orchestra, in cui vengono studiati e ripetuti i singoli attacchi e qualche scena,  difficile che le due compagnie arrivino a sovrapporsi. Anche nelle recite, come ieri sera, tra le due rappresentazioni c' un tempo sufficiente all'avvicendamento senza contatto. Naturalmente molti si conoscono. L'ambiente  pur sempre lo stesso.
- Ah, l'orchestra. L'orchestra  comune, no?
- Certo, l'orchestra  comune. E' quella del teatro, col suo direttore. Un gentiluomo, oltre che un professionista: Pelosi, il maestro Mariano Pelosi. A suo tempo sembrava dover avere una carriera luminosissima, un Toscanini insomma. Poi si  fermato. Ma  un direttore pi che decoroso e il San Carlo  uno dei massimi teatri del mondo.
- E le due opere? Ditemi qualcosa sulle trame.
- Eh, le due opere. Hanno argomenti simili, anche se trattati diversamente. Cavalleria rusticana  tratta da Verga, ambientata in Sicilia la mattina di Pasqua. Ha un solo atto, con quell'intermezzo che vi ho detto. C' quest'uomo, Turiddu, un tenore, che  fidanzato con Santuzza ma ama ancora Lola, la sua vecchia compagna, che per  sposata con Alfio, un baritono, che fa il carrettiere. Insomma, due coppie, un amore vecchio e due nuovi. Santuzza, presa dallo sconforto e dalla gelosia, dice ad Alfio dei due e, in un duello finale, Alfio uccide Turiddu. Sono pi belle le parti femminili in quest'opera, secondo me: Lola, Santuzza e Lucia, la mamma di Turiddu. Pagliacci invece si svolge in Calabria. Dura quanto Cavalleria, pi o meno. Una compagnia di attori arriva in questo paesino: il capo di tutti  Canio, il tenore, che Vezzi avrebbe interpretato. E' un uomo tutt'altro che allegro, nonostante abbia il ruolo di un pagliaccio; in realt  avvelenato dalla gelosia per la moglie Nedda, che fa Colombina, quando recitano. Questa lo tradisce, in effetti, con Silvio, un giovane ricco, che abita in paese. Alla fine, in una scena drammatica e bellissima, si passa dalla finzione alla realt e Canio uccide sia Nedda che il suo amante, strappandosi di dosso il costume. Il bello dell'opera, a parte la musica,  questo mischiarsi della verit e della recita: la gente non capisce se fingono o fanno sul serio, finch non scorre il sangue. Come vedete, commissario, la tematica  la stessa: gelosia, amore e morte. Come spesso, purtroppo, anche nella vita di tutti i giorni, no?
- Forse, padre. Ma, forse, la vita di tutti i giorni ha anche altre complicazioni. C' la fame, ad esempio. Nelle vostre opere liriche c' mai la fame? Sapeste quanta fame, nei delitti, padre. Ma torniamo a Vezzi. Che voi sappiate, com'era Vezzi nella vita? Benvoluto?
- Non saprei. In genere, quando posso e grazie alla cortesia di Patrisso, il mio parrocchiano che fa il custode dell'ingresso dei giardini, mi piace assistere alle prove, soprattutto a quelle generali che sono in costume. Ma stavolta la prova l'hanno fatta a porte rigidamente chiuse, per Pagliacci. Attorno a Vezzi c' grande attenzione: si dice che sia addirittura il tenore preferito di Mussolini.
- S, ho sentito. Va bene, padre. Vi ringrazio molto. Se dovesse servirmi qualche altra informazione, posso disturbarvi? Sapete, come vi ho gi detto, non ne so molto di queste cose.
- Certamente, commissario. Per lasciatemi dire una cosa: non sarebbe sbagliato, forse, se ascoltaste un po' di lirica. Vi farebbe bene vedere come pu essere bello un sentimento, la sua espressione.
Don Pierino vide passare negli occhi verdi di Ricciardi un'ombra di dolore immenso. Non un ricordo; piuttosto una condizione. Come se, soltanto per un attimo, il poliziotto gli avesse aperto una finestra su un territorio misterioso della sua anima.
- I sentimenti li conosco, padre. E se ne pu anche avere abbastanza: Grazie. Potete andare.
Sulla porta, don Pierino incroci Maione che stava entrando.
- Buongiorno, padre. Avete gi tenuto la vostra lezione sull'opera?
- Buongiorno a voi, brigadiere. Qualche notizia l'ho data, s: ma non credo che il commissario sar mai uno spettatore assiduo del San Carlo. Se avete bisogno, io sono in parrocchia.
Maione, dopo aver rivolto a Ricciardi un mezzo saluto militare, si sedette.
- Allora, commissa' : abbiamo rilevato le deposizioni di ieri sera, questa  la lista di quelli che erano in scena per la Cavalleria rusticana e dei professori d'orchestra. Il dottor Modo, che stamattina ci aspetta all'ospedale ma non prima di mezzogiorno, ha gi detto che Vezzi non pu essere morto prima di un'ora da quando  stato trovato, quindi la prima opera era gi in corso. Questo dovrebbe escludere sia i cantanti della Cavalleria sia gli orchestrali, no? Quali erano i loro movimenti durante l'opera? Questa invece  la lista di quelli dei Pagliacci, che secondo me dobbiamo controllare bene.
- Tutto, dobbiamo controllare bene. Il personale?
- Abbiamo visto, non  che poi fossero molti, quelli che potevano accedere ai camerini:  un'area gi ristretta in genere, poi quando viene Vezzi, mi diceva il portiere, diventa come un albergo di lusso. Pare che quando 
qualcuno si presentava alla portineria, Vezzi pretendesse che fosse chiesto direttamente a lui se la persona poteva passare. Quindi, possiamo non considerare gli addetti al pubblico, i camerieri, questi qua insomma.
Ricciardi sapeva bene che Maione aveva verificato a fondo le informazioni, prima di presentarsi a lui. E che poteva fidarsi di queste notizie.
- Chi troviamo, stamattina al San Carlo?
- Il sovrintendente, sicuro: quello sta come un pazzo, ieri saltava a destra e a sinistra, piagnucolava, dava un fastidio enorme. Ce l'aveva con voi, diceva che vi faceva togliere l'indagine. Poi, l'orchestra: mi hanno detto che devono provare ogni giorno,  un fatto di contratto. Noi abbiamo chiuso solo l'area dei camerini, i giardini di Palazzo Reale sotto le finestre e l'ingresso laterale, quindi possono lavorare tra palcoscenico e sala. Poi, hanno chiamato quelli di Vezzi, l'impresario, un tal Marelli, uno del Nord Italia, anche a nome della moglie, una ex cantante di Pesaro, Lucani Livia. Volevano sapere quando avrebbero potuto ritirare il cadavere per i funerali. Ho detto di richiamare pi tardi. Comunque stanno venendo a Napoli, sono in viaggio da stanotte, arriveranno in serata alla stazione.
- Appena arrivano ci voglio parlare. Ora andiamo a teatro.

14.

Nel corridoio degli uffici, come al solito infreddolito, c'era Ponte, l'usciere di Garzo. Appena vide Ricciardi e Maione si fece avanti.
- Dottore, il vicequestore voleva... se potevate passare un momento...
- No, non posso. Al ritorno, forse. Sto seguendo le indagini, senza perdere tempo: secondo i suoi ordini. Presentate i miei saluti.
E andarono via per le scale, lasciando l'ometto raggelato in tutti i sensi e col problema di dover affrontare da solo l'ira del vicequestore.
Ricciardi non intendeva sprecare ore preziose; sapeva fin troppo bene come le soluzioni delle indagini fossero un gioco a tempo, in cui le probabilit di successo si assottigliavano col passare anche solo dei minuti. Un vecchio commissario con cui aveva lavorato sosteneva che a quarantotto ore dal delitto l'assassino non si scopre pi, a meno che non sia lui a consegnarsi. E questo succedeva le rare volte in cui la voce della coscienza diventava assordante e precipitava l'anima degli assassini dritto all'inferno. Pi spesso, assai pi spesso, prevaleva la voglia di evitare l'inferno in terra, cio la punizione degli uomini.
Un paio d'anni prima, un pregiudicato arrestato per furto, dopo essersi sottomesso al fermo ed essere rimasto fino a quel momento in silenzio, aveva sfilato la pistola a una delle due guardie che lo accompagnavano, proprio li nel cortile della questura, e senza esitare si era sparato un colpo alla tempia ammazzando con lo stesso proiettile anche la guardia che aveva al fianco opposto.

Per mesi Ricciardi aveva visto i due nell'angolo del cortile: l'arrestato urlava che nell'inferno del carcere non ci tornava, la guardia chiamava la moglie e il figlio, tutti e due con un bel buco nella tempia destra e il cervello che misto a sangue nero colava dal foro d'uscita del proiettile.
Fuori, la citt turbinava nel vento. Le raffiche violente non permettevano ai passanti di attraversare lo spazio aperto delle strade o delle piazze, per cui tutti camminavano lungo i muri. I pesanti tram sulle rotaie sembravano oscillare sotto le forti sferzate: i cocchieri delle rare carrozze erano curvi sulla seduta, la frusta stretta fra le mani. Nell'aria, l'odore della legna bruciata dalle stufe e del letame di cavallo si rinnovava a ogni folata. Gli alberi che fiancheggiavano le vie scuotevano la chioma, rami spezzati e larghe foglie verdi si sollevavano e ricadevano, nell'imitazione fuori stagione di un autunno ancora lontano.
Ricciardi e Maione arrivarono al San Carlo in un vortice di pagine di giornale e cappelli strappati ai loro proprietari. Come sempre, il brigadiere procedeva a un passo dal commissario, che camminava  capo scoperto e con lo sguardo fisso a terra. Stava pensando a quello che aveva saputo dal prete sulla trama delle opere. Ti piacciono tanto i tuoi sentimenti in maschera, padre? Ma che cosa c' di tanto bello in gente che si ammazza a coltellate cantando? Ti farei vedere io, se potessi. Sai quanto dura l'eco di una coltellata? Non c' niente di bello in un uomo. che urla il suo odio ogni giorno per mesi, con le budella che gli escono incessantemente da uno squarcio nella pancia.
Nel teatro il clima era ben diverso dalla sera precedente. Le luci spente, le pulizie completate. Lo sfarzoso ingresso era freddo e silenzioso. Un giovane cronista, incassato in una poltroncina e avvolto in un pesante cappotto, si alz come spinto da una molla.
- Salve, voi siete il commissario Ricciardi? Sono Luise, del "Mattino". Posso farvi qualche domanda?
- No. Per potete andare in questura, dove il vicequestore Garzo sar lieto di rispondervi.
- Veramente il mio caporedattore, il dottor Capece, mi ha detto che dovevo parlare con voi, che seguite direttamente le indagini.
- Giovanotto, vi prego: non mi fate perdere tempo. Ho da fare, perci non risponder a nessuna domanda; abbiate la compiacenza di togliere il disturbo.
Il camerino di Vezzi, a parte il cadavere rimosso, era uguale alla sera precedente. Il sangue ormai rappreso macchiava di scuro il tappeto, il divano, le pareti. Nell'angolo, Ricciardi guardava l'immagine del tenore che ripeteva il suo canto, con le lacrime che gli rigavano il volto e la mano protesa.
Le braccia conserte, la ciocca di capelli sul naso affilato, il commissario si stava chiedendo cosa poteva voler fermare, con quella mano, il tenore. E perch poi era finito seduto, con la faccia in mezzo al vetro e una lunga scheggia in un'arteria. Si avvicin al divano, osserv il cappotto. Posto che sia stato messo qui dopo la morte del tenore, pens, chi e perch lo ha riportato indietro? Un assassino che riesce ad allontanarsi dal luogo del delitto non ci torna subito, se non  costretto a farlo. E con tutta quella gente, chi poteva muoversi liberamente attorno ai camerini? Con un sospiro, Ricciardi chiam Maione: era ora di conoscere pi da vicino l'uomo che cantava nell'angolo, perdendo sangue a fiotti dalla gola.
Il segretario di Vezzi era un uomo visibilmente sconvolto. Stefano Bassi, questo era il suo nome, non sapeva pensare alla propria vita senza il maestro.
- Non avete idea, commissario. Non avete idea, di quello che il maestro  stato per me. Non posso credere che tutto ci sia vero. E poi in questo modo atroce.
Il segretario parlava con voce tremante e in maniera sconnessa, torcendosi le mani. Persona ordinata e di aspetto piacevole, lo stile azzimato, il fisico sottile, Bassi era sempre stato l'immagine dell'efficienza; ma ora, rimasto privo del suo punto di riferimento, non sapeva da che parte incominciare. Si aggiust gli occhiali cerchiati d'oro sul naso.
- Non c' stato attimo in cui mi sono separato da lui. Ma questa maledetta abitudine di truccarsi e vestirsi da solo... Era una specie di scaramanzia, una fissazione. Il vezzo di Vezzi, diceva sempre. Non lo sentir pi ridere; e nemmeno cantare, con quella voce d'angelo. Non posso crederci.
- Dove eravate ieri, durante la rappresentazione di Cavalleria rusticana? Quando lo avete visto, l'ultima volta?
- Ero in sala col sovrintendente, potete facilmente verificare. Non mi sono mosso, tutto il tempo. Bravini, peraltro: soprattutto il baritono, quello che faceva Alfio. Il maestro lo avevamo salutato prima, quando era andato in camerino: diceva sempre che nessuno fuori dalla scena lo doveva vedere in costume, che portava male. Aveva un carattere, come dire, volitivo, ecco. Non bisognava contraddirlo. Una di quelle persone che vanno dritte per la loro strada, senza deviazioni. Sapeva essere... duro. Ma se lo si accontentava, sparendo al momento giusto, allora era il capo ideale.
- Sparire? Al momento giusto? In che senso?
- Nel senso che spesso chiedeva di essere lasciato libero. Libero di fare quello che voleva. Era un artista, sapete? Un grande artista; il pi grande, nel suo campo. Lo stesso Duce...
- ... lo riteneva il migliore di tutti, un orgoglio nazionale, lo so. E ieri? Avete notato se era, che so, di cattivo umore, o diverso dal solito?
Bassi fece una risatina nervosa.
- Cattivo umore? Si vede che non lo avete conosciuto. Il maestro era sempre di cattivo umore. Riteneva il mondo intero inferiore a lui e indegno di frapporsi tra lui e il posto che voleva raggiungere. Spazzava via con un gesto della mano, come con una mosca, chiunque si trovasse sul suo passaggio. Cos ha fatto ieri sera, al momento di ritirarsi in camerino un'ora prima dell'inizio di Cavalleria. Amava truccarsi da solo, non saprei dire perch: forse lo distendeva. Secondo me, non considerava nessun truccatore degno di mettergli le mani sulla faccia.
- Un bel tipo. Voi lavoravate da molto per lui?
- Da un anno e mezzo. Credo di essere quello che ha resistito di pi. Chi mi ha preceduto,  finito in ospedale col naso rotto... Io andavo meglio perch, un po' per carattere, un po' per bisogno, sono uno che sopporta. Poi, il maestro era uno che pagava benissimo. Come far, adesso?
- Che voi sappiate, aveva dei nemici? Qualcuno che poteva avere interesse a volerlo morto, intendo. Soldi, donne. Qualunque cosa.
- Volete sapere se c'era qualcuno che aveva subto un torto o che il maestro aveva maltrattato in qualche modo? Be', ci passeremmo l'intera giornata. Ma volerlo morto... Vedete, commissario, il mondo della lirica  particolare: sulle spalle degli artisti ci campa un sacco di gente. Impresari, discografici, proprietari di teatri, gente come me. Quando poi capita un grandissimo artista, uno che muove folle immense di persone, che fa ogni volta il tutto esaurito, allora credetemi, commissario, nessuno lo vuole morto, n tantomeno invecchiato, malato o pazzo. Tutti ce lo coccoliamo e sopportiamo volentieri qualche mattana; o un ceffone, di tanto in tanto.
- E fuori dall'ambiente?
Bassi si aggiust nuovamente gli occhiali sul naso.
- Nulla nella vita del maestro era fuori dall'ambiente. Quando uno  cos grande ed  anche abituato a essere considerato tale, non pu frequentare nessuno, fuori dall'ambiente. In un anno e mezzo, credo di non averlo mai visto parlare con nessuno che non avesse a che fare con la lirica.
- Da quanto tempo eravate in citt?
- Questa volta? Da tre giorni. Il tempo di preparare la rappresentazione, il maestro fa soltanto la prova generale e senza costume, lui in abiti normali e gli altri con quelli di scena: gli piaceva cos. Venivamo da Roma, dove abbiamo concluso accordi per una tourne in America che si sarebbe dovuta fare in autunno. Come faremo, adesso, proprio non lo so. Dovr parlare col signor Marelli, l'impresario agente del maestro. Arriver in serata, col treno.
- S, lo so. Ci dovr parlare anch'io. Potete andare: ma non vi allontanate dall'albergo, potrei avere ancora bisogno di voi.

15.

- Certo, commissa', - disse Maione, quando Bassi fu uscito, - doveva essere proprio un bel tipo di bastardo, questo maestro Vezzi. Sar stato pure bravo, bravissimo, ma era un bastardo. Ho sentito dire ieri, sul palcoscenico dove abbiamo riunito tutti, che alla prova generale si  presentato con due ore di ritardo e, siccome aveva detto che voleva provare per prima la sua opera, lo hanno dovuto aspettare tutti. E quando il direttore d'orchestra si  permesso di lamentarsi, lo ha insultato a voce alta per dieci minuti, lo ha mortificato assai. Ci volete parlare, col direttore?
Ricciardi annu, distratto; sia Bassi che don Pierino avevano detto qualcosa che gli aveva solleticato l'istinto, ma non riusciva bene a mettere quel dettaglio a fuoco. Che cosa? Gli sarebbe tornato in mente.
Il direttore d'orchestra, il maestro Mariano Pelosi, beveva. Ricciardi se ne accorse subito, prima ancora che si sedesse davanti alla scrivania nel piccolo ufficio del direttore di scena.
Lo cap dal reticolo di venuzze sul naso, dagli occhi vacui e acquosi, dalla lieve esitazione della parola, dal tremito leggero delle mani. Ne aveva visti tanti, cos, nella sua perenne ricerca delle ragioni del dolore: il vino, un rifugio per le debolezze e anche uno stimolo per le soluzioni forti. Nel vino era facile trovare la forza di compiere un delitto, abbattere le barriere della coscienza, reagire alle proprie frustrazioni.
- Siamo tutti sconvolti, commissario. Il teatro  un posto di gioia e di sentimento, a teatro la gente trova, e deve trovare, requie dalla follia della vita quotidiana. E di questi tempi di follia ce n' tanta, non trovate? Allora non te lo aspetti, che la follia arrivi a un passo dalla scena. Sembra proprio Pagliacci, con Canio che uccide Nedda e Silvio in scena, e la gente non capisce subito se  realt o finzione. Non si capisce mai subito, se  realt o finzione.
- Il vostro rapporto con Vezzi, maestro. Mi dicono che durante la prova generale avete avuto una, diciamo cos, discussione.
- Con Vezzi, Dio si  divertito, commissario. Si  divertito a dare un talento immenso a un uomo da poco. Davvero da poco. In scena era fantastico, in quarant'anni di carriera una voce, una presenza cos, io non l'avevo mai vista. E credetemi, ne ho viste. Caruso stesso, il grande Caruso, non aveva l'estensione, la convinzione della voce di Vezzi. E poi, la capacit di stare in scena, la recitazione. Sembrava impossibile che stesse fingendo: la differenza con gli altri cantanti a volte era cos stridente da portare l'orchestra a sbagliare. Ecco: la sua bravura toglieva la convinzione agli altri, li rendeva incerti. Compagni, professori d'orchestra. Il direttore stesso. Anche me.
- E quindi? La sera della prova?
- La sera della prova, giusto. Eravamo pronti da due ore, quasi. Avremmo potuto e dovuto provare Cavalleria rusticana, perch  questo l'ordine giusto, ma Vezzi aveva preteso che si cominciasse con la sua opera, perch non voleva aspettare. La prova generale, non so se lo sapete, commissario,  in tutto e per tutto identica a una rappresentazione: si recita coi costumi di scena. Vezzi non vuole indossare il costume prima di andare in scena col pubblico; , anzi, era una sua fissazione. Gi questo confonde quelli che devono recitare con lui, sembra un intruso. Nella stessa occasione, ha ripreso con violenza sia Bartino, il baritono che recitava Tonio, sia la Siloty, il soprano ungherese che fa Nedda. Poi, questo ritardo... Io devo prendere certe mie medicine, a un'ora fissa: sono rimasto invece chiuso nella buca coi miei orchestrali, ero molto, molto nervoso. Dunque, quando  arrivato senza chiedere scusa n niente, tranquillo come se fosse in anticipo, non ci ho visto pi. Ma anche allora, senza trascendere: poteva essere mio figlio, per et. E lui... lui... ha cominciato a urlare. Che io ero un vecchio demente, un fallito...
Pelosi, raccontando, si era commosso. Le labbra tremavano e il muscolo della mascella guizzava nel tentativo di trattenere le lacrime. Tentativo inutile, perch gocce pesanti scendevano lungo le guance ispide del direttore d'orchestra. Maione tossicchi, a disagio. Ricciardi invece lo fissava inespressivo, come se non si fosse accorto dell'emozione del vecchio.
- E voi? Voi come vi siete sentito, a essere aggredito di fronte a tutti, avendo anche ragione?
- Nella vita di tutti, commissario, ci sono dei bivi. La strada si biforca, ce n' una giusta e una sbagliata; il guaio  che uno al momento non lo sa. Crede sempre di poter tornare indietro quando vuole. Invece, indietro non si torna, mai. Io la mia strada sbagliata l'ho presa tanti, troppi anni fa, per non capirlo ogni giorno. Io lo so, gli altri lo sanno. Ma la musica  la mia vita, l'unica cosa che so fare. Allora cerco di farla il meglio possibile, e di non coinvolgere altri nei miei errori. Vezzi era un grande, e dalla sua presenza tutti abbiamo, avevamo da guadagnare. I suoi insulti mi hanno ferito, s: penso che sia stato un genio e un uomo profondamente egoista e cattivo, come spesso sono i geni. Ma, lo avrete gi verificato, io non mi sono mosso tutta la sera dalla buca dell'orchestra. Non sono io il vostro assassino.
Quando Pelosi fu uscito, Maione disse: - Pi sento le persone, pi mi convinco che questo Vezzi era veramente un bastardo. Io mi chiedo, commissa', come dev'essere lavorare per uno che ti fa schifo. Pure voi, ad esempio, non  che siete assai comunicativo, per la verit. Ma noi lo sappiamo, per, come sono i vostri pensieri. Quasi tutti, almeno. Comunque,  escluso che chi era in scena, orchestra inclusa, possa averlo ammazzato.
Ricciardi sembrava seguire un proprio pensiero.
- Ricapitolando, - disse, - Vezzi muore sgozzato, o almeno con una scheggia nella carotide. Lo troviamo seduto nel camerino, la faccia sulla mensola. Sangue dovunque, tranne che sul cappotto, sulla sciarpa, sul cappello e pure su uno dei cuscini del divano. La finestra aperta, la porta chiusa. E sappiamo che per un cantante la preoccupazione principale sono i colpi d'aria, soprattutto prima di entrare in scena. Nei camerini non entra nessuno che non sia conosciuto. Tutti quelli legati nel bene e nel male a Vezzi erano in sala, e nessuno si  mosso. Tutti lo odiavano, ma nessuno aveva convenienza a fargli del male. Un bel rebus.
- Questo fatto del cappotto, della sciarpa e del cappello mi sembra importante. Quindi, qualcuno  entrato coperto e poi  scappato dalla finestra, secondo voi? Dopo aver ammazzato Vezzi?
- No. Gli indumenti sarebbero sporchi. Poi, c' un armadietto nel camerino, con la cappelliera. Vezzi era uno ordinato, lo si capisce da come teneva le cose sue, il fatto che si truccava da solo, gli oggetti da toeletta nella stanza da bagno. Qualcuno li ha tirati fuori e li ha lasciati poi a terra e sul divano. Ma perch? E come mai tutto il divano  sporco di sangue, tranne un piccolo cuscino? No, non quadra. Manca ancora qualcosa che dobbiamo trovare.
Non disse, Ricciardi, che un altro elemento erano le lacrime sulla guancia del pagliaccio che cantava, le parole che diceva, la mano protesa.
- Fai una cosa, Maione: vai all'albergo dove era sceso Vezzi, chiedi qual  al segretario, quel Bassi. Chiedi se qualcuno si ricorda com'era vestito ieri quando  uscito, se c'era qualcosa di diverso dal solito; se  andato da qualche parte, prima. E anche a che ora  uscito la sera della prova generale. Voglio sapere perch ha fatto tardi. Io mi fermo ancora qua dentro.
Fuori dall'ufficio del direttore di scena e insieme a questi, c'era il sovrintendente, duca Spinelli. Al di l della concitazione e dei saltelli, che erano rimasti gli stessi della sera prima, c'era una nuova deferenza; un atteggiamento pi dimesso. Evidentemente aveva dovuto prendere coscienza dell'insufficienza delle sue relazioni a far rimuovere quel maleducato e irriverente commissario dalla direzione dell'indagine. Il tono era comunque pomposo.
- Buongiorno, commissario. Non ho voluto disturbarvi, finch eravate impegnato negli interrogatori. Volevo dirvi che sono a vostra completa disposizione e con me tutto il personale del teatro. Siamo stati informati dell'importanza che viene conferita alla scoperta del vile assassino, ed  nostra intenzione fornire un'assoluta collaborazione.
Ricciardi lo scrut con freddezza. Gli pareva di vederlo, mentre impettito e offeso faceva buon viso a cattivo gioco, di fronte a istruzioni superiori.
- Non dubito, duca. Non dubito. Vorrei un calendario completo delle rappresentazioni in scena nell'ultimo periodo, diciamo da quando  cominciato l'allestimento delle opere a oggi. Voglio anche conoscere le date delle presenze di Vezzi presso la struttura. Direttore, ditemi: da quale ingresso l'accesso ai camerini  pi rapido?
Lasio si pass la mano nei capelli rossi; era uno di quegli uomini che sembrano stazzonati senza esserlo, forse per la carnagione chiara e lentigginosa o per la chioma ribelle. Portava una camicia dal colletto rigido con le punte arrotondate e la cravatta allentata. Non indossava la giacca e il panciotto era sbottonato.
- Sicuramente quello secondario, che d sulla strada vicino al cancello dei giardini. Da l basta fare una rampa e ci si trova vicino ai camerini. La scala  stretta e seminascosta e bisogna conoscerla, ma  la via diretta. Il personale di scena se ne serve, se ha bisogno di uscire momentaneamente dal teatro durante la rappresentazione.
- E alla porta c' qualcuno?
- Non durante la rappresentazione. Spegniamo la luce dell'androne, per concentrare il personale sull'ingresso centrale, e chiudiamo il portone. Ma di fianco c' una porta.
Ricciardi rifletteva velocemente.
- Quale personale pu accedere ai camerini, a parte quello di scena, durante la rappresentazione?
- In condizioni normali, nessuno. A parte eventuale personale medico, naturalmente, e quello di sartoria, per portare i costumi che hanno bisogno di ultimi aggiusti. Ma io pretendo che sia ridotto al minimo, questo viavai: rumori, distrazioni, disordine. Pi ce n', pi sono le occasioni di errore anche nelle entrate. Non c' niente di peggio di un'entrata ritardata o anticipata, credetemi.
- Capisco. E la sartoria dov'?
Intervenne il sovrintendente.
- Al quarto piano, commissario. C' un montacarichi, che serve per portare velocemente gli abiti del cambio nei camerini. In certe opere sono decine i costumi che vanno cambiati, tra un atto e l'altro. Ricordo il verificarsi di una circostanza...
- S, immagino, - tagli corto Ricciardi, - ora per vorrei vedere la sartoria. Lavorano?
- Certamente. Lavorano sempre -. Il sovrintendente aveva di nuovo quell'aria offesa, come se fosse stato schiaffeggiato, ma era pi cauto della sera prima. Prosegu: - Tuttavia sar un piacere, per il personale, poter collaborare.

16.

Alla sartoria, al quarto piano, si accedeva attraverso una scala stretta o col montacarichi. Ricciardi volle verificare entrambe le vie, salendo con la cabina sbuffante, retta da corde cigolanti, e scendendo dalla ripida scala. Dal ballatoio si godeva una vista spettacolare del palcoscenico, dall'alto, e della buca dell'orchestra. La prospettiva sulla sala era inibita da un pesante tendaggio. Alla fine di un lungo corridoio si accedeva a una porta, che dava su un altro universo.
Sembrava la fabbrica dei sogni. Sete e broccati, tessuti d'oro e d'argento: tutti i colori, dal rosso all'indaco, dal giallo al blu, al verde. Copricapi di epoche diverse, uno vicino all'altro sulle ampie cappelliere: cilindri, elmi romani e vichinghi, complicate acconciature egizie; tulle, veli, delicatissime scarpette da ballo e pesanti calzature da soldato. Tra tutto quel materiale, numerose donne vestite in modo uniforme, come la signora Lilla: camice blu con una pesante forbice appesa al collo con un nastro, capelli raccolti e in parte coperti da una cuffia bianca. Si muovevano con perizia in quell'apparente disordine, tagliando, cucendo e stirando. Fuori il vento ululava, mentre dalle finestre alte entrava la luce intermittente del sole attraversata dalle nuvole che si susseguivano nel cielo.
Ricciardi era una macchia scura in quella festa di colori. Il cappotto grigio, il colorito bruno, esplorava senza sosta la grande stanza. Il sovrintendente saltellava al suo fianco.
La signora Lilla and loro incontro, l'aria infastidita e sbrigativa. Quello era il suo regno e non ammetteva intromissioni. L'atteggiamento bellicoso la faceva sembrare ancora pi mastodontica.
- Buongiorno. Avete bisogno? Siamo indietro col lavoro, dobbiamo adattare tutti i costumi del povero Vezzi per il sostituto.
Il sovrintendente fece un passo avanti.
- Buongiorno. Signora, vi prego, in uno con le vostre collaboratrici, di mettervi alla completa disposizione del commissario, che ha bisogno di voi al fine di compiere la sua indagine. Sia questo il vostro compito primario.
La signora Lilla si strinse nelle spalle.
- Purch lo teniate presente, quando i costumi per la rappresentazione di stasera non saranno pronti. Che cosa volete sapere?
Ricciardi le rivolse la parola senza salutarla e senza togliere le mani dalle tasche del soprabito.
- Come vi dividete il lavoro? C' qualcuno che segue alcuni cantanti, per esempio?
- No. Ognuno ha la sua specializzazione: chi cuce, chi taglia di preferenza. Tutte sanno fare tutto, la sartoria  l'orgoglio di questo teatro. Ma ognuna sa fare qualcosa meglio delle altre e io la utilizzo cos.
- Quindi, Vezzi non aveva una sarta che lo seguiva in particolare?
- Non sia mai! Vezzi faceva diventare pazze le ragazze, se lo avesse seguito una sola, allora ve lo dicevo io, chi lo aveva ammazzato. No, no: la prova l'hanno fatta Maria e Addolorata, l'altro giorno. Il costume da pagliaccio, dico: i vestiti di Canio erano gi pronti dall'altra volta. Poi il lavoro l'hanno completato Lucia, che  la migliore nelle finiture, e Maddalena, che avete conosciuto; era scesa con me a consegnare. Lei ha fatto l'ultimo aggiusto,  giovane ma sta diventando brava.
- Dove sono queste quattro? Si possono vedere?
- S, con la preghiera di non farci perdere troppo tempo. Stanno l in fondo.
Ricciardi si avvicin a un tavolo largo, al quale stavano sedute le quattro giovani; sul piano c'era il costume del pagliaccio, al quale lavoravano tutte a occhi bassi. Viste cos, in divisa e con le forbici e gli aghi in mano, sembravano tutte uguali. Il commissario riconobbe a stento la ragazza pallida che aveva visto la sera prima, quasi barcollante sotto il peso del costume.
- Buongiorno. Come procede il lavoro?
Un mormorio di assenso, ma fu la signora Lilla a rispondere.
- E' un lavoraccio. Vezzi era un uomo grande e grosso, con la pancia. Il sostituto  magro e basso, non capisco da dove la tiri fuori, la voce. Dobbiamo tagliare i costumi daccapo.
Ricciardi si rivolse nuovamente alle ragazze.
- Qualcuna ricorda di aver visto o sentito qualcosa di strano, nel camerino di Vezzi? Una parola, un oggetto. Un cambiamento d'umore.
Una delle quattro, bruna, con gli occhi vivaci, guard Ricciardi.
- L'umore di Vezzi non cambiava mai, commissario: era sempre nero, come questo bottone. Al massimo, ti poteva dare una pacca sul culo. Al minimo, era come se una fosse trasparente.
- Maria! Attenta a come parli, qua dentro! - disse la signora Lilla. Ma si capiva che si divertiva. Ricciardi comprese che non si arrivava a niente, cos.
- Se vi dovesse venire in mente qualcosa, fatemelo sapere: o venite in questura, o lo dite alla signora Lilla.
Nel frattempo era entrato il direttore di scena; il suo ingresso aveva provocato uno spettacolare cambiamento nella signora Lilla, che era arrossita e si ravviava nervosamente l'ispida chioma bionda con le mani.
Lasio si rivolse a Ricciardi: - Commissario, all'ingresso principale c' un uomo che chiede di voi, dice che  il dottor Modo, il medico legale. Buongiorno, signora Lilla.
La donna rispose con una voce gentile e vellutata, distante miglia e miglia dal brusco vocione usato sino ad allora.
- Buongiorno, caro direttore. Signori, siamo a vostra disposizione: tornate pure quando volete.

17.

All'ingresso principale c'era il dottor Modo, che fumava cercando riparo dal vento freddo all'interno del portone. Appena vide Ricciardi, lo apostrof ironico.
- Al teatro di mattina, eh? Schiavo del vizio.
Il commissario fece una smorfia.
- Ciao, dottore. Come mai qui? Non potevi pi resistere, vero, senza di me?
- Che dici, mi offri il pranzo?
- Esagerato. Io avrei mangiato solo una pizza, al solito carretto. Di, una sfogliatella e un caff al Gambrinus: mi sembra un giusto compromesso.
- Sprecone. Eppure dicono che sei ricchissimo. Va bene, mi accontento: pur di non prendere altra aria.
Camminarono in silenzio, percorrendo controvento i duecento metri che li separavano dal Gambrinus: il dottore tenendo saldo il cappello e stringendo il bavero del cappotto, Ricciardi con le mani in tasca e i capelli scompigliati. Rifletteva sugli elementi raccolti nella mattinata: aveva la sensazione di avere in mano i pezzi di un burattino di legno e di non sapere come montarli; e aveva anche la spiacevole impressione di non aver dato il giusto peso a qualcosa. Ma a cosa?
Entrarono, strofinandosi le mani, e sedettero al solito tavolino di Ricciardi, quello vicino alla vetrata che dava su via Chiaia. Il dottore sbuff, togliendo cappello e soprabito e sfilandosi i guanti.
- Ma quando mai si  visto, un tempo cos a fine marzo? Tu sei paesano e montanaro, ma io che sono di mare ti dico che da ragazzino gi mi tuffavo dallo scoglio di Marechiaro, di questi tempi. Manco sulle Alpi, in guerra, a marzo faceva 'sto freddo.
- Non ti lamentare, che cos ti conservi meglio. Come i tuoi cadaveri.
- Aspetta, aspetta: forse sento le voci, come Giovanna d'Arco. Mi pare di aver sentito una battuta: ma tu non sei il commissario Ricciardi? Il cupo commissario Ricciardi, l'uomo che non sorride?
- E infatti non sorrido. Allora, che mi dici? Mi hai anticipato, sarei venuto da te nel pomeriggio.
Modo assunse un'espressione mesta.
- Guarda, non ho mai avuto tanta pressione per fare presto: perfino da Roma, dal ministero. Ma chi hanno ammazzato, il papa? Il tuo amico Garzo, sempre simpatico, mi ha mandato quel suo usciere, Ponte, due volte nella mattinata. Se c'erano novit dalle analisi e dall'autopsia, in questura volevano saperlo subito.
- E ci sono novit?
- Non lo so. Non sono sicuro: ti direi che rimangono valide le considerazioni che ti ho fatto ieri sera. Per qualcosa di strano c'; pi una sensazione, che altro. Ma la sensazione c'.
Era arrivato il cameriere. Ricciardi ordin due sfogliatelle e due caff.
- Quale sensazione? Ci sono sensazioni, nel tuo mestiere? Non c' solo rigore scientifico?
- Ah, ecco, adesso ti riconosco: il sarcastico commissario Ricciardi, pronto a mettere la scienza in subordine. Ma la scienza pu aiutare le tue sensazioni. Le pu confermare, le pu smentire.
Il cameriere torn, portando l'ordinazione: il dottore si abbatt sulla sfogliatella, famelico. I baffi brizzolati divennero bianchi per lo zucchero cosparso sulla pasta soffice; accompagnava i bocconi con mugolii di piacere.
- Mmh... chiedimi che cosa mi piace di questa citt, e io ti dir: la sfogliatella! Non il mare, non il sole; la sfogliatella.
Ricciardi, che di sfogliatella e pizza si nutriva a giorni alterni, cerc di richiamare l'attenzione del dottore su Vezzi.
- E si pu sapere quale sensazione hai avuto? Capisco che sei anziano, ma ultimamente hai problemi a mantenere la concentrazione.
- Senti, sono pi presente io a cinquantacinque anni che due medici di ventisette a consulto, lo sai. Dunque: ricorderai che ti dissi, gi sul momento, dell'ecchimosi sullo zigomo. Parlammo di un pugno, un colpo.
Ricciardi fece un cenno col capo.
- Il colpo c' stato, e anche forte. Lo zigomo era addirittura fratturato, non una cosa grossa, ma comunque fratturato.
- E allora?
- E allora  impossibile che l'ematoma sia cos circoscritto. Hai idea in quanto poco tempo si forma un ematoma? Per un colpo del genere? Doveva avere un pallone, sotto l'occhio. Invece, appena una piccola ecchimosi.
- Il che significa?
- Il che significa, e lo so che gi hai capito, che il nostro grande tenore, amico dei ministri del fascio, accidenti a lui, quando ha preso il colpo o era gi morto o aveva ancora pochi secondi di respiro. Il cuore nero non gli pompava quasi pi niente.
- Guarda, Bruno, che a forza di commenti antifascisti uno di questi giorni tu prendi un sacco di botte, te lo dico io.
Con la bocca piena di crema e caff, che non aveva smesso di trangugiare mentre parlava, il dottor Modo sogghign.
- Ma io ho amici nella polizia!
- S, vabbe'. Quindi, era gi morto o stava morendo. E perch avrebbero dovuto colpirlo, se era gi morto?
Ricciardi fiss lo sguardo sul dottore, che dava le spalle alla vetrata. Dietro di lui, la bambina senza il braccio sinistro e coi segni delle ruote della carrozza sul piccolo torace martoriato, tendeva il fagottino di stracci verso di loro: La figlia mia,  questa. Io la faccio mangiare e la lavo. Il commissario sospir.
- Qualcosa non va? - chiese Modo, cogliendo l'espressione improvvisamente addolorata di Ricciardi.
Solo un poco di mal di testa.
E un mare di disperazione, quell'attaccamento alla vita che non ti vuole pi, quell'attimo in cui le mani si aggrappano al sostegno prima di precipitare nel vuoto. La figlia mia,  questa. Io la faccio mangiare e la lavo. Morire, forse per raccogliere un fagotto di stracci che  andato chi sa come a finire in strada, sotto una carrozza. Il dolore. Tutto quel dolore.
- Sei un tipo strano tu, Ricciardi. Il pi strano che c', lo dicono tutti. Lo sai, la gente ha paura dei tuoi silenzi, della tua determinazione. E come se tu ti volessi vendicare. Ma di che?
- Senti, dottore, io parlo volentieri con te. Sei bravo, onesto; e sei uno che se ha qualcosa in pi da dare, la d, e non  poco di questi tempi. Ma non mi chiedere altro, ti prego, se vuoi che continui a parlare con te.
- Come vuoi, scusami. Ma, a forza di lavorare insieme, uno si affeziona; fai la faccia del dolore, a volte. E io lo conosco, il dolore, credimi.
No, non lo conosci, pensava Ricciardi. Conosci le piaghe e i lamenti. Ma il dolore no: quello viene dopo e ammorba l'aria che respiri. Lascia come un tanfo dolciastro che ti rimane nel naso. La putrefazione dell'anima.
- Grazie, dottore. Senza di te, mi sarei gi suicidato. Ti faccio sapere, se ci sono sviluppi nell'indagine. Una sola curiosit, - aggiunse Ricciardi, alzandosi, - perch lo hai detto a me e non a Ponte, l'usciere?
- Perch il tuo amico Garzo ha il vestito nero, ecco perch: e tu solo l'umore. Paga il conto, uscendo: un patto  un patto.

Fuori dal suo ufficio Ricciardi trov sia Maione che Ponte. Fece un cenno del capo al primo, ignorando il secondo. Entr nella stanza seguito dal brigadiere, che si sfil il cappotto. Il militare fece per chiudere la porta, ma l'usciere infil la testa.
- Dotto', scusatemi, ma io non posso passare un guaio. Quello, il dottore Garzo ha detto che nello stesso momento che rientravate dovevate andare da lui. Non  nemmeno andato a mangiare!
- Ma se  cos necessario parlare col commissario, perch non viene lui? - domand Maione sarcastico.
- Ma siete pazzo, brigadie'? Quello esce dall'ufficio solo per andare dal signor questore! Vi prego, dotto', vi prego: non me lo fate passare, 'sto guaio.
- Ponte, in questo momento ho da fare: sto seguendo un'indagine, come il vicequestore sa o dovrebbe sapere. Se ha delle comunicazioni che mi possono aiutare, me le invii. Se no, mi metta per iscritto che devo andare da lui invece di lavorare. Me l'ha detto lui, che non dovevo fare altro.
Ponte sospir a lungo.
- Va bene, dottore, ho capito. Riferir, e che Dio me la mandi buona. Fate il comodo vostro.
Quando l'usciere se ne and, Maione sedette e tir fuori un taccuino.
- Allora: Vezzi  sceso al Vesuvio, sul lungomare, dove scende sempre, ogni volta che viene a Napoli. Sono arrivati il 21 sera, in treno, lui e Bassi, il segretario. Il personale dell'albergo, tanto per cambiare, lo schifava: dice che faceva partacce a chiunque gli capitava a tiro, non gli andava mai bene niente, eccetera. Per non  successo niente di particolare, non  che ha avuto discussioni tali da far pensare che qualcuno poteva fare questa cosa. La prova generale era fissata per le sei di luned 23: Vezzi  uscito alle quattro ed  rientrato direttamente la sera tardi, dopo la prova. Il portiere se lo ricorda bene, perch gli ha chiesto se aveva bisogno di una carrozza e lui gli ha risposto di farsi i fatti suoi. Ieri invece  uscito alle sei, per andare a teatro, e aveva il cappotto nero lungo, quello che sappiamo, un cappello a tesa larga pure nero, una sciarpa bianca di lana con cui si riparava tutta la faccia dal vento. Il portiere gli ha fatto gli auguri, lui ha fatto le corna e lo ha guardato storto. Questo  tutto. Ah, a proposito: il mare arriva fin sotto l'albergo, tanto  agitato.
Ricciardi aveva ascoltato attentamente, tenendo le mani intrecciate davanti alla bocca.
- A che ora arrivano, l'impresario e la moglie di Vezzi? - Tra due ore alla stazione di Mergellina, - disse il brigadiere, controllando l'orologio da polso.
- Allora fammi venire Bassi: voglio capire una cosa.

18.

Il segretario di Vezzi si present come sempre azzimato ed elegante; i capelli con la scriminatura al centro, sbarbato di fresco, gli occhiali cerchiati d'oro che sistemava sul naso con un gesto ripetuto e nervoso.
- Mi devo preoccupare, commissario? Non  che sono sospettato? Vi ricordo che ho passato la serata seduto vicino al signor sovrintendente, in prima fila.
Ricciardi ebbe un gesto di lieve fastidio, come a scacciare un insetto.
- No, Bassi. Direi di no. C' una cosa che per vorrei capire: voi avete detto che, per compiacere Vezzi, un collaboratore doveva "saper sparire al momento giusto, lasciandolo libero ". Spiegatemi meglio: che significa questa cosa, in concreto?
Bassi parve colto in contropiede. Si sistem gli occhiali sul naso con l'indice della mano destra.
- In concreto? Be', in concreto significa che il maestro pretendeva... discrezione, ecco. Lo si doveva capire ancora prima che parlasse, come per tutti i personaggi dotati di grande personalit.
- Sentite, Bassi: io vi ho fatto una domanda precisa. Credetemi, non siamo in un convento; qua sentiamo di tutto. Io so che voi intendevate qualcosa e pretendo che mi spieghiate che cosa.
Bassi perse istantaneamente la sicumera. Poi riprese a parlare in tono sommesso.
- Il maestro aveva le sue debolezze. Chi non le ha? Era un uomo che cercava la sua gratificazione, ovunque, in ogni circostanza. E gli piacevano le donne: soprattutto quelle degli altri. Io ho pensato spesso che non sopportasse l'idea che una donna gli preferisse un altro. Chiunque altro. Allora, se la prendeva. O provava a prendersela: ma normalmente ci riusciva.
- Ma non era sposato? Non  la moglie, quella che sta arrivando in treno?
- Mah, sposato per modo di dire. La moglie , insomma, un tipo di donna... era una cantante, sapete: voce di contralto. Smise, quando si sposarono, dieci anni fa. Poi, dopo la morte del bambino, difterite, cinque anni fa, non si sono pi parlati, in pratica. Ognuno faceva la sua vita. Per, voi capite, commissario, il maestro era amico personale del Duce. La famiglia non si pu distruggere. Allora, formalmente, sono rimasti insieme. Ma solo formalmente.
- Capisco. Quindi, Vezzi si dava da fare. E qui, a Napoli? Com' stato, in questi giorni? Ha fatto qualcosa,  andato da qualche parte?
- Non lo so, commissario. Quando... aveva da fare, il maestro semplicemente mi congedava. Diceva: "Non ho pi bisogno, ci vediamo alle sette, o alle otto, alle nove", eccetera. Io capivo, e mi tenevo alla larga. Comunque, c'era sempre qualcosa da fare, quindi...
- E negli ultimi giorni vi ha congedato?
- S, luned; il giorno della prova generale.
- E vi ha detto qualcosa?
- S, una cosa strana: mi ha chiesto dove si prendeva il tram numero 7.
Appena Bassi fu uscito, Ricciardi chiese a Maione qual era il tragitto del tram numero 7; il brigadiere si allontan per qualche minuto. Quando torn, era la solita miniera di informazioni.
- Allora, commissa' : di tram numero 7 ce ne sono due. Il 7 rosso, che parte da piazza del Plebiscito e arriva a piazza Vanvitelli, in collina, sopra al Vomero; e il 7 nero, che parte da piazza Dante e arriva sempre al Vomero, ma al piazzale di San Martino. Me lo ha detto Antonelli, che conosce tutti i trasporti della citt, a dimostrazione del fatto che quelli che stanno all'archivio non fanno niente dalla mattina alla sera. Ora, il 7 nero lo chiamano "la carrozza degli innamorati poveri", perch porta dove c' questo boschetto col panorama sulla citt, dove dice che si riuniscono le coppie. Il 7 rosso, invece, lo pigliano quelli che lavorano al centro e abitano nelle case nuove. Quale avr preso Vezzi?
- Il 7 nero. Certamente.
Cos Ricciardi decise di riempire il tempo che mancava all'arrivo della moglie di Vezzi e del suo impresario facendo un veloce sopralluogo sulla linea del 7 nero.
In realt, doveva ammettere con s stesso, era anche un pretesto per evitare di presentare a Garzo un ormai indifferibile rapporto. Non gli andava a genio di esporre teorie abbozzate o incomplete, ma non poteva nemmeno inventare di sana pianta che era sulle tracce di un assassino gi individuato. Disse perci a Maione di restare a presidiare la posizione, nel caso qualcuno fosse venuto a rendere una dichiarazione spontanea, e si avvi a piedi verso piazza Dante.
Il vento era andato calando, si stavano addensando le nuvole: forse avrebbe piovuto. La strada nel primo pomeriggio era ingombra di gente e di ambulanti. Si chiamava via Roma, ormai da sessant'anni; ma per i napoletani era e sarebbe rimasta via Toledo, come quando era nata sotto gli spagnoli. E sarebbe rimasta il limite, il confine pulsante tra le due anime della citt, alternativamente posseduta e invasa dall'una o dall'altra. Le urla di richiamo dei venditori squarciavano l'aria, sui marciapiedi gli scugnizzi correvano scalzi, inseguendosi. I mendicanti sedevano a ridosso delle mura dei palazzi, vicino all'entrata delle chiese. Sul lato sinistro, i numerosi vicoli che intersecavano la via mostravano il panorama desolato e mobile degli antichi Quartieri Spagnoli.
Camminando, Ricciardi continuava a riflettere: perch il tram? Una carrozza, o uno dei cinquanta taxi della citt, sarebbero stati la soluzione pi logica. O anche la funicolare, la bella e moderna funicolare centrale aperta da tre anni; la vera ragione del progressivo popolarsi del nuovo quartiere, a cui la borghesia si rivolgeva con sempre maggiore attenzione. Ma per il resto, il Vomero era ancora campagna coltivata, con greggi di pecore e capre e masserie. E qualche bella villa nobiliare, per la villeggiatura all'aria buona. L'unico motivo per il quale Vezzi poteva aver preferito il tram era l'anonimato. Non farsi riconoscere. E perch? Perch non era una semplice passeggiata di salute, l'intento del tenore. Ma un altro tipo di passeggiata; quindi, anche una visita di cortesia a qualche nobile amico era da escludersi.
Lo stazionamento del tram, a piazza Dante, era proprio ai piedi della lunga salita che portava al Vomero. Ricciardi prese il biglietto e sedette vicino al finestrino. In strada, verso Port'Alba, intravedeva l'immagine di un camorrista accoltellato nel corso di un regolamento di conti per il quale avevano subito arrestato il responsabile: un giovane che ambiva a farsi strada in societ e che invece sarebbe marcito per trent'anni in galera. Il morto, grande e grosso e con le mani sui fianchi, rideva a squarciagola: nel vero senso del termine, perch aveva il collo squarciato da un orecchio all'altro e si vedeva attraverso la ferita il gorgoglio del sangue e dell'aria dell'ultimo respiro. Irrideva il proprio assassino e la sua mancanza di coraggio: un fatale errore di valutazione. Con uno scossone, il tram si mise in viaggio.
Lungo la salita gli edifici andarono diradandosi: Ricciardi osserv numerosi cantieri, tuttavia. Una citt in costruzione, che si impadroniva un po' alla volta della campagna. Il terremoto dell'anno precedente aveva dato luogo a consolidamenti e ristrutturazioni necessari, c'erano stati alcuni crolli e dei morti, anche se a essere devastata era stata la lontana Irpinia. Ma c'erano anche palazzi nuovi, nuove strade. Altri quartieri da tenere d'occhio, altra ricchezza; e nuovi crimini e delitti, pens il commissario con un sospiro.
Il vento freddo si faceva pi forte, man mano che il tram arrancando si arrampicava in collina: Ricciardi lo vedeva chiaramente dall'ondeggiare della vegetazione, ora pi fitta. Alberi, cespugli; appezzamenti coltivati, sentieri in terra battuta che si inoltravano nella campagna, qua e l ville circondate da palme. Ai lati della strada, in mezzo alla quale correvano le rotaie, qualche baracca con donne che facevano il bucato e bambini che giocavano all'aperto.
Un ragazzo, con un cane e due capre legate a una corda, vendeva ricotta e pane a un gruppetto di muratori in pausa, nei pressi di un cantiere. Uno di loro, un po' in disparte, aveva la testa piegata in modo innaturale. Il commissario distolse lo sguardo: un altro dei mille incidenti sul lavoro, di cui non si sapeva mai niente.
Il tram giunse al capolinea, nel piazzale nuovo davanti al carcere militare. Ricciardi si avvicin al responsabile della biglietteria e chiese se, nelle immediate vicinanze, ci fosse una pensione. Ricevuta l'indicazione si avvi verso una bassa palazzina non lontana, dove una targa in metallo verniciato di verde recava una scritta gialla: "Pensione Belvedere".
La proprietaria manifest un'iniziale diffidenza: poi, quando lui si qualific, ammise di ricordare il corpulento signore che "parlava forestiero, settentrionale" e che era venuto luned 23. Si era trattenuto tre ore nella sua camera, dove era stato raggiunto dalla signora. La signora era arrivata per conto suo, non erano giunti insieme. S, aveva detto "la sua camera": il signore l'aveva affittata per tre mesi, pagando in anticipo. Il signor commissario la voleva vedere?
Ricciardi si ritrov in una camera pulita, con un sontuoso panorama alla finestra. Nessun oggetto personale, eccetto un pennello da barba, del sapone e un rasoio vicino all'acquaio, in un angolo. Nessuna traccia di presenze femminili, nulla nel cassettone, nulla nell'armadio se non una veste da camera nuova, apparentemente mai indossata. La prese, come a volerne soppesare la consistenza. Sulla spalla, un lungo capello biondo.
Uscendo, il commissario disse alla signora che poteva ritenere libera la camera, perch l'affittuario non sarebbe tornato: l'albergatrice non nascose il proprio disappunto.
- Io speravo che avrebbe rinnovato. Anche se non aveva risposto quando gliel'ho chiesto. E' andato via di fretta.
- Come, rinnovato? Non aveva prenotato per tre mesi, da luned 23?
- No, commissa'. Tre mesi, a partire dal 20 dicembre scorso:  allora, che sono venuti la prima volta. Stavano ancora facendo i lavori nel piazzale.
- E la signora che lo ha raggiunto? Era sempre la stessa?
- S, commissario. Sempre la stessa. Si capiva che era giovane, arrivava per conto suo, separatamente.
- Sapreste descriverla?
- No, veramente no. Portava il cappello, la sciarpa, un cappotto pesante; non l'ho mai vista in faccia; non rispondeva neanche al saluto, non ho mai sentito la voce. Peccato, per; lui mi sembrava contento. E che belle mance, mi lasciava!
La notizia gettava una luce nuova sugli eventi, pensava Ricciardi percorrendo la discesa che portava al piazzale panoramico e al belvedere. Vezzi era venuto a Napoli a dicembre, dunque: era quella l'altra volta che aveva sottinteso Bassi. Quello, l'elemento che gli solleticava l'istinto e che non aveva rilevato subito. Ma c'era qualche altra cosa nelle parole di don Pierino, che non gli era ancora chiara. Che cosa?
Il tram non sarebbe partito prima di un quarto d'ora. Decise di affacciarsi al nuovo belvedere. La citt si stendeva ai suoi piedi, sotto un cielo sempre pi carico di pioggia: a vederla cos, mentre si accendevano le prime luci, non sembrava ribollire di passioni o emozioni. Ma Ricciardi sapeva bene quanti strati c'erano, sotto quell'apparente tranquillit. Nessun delitto, solo sicurezza e benessere di regime: cos era sancito, per decreto. Ma i morti vegliavano nelle strade, nelle case, a chiedere pace e giustizia.
Si accost al muretto: sotto di lui, la tortuosa scalinata di via Pedamentina che da San Martino portava al corso Vittorio Emanuele. Un cammino lungo e dolce, che fiancheggiava un declivio di vegetazione fitta. Le luci sospese, a illuminare la scalinata, ondeggiavano nel vento. Ma il tardo pomeriggio ancora rischiarava un piccolo parco con le panchine, il ritrovo degli innamorati che non potevano pagarsi una stanza per tre mesi e neanche per tre ore.
Ricciardi vide due coppie, sulle panchine: un marinaio cercava di abbracciare una ragazza che lo respingeva ridendo; un giovane elegante, magro, forse uno studente, teneva per mano una donna dall'espressione trasognata. Ricciardi spost lo sguardo: a pochi passi dal marinaio vide un uomo seduto a terra che teneva le braccia strette sull'addome, come ad abbracciare s stesso. Dalla bocca usciva una schiuma giallastra che ribolliva d'aria. Gli occhi erano vitrei. Anche cos, da lontano, il commissario percepiva le sue parole: Senza te non c' vita. Senza te non c' vita. Senza te non c' vita... Si  avvelenato, pens lui. Barbiturici, acido, varechina. Che cosa cambia?
Poco pi indietro, la sagoma di una giovane donna dondolava da un ramo, impiccata a un pezzo di stoffa; forse una sciarpa. Sembrava un frutto tardivo dell'inverno, come un grappolo d'uva sfuggito alla vendemmia e non ancora rinsecchito. Gli occhi fuori dalle orbite, il viso paonazzo, la lingua orrendamente gonfia e bluastra che pendeva dalle labbra tumefatte. Il collo allungato dalla trazione, gambe e braccia distese e composte. Continuava a ripetere: Amore mio, perch? Amore mio, perch? Un posto da innamorati, pens Ricciardi. Ne aveva visti altri, cos "abitati": le persone andavano a cercare la pace dove erano state felici, non sapendo che non c'era pace, nemmeno nella morte.
Mentre osservava vivi e morti, gli venne in mente la rclame di un ricostituente, che vedeva spesso sul giornale. Prima e dopo la cura, pens.
Prima e dopo l'amore.
La tromba del tram risuon nell'aria. Ricciardi si gir e cominci lentamente la salita.

19.

La chiesa di Santa Maria degli Angeli era gelida. Lungo la navata e all'interno della cupola, dalla quale filtrava la luce di un sole che non riscaldava, si sentiva sibilare il vento, senza sosta. Sulle panche davanti all'altare, alcune vecchie recitavano una nenia senza fine, con parole storpiate di una lingua dimenticata, implorando la clemenza di Dio e dei santi.
In fondo, nella penombra, una donna si nascondeva. Un largo scialle nero sui capelli biondi e sul volto, la testa china. Nascondeva la sua bellezza, il suo corpo, gli occhi azzurri. Avrebbe voluto pregare, ma le mancava il coraggio.
Alz il capo sull'affresco della cupola, chiazzato di umidit, che rappresentava il paradiso. Un paradiso rovinato, cadente. Un paradiso sognato, dipinto a colori vivaci e poi perduto. Le sembrava la sua storia. Aveva immaginato una vita nuova, un nuovo amore. Intorno a s vide le belle figure della vita di Maria. La purezza, l'innocenza. Lei... invece.
Non era entrata per chiedere perdono: non era pentita per il tradimento. Era andata li per pensare a come avrebbe potuto, dopo essere stata cos vicina al paradiso, non precipitare all'inferno.

Esattamente ventiquattr'ore dopo l'assassinio di Vezzi, Ricciardi rientr in questura. Come prevedeva, fuori dal suo ufficio trov sia Maione che Ponte. L'aria era elettrica, c'era stata di certo pi di una discussione tra i due: il brigadiere aveva le pupille iniettate di sangue, l'usciere le labbra tremanti.
- Finalmente, dotto': io non so pi che gli devo dire, al vicequestore. Il brigadiere, qua, se la piglia con me; io vi copro, per quanto posso, ma...
- Ma che copri, tu, che sei il leccapiedi di un leccapiedi. Ci devi fare lavorare, hai capito o no? Se dobbiamo fare rapporto ogni cinque minuti, come andiamo avanti?
Ricciardi pens bene di intervenire.
- Lascia, Maione. Ci penso io. Tu vai a prendere l'impresario e la moglie, che staranno per arrivare. Ponte, accompagnami da Garzo.
Il vicequestore non si alz per ricevere Ricciardi. Non gli disse nemmeno di sedere.
- Allora, Ricciardi: ve lo chiedo una volta sola. A che punto siete?
Siete. Non siamo.
- Sto indagando. Se avessi avuto notizie ve le avrei riferite, naturalmente. Non eravamo d'accordo cos?
- Non siete voi a fare le domande a me! - scatt Garzo. - Avete idea delle pressioni a cui siamo sottoposti? Riceviamo fonogrammi da Roma ogni ora. I giornali non parlano d'altro. "Il Mattino" ha chiamato protestando vivacemente per come avete trattato un cronista, un tale Luise, stamattina a teatro. Quelli si vendicano, Ricciardi: lo sapete, o no? Si fa presto a diventare da "brillante investigatore" uno che "brancola nel buio". Che devo dire al questore? E lui che deve dire a Roma? L'ufficio del Duce  in contatto con l'alto commissario della citt, pi per la morte di Vezzi che per il terremoto dello scorso anno. Voi dovete, dico dovete, darmi qualche elemento.
- Io non parlo a vanvera, dottor Garzo. Mai. Se d qualche elemento significa che ce l'ho.
La sicurezza di Garzo si andava sgretolando.
- Ma io non so che cosa dire! Vi prego, capitemi. Non posso far vedere che non so niente!
- Dite che si tratta probabilmente di un delitto a sfondo passionale. Non c' sempre una passione, dietro un delitto? Dite cos: qualsiasi sar la soluzione, avrete avuto ragione.
Garzo si illumin.
- Avete ragione, Ricciardi. Bravo, bravissimo! Questo li placher, per un poco. Ma mi raccomando: non lasciatemi all'oscuro. Se doveste rinvenire qualche altro elemento, vi prego, ditemelo subito.
- D'accordo, avete la mia parola. Ma tenetemi la stampa e Ponte alla larga.
- Sar fatto. Buon lavoro, Ricciardi.
Rientrando nel suo ufficio, Ricciardi cercava di riordinare le idee. Vezzi era venuto a Napoli con Bassi, in forma ufficiale, subito prima di Natale; si era trattenuto qualche giorno, aveva prenotato la stanza alla Pensione Belvedere. Anche il giorno della prova generale era stato li, quello fu il motivo del ritardo. Il capello biondo, lungo, sulla giacca da camera. Quindi, una donna: e una donna da nascondere con attenzione.
Sembravano esserci diverse persone con buoni motivi per vederlo morto, o almeno per vendicarsi: il direttore d'orchestra, ad esempio. O lo stesso Bassi, mortificato in continuazione. O anche baritoni, soprani e camerieri.
Ma Ricciardi si era fatto l'idea che la gente del teatro difficilmente avrebbe dato quel tipo di sfogo all'amor proprio: la convenienza, anzitutto. Poi l'abitudine alla recitazione, alla finzione. No, non ce lo vedeva un cantante o un professore d'orchestra meditare per risentimento un delitto cos feroce e metterlo in pratica. E poi, le caratteristiche dell'omicidio erano quelle dell'impulso: la colluttazione, lo specchio rotto, tutto quel sangue. Comunque fosse andata, non era certo un delitto premeditato. E il tenore era solo, nel camerino, prima di essere ucciso, a truccarsi e prepararsi. Il vezzo di Vezzi. E allora, chi poteva essere stato? Ricciardi sapeva di dover cercare i due vecchi nemici: la fame e l'amore. Uno dei due, o entrambi: alla base della morte, la fame e l'amore.
Maione si affacci alla porta.
- Dotto', l'impresario e la signora sono nel salottino. Chi faccio passare prima?

Mario Marelli era un uomo d'affari; si capiva dall'abbigliamento, dal modo di parlare, dai gesti. Perfino dai tratti del volto, la mascella quadrata, volitiva, il naso imponente e lo sguardo azzurro, limpido, sotto le folte sopracciglia. I capelli avevano un ottimo taglio, lucidi di brillantina, appena ingrigiti alle tempie; sulla camicia bianca, impeccabile, dal colletto arrotondato, spiccava una cravatta scura, ben annodata. Sotto la giacca a doppio petto, di gessato marrone, spuntavano i bottoni del gil e dal taschino sporgeva la catena dell'orologio d'oro.
- Commissario, non sprecher il vostro e il mio tempo a fingere di essere addolorato. Vezzi era un pessimo individuo, ve ne sarete fatto un'idea; e se non ve la siete fatta, ve lo dico io. Non ho conosciuto una sola persona a cui piacesse, nei dieci anni in cui ho reso la mia prestazione in suo favore... A parte i potenti di Roma, beninteso... In questo era bravissimo, a leccare i piedi dei potenti.
- Come mai non eravate con lui, a Napoli?
- C'ero stato per l'allestimento, prima di Natale:  in questa circostanza che si concordano i termini del contratto, i pagamenti e tutte le altre clausole. Poi, al momento della rappresentazione, non  necessario che l'impresario sia sul posto. Nella fattispecie, meno era il tempo che passavo con quel degenerato, meglio era per me. Quindi evitavo di seguirlo.
- Quando siete venuti, prima di Natale, che voi ricordiate Vezzi si allontan per qualche tempo?
- Vezzi? Per tutto il tempo. Forse non mi sono spiegato: lasciava a me la parte contrattuale, parlare con la sovrintendenza, con l'orchestra, con il regista dello spettacolo. Lui pensava soltanto a quello che riguardava la sua persona. La sartoria per i costumi, il camerino, il trucco. Gli interessava solo vestirsi, truccarsi e cantare. Il resto del mondo gli doveva girare attorno. Siamo stati in citt quattro giorni, io l'ho visto forse tre volte, per qualche minuto. Ah, una volta mi pare che abbiamo pranzato insieme, in quel ristorante a Piedigrotta, quello famoso. Me lo ricordo perch mand indietro il pesce due volte, non gli andava bene la cottura. Ricordo ancora la faccia del proprietario. Che mascalzone.
- Quali sono i motivi del vostro risentimento? Mi pare chiaro che i rapporti tra voi fossero particolarmente critici e, quindi, non solo professionali.
- Era impossibile avere rapporti buoni con Arnaldo Vezzi. Anzi, l'unico modo di avere rapporti con lui era mettersi sotto i suoi piedi e assecondarlo in tutto. Questo va anche bene, mi  capitato altre volte, ma non in certe circostanze particolari, nelle quali la posizione diventa indifendibile.
Ricciardi si chin lievemente in avanti.
- Per esempio? - disse.
- Per esempio, quando a Berlino si ubriac e si present al Cancelliere con un'ora di ritardo. O quando fu trovato in albergo con una ragazzina di tredici anni, figlia dell'albergatore. O ancora quando, preso dall'ira per quello che a suo dire era un attacco ritardato, spacc un violino da cinquantamila lire sul pavimento, dopo averlo strappato al professore d'orchestra, a Vienna. Devo continuare?
- Ma allora come mantenevate il rapporto professionale? Su quali basi?
- Semplice: sulla base del fatto che era un genio. Un genio assoluto. A parte la voce, straordinaria, il senso della scena: la capacit di interpretare con perfezione qualsiasi ruolo, calandosi all'interno del personaggio. E intendo all'interno: si vestiva dell'anima di chi interpretava, ne raggiungeva la perfetta identit. Io ho una teoria: secondo me gli riusciva perch non aveva un'anima sua. Dunque, scriveva su una lavagna pulita, non aveva emozioni sue da nascondere. Un serpente.
- E quindi?
- E quindi non esisteva un tenore migliore. Rappresentarlo significava solo dirigere il traffico. Avremmo avuto dieci anni di ruoli prenotati, se avesse voluto.
Ricciardi aggrott la fronte, perplesso.
- Ma allora  un danno serio, per voi, la sua morte, no? Avete perso un lavoro importante. Se non altro per questo, dovreste essere abbastanza addolorato.
- No, commissario. Se non lo avete gi saputo da quell'imbecille del suo segretario, ve lo dico io: Vezzi aveva deciso di non avvalersi pi della mia collaborazione. Aveva detto, molto nobilmente com'era suo costume, che poteva spuntare gli stessi compensi e risparmiare inoltre il dieci per cento. E, devo purtroppo ammetterlo, aveva ragione.
- Quindi, in pratica vi aveva licenziato.
- In pratica; ma dalla prossima stagione. Per questa, e fino al termine, lo avrei ancora rappresentato. Le lamentele, le penali richieste, le multe arrivavano ancora al mio ufficio, purtroppo.
Ricciardi non ci vedeva del tutto chiaro.
- Ma le scelte artistiche, le opere da cantare, le date, le concordava con voi?
- Chi, Vezzi? Si vede che non lo conoscevate, - disse Marelli, amaro. - Certo, cos dovrebbe essere e cos , con tutti gli altri artisti che rappresento. Ma non con Arnaldo. Lui faceva il comodo suo, nel momento in cui gli veniva in mente. Salvo poi cambiare idea e decidere il contrario lasciando in sospeso decine di persone e il loro lavoro. Guardate, commissario: il mio vero rammarico, in questa storia,  essermi perso la prossima stagione di Vezzi, quella che avrebbe gestito direttamente. Sono sicuro, credetemi sulla parola, che avrebbe pagato tra multe e penali il doppio, almeno, dei guadagni. So solo io il lavoro che mi costava cercare di riparare ai guai che faceva.
- E come mai avevate accettato di rappresentarlo, se era un personaggio cos difficile?
- Voi seguite l'opera, commissario? No? Allora, lasciate che vi spieghi qualcosa. La mia generazione, diciamo quelli che ora hanno pi di quarant'anni, rimarr legata all'opera lirica per sempre. Come i nostri genitori e i nostri nonni. Legati alla passione, alla gioia e al dolore che trovavamo sul palcoscenico, dal loggione prima, dalla platea poi e per i pi fortunati dal palco. Era ed  un'occasione di incontro, un modo per riconoscere melodie note, appassionanti. Ma le cose stanno cambiando: la radio, i ballabili. Il jazz, la musica dei negri americani. E il cinema soprattutto. Vi  gi capitato di vedere un film col sonoro? A Napoli avete due sale, mi risulta. A Milano sono gi quattro, a Roma addirittura sei. E il sonoro  in Italia da un anno, pi o meno. La gente oggi vuole fare, non ascoltare. Non basta pi sedersi e assistere a uno spettacolo, al massimo applaudire o fischiare: si vuole ballare, canticchiare, fischiettare. Essere in mezzo alla scena, guardare i due protagonisti che si baciano con passione, da vicino. O andare allo stadio e vedere ventidue scalmanati in pantaloncini. Che spazio avr, in futuro, l'opera? Sempre di meno, ve lo dico io. Sempre di meno. Ecco perch i Vezzi, quando esistono, vanno tutelati. Perch ne nasce uno ogni cent'anni. Riempie il teatro, uno come Vezzi: ogni volta che canta. Anche se canta la stessa cosa cento volte, cento volte la gente lo va a sentire. E perch? Perch ogni volta la gente sente qualcosa di nuovo, di diverso. Un diverso incanto. Allora, meglio Vezzi con le sue mattane, i difetti, le cattiverie e le mortificazioni che infligge, che mille validi e coscienziosi professionisti, lavoratori e rispettosi del lavoro altrui, ma senza talento. Quelli avranno sempre la sala mezza vuota, ve lo dice il Marelli; e il Marelli ha la sua esperienza, signor commissario.
Ricciardi assent, con una smorfia. Lo aveva gi sentito, quel discorso.
- Ma allora, secondo voi, chi  che potrebbe averlo ucciso?
Marelli fece una breve risata, senza allegria.
- Ah, ma chiunque. Chiunque abbia avuto modo di vedere, anche solo per un attimo, la sua animaccia nera. Io stesso ho provato la tentazione di strangolarlo almeno mille volte. Ma chi strangolerebbe la gallina dalle uova d'oro? Non un uomo d'affari.
- E, a proposito, voi il 25. ..
-... ero alla Scala, dove davano La traviata: c'erano due artisti miei. Bravissimi ragazzi, seri professionisti. Non riempiranno mai il teatro da soli, ma l'anno prossimo saranno ancora con me, loro.

20.

Eccone un altro. Anche Marelli, pensava Ricciardi quando si ritrov da solo in ufficio, aveva ottimi motivi di risentimento nei confronti di Vezzi. E ottimi motivi per tenerlo vivo e in salute fino alla fine della stagione, almeno. Chiss come dev'essere la vita, pens, se sei circondato da gente che ti odia ma che dipende da te. Forse pensi di essere una divinit maligna, alla quale i fedeli offrono sacrifici per paura dei fulmini o della siccit. O forse ti senti solo; ancora pi solo.
Comunque, anche Marelli aveva un alibi facilmente verificabile: il teatro. Prese un appunto e chiam Maione.
- Verifica la presenza di Marelli alla Scala, il 25. Fai un fonogramma alla questura di Milano. La signora Vezzi  di l?
- S, commissa'. Non si  alzata il velo nemmeno per un attimo, non ha detto una parola. Se ne sta seduta, diritta diritta. Mette un poco a disagio, per la verit. La faccio passare?
- S, falla passare. Tu se vuoi puoi anche andartene a casa, mi sa che per oggi abbiamo finito.
- Va bene, commissa'. Casomai aspetto finch non avete finito con la signora, se vi serve qualche cosa.
Ricciardi, noblesse oblige, aspett la signora Vezzi sulla soglia dell'ufficio. Ebbe quindi modo di vederla arrivare sin dall'inizio del corridoio, dov'era il salottino in cui aveva atteso. Alta, vestita di nero, un soprabito col collo di pelliccia, un cappellino col velo che le copriva il volto. Si intuiva una figura piena e florida, ma il passo era elastico e sicuro, non pesante. Un'andatura morbida, ma nervosa. Come se da un momento all'altro la donna potesse correre via, senza sforzo.
Si ferm davanti a lui. Il commissario ne intu lo sguardo sotto la veletta che ne nascondeva le fattezze. Si fece da parte, per lasciarla passare; le porse la sedia e, dopo che lei si fu seduta, fece il giro della scrivania e si sedette a sua volta. Un profumo selvatico, come di spezie, pervase la stanza.
Con un gesto lento e deciso, la donna port le mani al cappello e se lo tolse. Il viso dai lineamenti regolari, la carnagione chiara: un trucco leggero sottolineava le labbra piene, gli occhi grandi e neri, il naso appena lungo; l'ovale era proporzionato, con una lieve fossetta sul mento. La signora Livia Lucani, ormai vedova Vezzi, era bellissima e ne era consapevole. Guardava incuriosita il commissario, tanto diverso da come si aspettava.
Di fronte a lei, seduto con le mani intrecciate davanti a s, Ricciardi la fissava inespressivo. Si chiedeva cosa ci fosse nell'atteggiamento altero di lei. Orgoglio, forse: l'eco di un dolore. Ma non un dolore recente, non la morte del marito. Piuttosto qualcosa di pi antico. Spesso Ricciardi preferiva i morti: dicevano sempre la stessa cosa, ma almeno parlavano. I vivi invece lo guardavano e lui non sapeva che cosa stessero pensando. Soprattutto le donne.
Dopo qualche attimo, ma gli sembr che fosse passato pi tempo, Ricciardi parl.
- Signora, vi porgo anzitutto i sensi del mio personale cordoglio, con quello della questura. Voglio che sappiate che faremo tutto quanto  in nostro potere affinch sia punito il responsabile del delitto.
- Grazie, commissario. Vi ringrazio molto. Ne sono sicura.
Livia aveva una voce profonda, modulata. Ricciardi pens che era naturale, gli avevano detto che era stata una cantante. Tuttavia ne fu ugualmente sorpreso: un suono basso, spesso. Ma anche dolce, estremamente femminile.
- Dovrete scusarmi, signora, se vi far certe domande. Sono finalizzate allo scopo che vi ho detto. Ma se dovesse essere troppo doloroso per voi rispondermi, se doveste essere affaticata dal viaggio o semplicemente se il vostro dolore... insomma, non voglio essere invadente. Vi baster dirmelo, e rimanderemo.
- No, commissario. Il mio viaggio  stato tutt'altro che faticoso; e il momento  questo e non c' pi niente da fare. Dovr... vederlo? Vedere mio marito?
Il modo di riferirsi a lui: c'era un po' di paura, nel tono della donna. Sicuramente non amore, n rimpianto.
- Temo di s, per il riconoscimento. Siete la parente pi stretta,  la legge. Non  qui, comunque:  in ospedale, vi accompagneremo domattina.
- Com' successo? Cio... non mi hanno detto. Com' stato ferito? Lo hanno... sfigurato?
L'orrore. La paura di non farcela ad affrontare lo scempio. Ricciardi conosceva quel sentimento, lo incontrava spesso. Come se a colpire non fosse stato un altro essere umano. Cosa ti dovrei raccontare, signora? Dell'ultimo canto d'amore che si tramuta in odio? O del sangue che vedo uscire a fiotti dall'arteria bucata?
- No, signora. Un'unica ferita, mortale, non sul viso. Forse casuale, non procurata volontariamente. Una colluttazione. Non sappiamo ancora. Ma nessuno scempio, no.
Livia si port al viso una mano tremante e guantata. Non voleva piangere e non avrebbe pianto. Aveva esaurito le lacrime anni prima. Ma temeva che vedere il cadavere dell'uomo che un tempo aveva amato fosse troppo, per lei. E inoltre non poteva impedirsi di provare curiosit per l'uomo che aveva davanti; quegli occhi verdi, fissi, cos strani in quel viso bruno. Il naso affilato, con qualche tremito delle narici. La linea delle sopracciglia, lievemente incurvate al centro, quasi un broncio naturale. Le labbra sottili, un po' strette, l'istintivo guizzo della mascella. La ciocca di capelli sul viso, a ingentilire l'impressione di durezza generale. Le ricordava uno smeraldo non incastonato, freddo e indifferente, ma attraente e incantevole.
All'apparenza Ricciardi non si accorgeva dell'insistenza con cui la donna lo stava osservando e a sua volta la scrutava, cercando di coglierne le emozioni. Se alla base dei delitti c'erano la fame e l'amore e le alterazioni di quei bisogni, allora una donna, una donna bella, poteva essere l'origine di un movente. Anche se lontana, una moglie poteva provocare delusione, gelosia, invidia e scatenare qualsiasi reazione. Ne aveva viste tante, Ricciardi, e tante, lo sapeva, ne avrebbe ancora incontrate.
Quella, poi, era una donna che avrebbe fatto impazzire chiunque. Negli occhi neri, profondi ed espressivi, Ricciardi leggeva una grande energia insieme a una profonda intelligenza e alla consapevolezza della propria bellezza: una miscela pi potente di qualsiasi esplosivo.
- Da quanto tempo non vedevate vostro marito, signora?
- Tre mesi, credo. Da Natale, pi o meno.
Ricciardi la fissava.
- Non vi sembra normale, vero? Lo so. Ma la mia non  mai stata una famiglia normale. Con Arnaldo non era possibile avere una famiglia. Lui... avrebbe dovuto rimanere da solo, ecco. In realt, il nostro matrimonio  stato funzionale a lui. Alla sua carriera. Di questi tempi, poi: non si pu avere una carriera, una visibilit pubblica, senza una bella famiglia. E allora serve un matrimonio. Un bel matrimonio pubblico.
- E voi, signora? Che convenienza avete avuto?
Livia non parve riconoscere il sarcasmo, nella voce di Ricciardi. Sembrava essersi persa nel seguire il filo dei ricordi.
- Convenienza? La convenienza di sposare un genio, il pi grande di tutti i tempi. E l'uomo che si ama. Che si crede di amare. O che si  amato, forse. Voi siete sposato, commissario?
- No. Io no. Com' essere sposati? Spiegatemelo, signora.
- Non lo so. In tutti questi anni, non ricordo mai di averlo sentito mio. Certo, la casa: i mobili, le feste. Le persone importanti, il partito, le autorit. Quadri, statue. Premi. Viaggi, pose per la stampa, lampi di magnesio. Aeroplani, perfino. Vagoni letto. Sorrisi. Ma soltanto fuori dalle mura. In casa, sola ad aspettare. Ma ad aspettare che cosa?- E lui? Lui, nel frattempo?
Livia inseguiva il ricordo della solitudine.
- Lui, in giro. Protestavo quando tornava, gli chiedevo spiegazioni. "Come osi? Stai al tuo posto. Io vivo, io sono il grande Vezzi. Lasciami vivere, lasciami andare". E l'amore...
- E l'amore?
- L'amore finisce. Le braccia che ti stringevano diventano sbarre che ti respingono. Il viso che accarezzavi con lo sguardo, nel sonno, diventa il segno della tua fine. Anche la fine delle aspirazioni, della carriera. Ero brava, sapete, commissario? Veramente brava. Ho cantato a New York, a Londra. Anche qui al San Carlo, nel '22, ho interpretato L'italiana in Algeri. Poi ho sacrificato tutto sull'altare del dio Vezzi. Non so perch abbia sposato me, perch abbia voluto proprio me. Me lo sono chiesta cento, mille volte in questi anni. Poteva avere chi voleva, nobildonne, eredi di enormi ricchezze, ma ha voluto me. Ero fidanzata con un conte fiorentino quando ci hanno presentati, ma lui non se n' nemmeno accorto. Ha cominciato a corteggiarmi inondandomi di rose, lettere, messaggi; sembrava impazzito. L'ho visto cos altre volte, dopo: era fatto cos. Quando voleva una cosa, qualsiasi cosa, non dormiva, non viveva finch non l'aveva. Cos  stato con me.
Ricciardi ascoltava, assorto. Cercava il germe della vendetta nelle parole di Livia, ma non lo trovava.
- Ma non provate rancore, o rabbia, per la vostra vita? Non vi sentite derubata di qualcosa che vi apparteneva?
La donna si ritrov a fissare quegli occhi verdi. Ci affond dentro, per un lungo attimo che si dilat a dismisura. Ci vide la consapevolezza della sofferenza, vi riconobbe il senso del dolore.
- Voi avete perso qualcuno, commissario? Vi  mai mancata una persona molto amata?
Ricciardi tacque per un momento e rivide l'uomo di San Martino, con la bava giallastra alla bocca e le mani strette sull'addome, ripetere Senza te non c' vita, mentre la donna impiccata chiedeva perch.
- Diciamo che conosco questo tipo di mancanza, ho visto tanti casi con il mio lavoro, e conosco l'assenza.
- Allora, se conoscete l'assenza, saprete che diventa una condizione. Ci si abitua, se si sopravvive. Io mi sono abituata. Sei anni fa ho avuto un figlio da Arnaldo. Ho creduto di ritrovare i segni della gioia e dell'amore perduto. Ma non era scritto cos. Lo stesso Dio che mi aveva condannato al carcere a vita mi ha tolto la gioia che mi aveva dato. E meglio essere ciechi dalla nascita o diventarlo? Non conoscere i colori o almeno poterli ricordare? Me lo sono chiesta mille volte, anche questo. Tutti questi anni, a farsi sempre le stesse domande.
- Cos' successo al bambino?
- Morto di difterite, a un anno. Arnaldo non me lo ha perdonato, come se l'avessi ucciso io. "Nemmeno a essere madre, sei stata capace", mi ha detto. Gli serviva un figlio: quanto una moglie, ancora di pi. La continuit, il seguito. Poi, la prova della virilit, della bont del seme, da offrire al partito, alla patria. Che sciocchezze. Non pensate che siano sciocchezze, commissario? O siete di quelli che ci credono, a queste cose?
- No, non sono di quelli. E poi? Cos' successo, dopo? Non vi siete pi avvicinati?
Livia sospir, passandosi una mano sui capelli raccolti.
- No. Ma non siamo mai stati vicini. E comunque, se un figlio unisce, perderlo pu separare definitivamente. Ammesso che sia mai esistito, il nostro matrimonio.
Si ferm a seguire un pensiero. Poi si rivolse a Ricciardi.
- Voi avete mai visto un fantasma, commissario?
- Chi lo sa. Forse, a volte. Ma forse li vediamo tutti.
- Io vivo col fantasma del mio bambino. Mi fa compagnia, ci parlo. Credo di vederlo, a volte: lo sento in braccio, sento il suo peso.
- E vostro marito? Cos' successo, dopo?
- E andato per la sua strada, definitivamente. Non tentava nemmeno pi di salvare le apparenze. Ci rivedevamo in occasione delle manifestazioni ufficiali, sono stata a sentirlo cantare, un paio di volte. Lui le sue storie, io le mie. Senza rimpianti, non pi.
Ricciardi inarc un sopracciglio.
- Le vostre storie?
Livia alz il mento, orgogliosa.
- Sono una donna: ferita a morte, ma ancora viva. Ho avuto bisogno di sentirmi apprezzata, s. Di vedere se potevo ancora ricevere un mazzo di rose, una lettera d'amore. E poi, avrei dovuto rimanere fedele? E a chi? A un uomo che non tornava a casa per mesi? E che non esitava a umiliarmi, mostrandosi in pubblico con altre donne? Avreste dovuto vederle, le facce di commiserazione dei nostri amici, delle nostre conoscenze importanti. Forse speravo di fargli un po' di male anch'io.
- Vi chiedo scusa, signora. Non volevo offendervi, sono questioni che non mi riguardano. Era per sapere se poteva esserci qualcuno che in qualche modo voleva liberarsi di vostro marito. Per arrivare a voi, magari.
- No, commissario. Non frequento pi nessuno da mesi. Potrete verificarlo facilmente. Ho passato tutta la settimana a Pesaro, dai miei genitori. Da sola. Come sempre.
Nel salutare Ricciardi, prima di calare il velo sul viso, Livia si gir e, inaspettatamente, gli sorrise. Un sorriso luminoso, dolcissimo.
- Sono scesa all'Excelsior, commissario. Se avete bisogno di me, di altre notizie, mandatemi a chiamare. In ogni caso, domani mattina sar qui per il riconoscimento in ospedale.

21.

Ricciardi scopr che Maione non era ancora andato via; quindi, lo incaric di accompagnare Livia in albergo. Ma gli chiese anche di verificare presso la questura di Pesaro la presenza continua della donna nel periodo e che fosse davvero da sola.
Poi decise di tornare a casa. Aveva freddo.
Lungo la strada cercava di mettere ordine tra gli elementi acquisiti durante la lunga giornata di interrogatori. Provava una familiare sensazione di disagio: come quando si  omesso di fare qualcosa, o si  perso un oggetto, o comunque non si  valutato un aspetto. Qualcuno aveva detto qualcosa di importante, di necessario, e lui non riusciva a portare questo qualcosa a livello cosciente, per servirsene. Ma chi? E che cosa?
Il vento aveva ripreso a soffiare sostenuto; per la strada deserta gli unici suoni erano un'imposta che sbatteva, gli zoccoli di un cavallo sulle larghe pietre e l'ululato nei portoni. La tata aveva preparato la cena e aspettava, cucendo qualcosa per qualche parente remoto di Fortino: quando lo vide cominci a manifestare le solite preoccupazioni.
- Una cosa nuova, eh? Qualche altro ammazzamento. Subito si capisce, cambiate faccia. Diventa una fissazione. Quando si lavora, si lavora. Ma, quando uno sta a casa sua, deve pensare ai fatti suoi, invece voi niente, sempre a pensare a morti ammazzati, sangue e coltelli. Invece, perch non pensate a farvi una famiglia? Qua mettono una tassa, la devono pagare quelli che non sono sposati. Allora che fate, pagate una tassa? Ma che vi manca, a voi? Vi potete pigliare la meglio femmina di Napoli, per quanto siete bello e ricco. E siete ancora giovane. Credete di rimanere giovane per sempre? Io, a me mi pare ieri che ero una guagliona bella e mo' sono una vecchia cadente. E tutta una vita passata vicino a chi? A uno che non vuole nemmeno avere figli! Nemmeno un poco di soddisfazione per questa povera vecchierella. Certo che ci vuole un coraggio!
Ricciardi, conciliato dal rumore di fondo delle lamentele di tata Rosa, continuava a mangiare riflettendo. Aveva definito la personalit di Vezzi, su questo non c'era dubbio. Un uomo losco, terribile, un vero e proprio concentrato di quanto di peggio poteva esserci in una persona. Dotato di un inarrivabile talento e del fascino che ne derivava. Ma su chi esercitava il suo fascino? Su chi faceva parte del suo ambiente, dal quale infatti non usciva. Eppure aveva una moglie bella e, all'inizio, innamorata. Possibile che non avesse capito il dramma che la donna aveva vissuto perdendo il suo bambino? Bella era bella, Livia: non c'era dubbio. Anche lui, di solito poco attento a quelle cose, se n'era accorto. Affascinante, con qualcosa di felino. Non certo rassicurante.
- Una donna tranquilla, serena. Una che quando muoio io, che secondo me  tra poco per il male che mi fanno queste ossa vecchie, ci pu pensare lei, a voi. Lo so solo io, la fatica che ci vuole a mantenere questa casa. E poi lava, stira, stendi, cuci i bottoni che perdete sempre. E prepara la cena, che rimane fredda perch non tornate mai, la sera. Ma che vita ?
Si pu arrivare a uccidere per una donna? Aveva visto farlo per molto meno degli occhi di Livia, del suo profumo. Ma chi poteva entrare nell'area dei camerini durante la rappresentazione? Un esterno avrebbe attirato l'attenzione di tutti, ma qualcuno dell'ambiente, del teatro, sarebbe passato inosservato. Entrare, uscire dal camerino? E come? Ricciardi baci Rosa sulla fronte e si avvio in camera.

Il mare urlava sugli scogli, sospinto dal vento. Dalla finestra del terzo piano dell'hotel Excelsior si vedevano alti sbuffi di schiuma grigia nella notte, e le barche dei pescatori ormeggiate lontano dalla riva che ballavano scomposte nelle onde. Nel buio della sua camera, Livia fumava guardando il paesaggio reso mobile dalla tempesta.
Avrebbe potuto uscire. Marelli, l'impresario di Arnaldo, l'aveva invitata a cena. Le aveva accennato che, ormai, avrebbe anche potuto riprendere a cantare; che il nome di Vezzi non sarebbe stato pi un ostacolo ma, anzi, un'ottima pubblicit. Che non c'era, ormai, l'impedimento derivante dall'ombra del grande tenore. Ormai. La parola d'ordine era "ormai". Ormai era libera.
Ma si sentiva libera, Livia? O avrebbe visto un altro fantasma, adesso? Il respiro, le mani. La voce di Arnaldo. L'uomo che era all'inizio, l'uomo che era diventato alla fine. Forse non poteva che andare cos, per uno come lui. Aveva paura di vederne il cadavere: paura che potesse, alla fine, non essere lui.
Non sapeva perch ne aveva parlato col commissario. Era tanto, pens respirando fumo, che non ne parlava con nessuno. Perfino i genitori, sempre solleciti e presenti, che la chiamavano "la povera Livia" dalla morte di Carletto, non l'avevano sentita parlare di Arnaldo da anni. N chiedevano di lui, avendo di certo intuito la situazione. Invece, di fronte a un estraneo e in un momento cos grave, aveva confessato le proprie emozioni, quelle pi segrete.
Livia ripens a quello che aveva intuito in Ricciardi: l'abitudine alla sofferenza. La sofferenza altrui, fatta propria e diventata una condizione di vita. Non faceva fatica ad ammetterlo, era attratta da quell'uomo freddo e inespressivo. L'invito a cena di Marelli l'aveva rifiutato, sarebbe stato per un'altra volta. La sua carriera aveva aspettato tanto, avrebbe aspettato un'altra sera.
Nel buio, ripens con amarezza a quegli occhi verdi. Fuori, il lamento del vento e del mare.

Nella cucina calda e illuminata, Enrica rigovernava dopo aver cenato con la sua famiglia. Regnava l'abituale disordine, come se fosse passato un battaglione di lanzichenecchi affamati.

Dalle altre stanze arrivavano gli schiamazzi dei fratelli, il pianto del nipotino, la discussione del padre con la madre, la sorella e il cognato. A Enrica non dispiaceva rigovernare, dopo cena. Il suo carattere dolce e testardo trovava nell'ordine la principale espressione. Ogni cosa al suo posto, con pazienza e determinazione.
Non voleva aiuto e respingeva con garbo le offerte della madre che aveva l'artrite, e della sorella minore che aveva l'impegno del bambino; le bastava che nessuno le facesse fretta e che non si entrasse pi in cucina. Era il suo piccolo regno. Era cos, Enrica. Calma, sorridente, silenziosa e determinata. Senza voltarsi, gett un'occhiata verso la finestra. Ancora niente.
Quella sera le voci degli adulti erano piuttosto concitate. Politica, pens. Sempre politica. Man mano che passavano gli anni e il regime si consolidava, le opinioni delle persone si distanziavano sempre di pi. Il padre di Enrica, un liberale, si era convinto che la libert andava progressivamente perdendosi; che era difficile, per chi la pensava in maniera diversa dalla maggioranza, esprimere la propria opinione senza incorrere in qualche atto di violenza. Che l'economia ristagnava e la prova era data dal fatto che la figlia e il genero erano costretti, col bambino, ad abitare ancora con loro invece che per conto proprio.
Ma il cognato, commesso nel negozio del suocero, iscritto con entusiasmo al fascio, ribatteva che quello era disfattismo; bisognava aver fiducia nelle scelte del Duce e dei gerarchi che avrebbero fatto il bene della patria; c'erano sacrifici da fare ora per poter in futuro essere i primi nel mondo. Perch quello era il destino dell'Italia, fin dai tempi di Roma: dominare, per il bene dell'umanit. Dovevano sentirsi orgogliosi di essere italiani, e accettare fiduciosi quelle rinunce: quando il fato si sarebbe realizzato, ci sarebbero stati prosperit e benessere.
A Enrica spiaceva sentirli in disaccordo. Ma sapeva che si volevano bene e che anche quella discussione sarebbe terminata con un bicchierino di cognac, davanti alla radio. Dal canto suo, non sapeva che pensare di quell'argomento: le sembrava che il padre avesse ragione, ma aveva
la sensazione che questo non lo rendesse felice. Guard di sfuggita la finestra. Ancora niente.
Lei stessa, lo sapeva, costituiva un motivo di preoccupazione per i genitori. Lo intuiva sempre pi spesso dalle carezze della madre, dai sospiri del padre; la sorella minore era sposata da oltre un anno dopo un fidanzamento di cinque anni. Da tempo lei rifiutava gli inviti delle amiche, che il sabato pomeriggio volevano portarla alle feste da ballo. Non era bella, Enrica, alta, con gli occhiali da miope, non particolarmente aggraziata nei movimenti, le gambe troppo lunghe. Ma aveva uno straordinario modo di sorridere, piegando la testa di lato e abbassando gli occhi, e qualche giovane aveva chiesto di lei alle sorelle e alle amiche. Con gentilezza e a bassa voce, ma senza ammettere repliche, lei rifiutava l'invito, senza offendere nessuno. Le piaceva leggere, ricamare. Ascoltare la musica alla radio, quella romantica, che faceva sognare. A volte andava al cinematografo e aveva anche visto un film sonoro, qualche mese prima: ne era rimasta incantata, aveva pianto. Il padre l'aveva presa un po' in giro, intenerito. Ripose un piatto nella credenza, vicino alla finestra. Guard fuori. Niente ancora.
La verit la teneva per s. Non voleva raccontare a nessuno di come non si sentiva libera di accettare i corteggiamenti dei giovanotti. Ah, sapeva che avrebbero riso: le avrebbero detto che era la solita ingenua sognatrice, che la realt era un'altra cosa. La realt era che ormai aveva ventiquattro anni ed era ancora sola. Che era inutile ricamare un corredo che non sarebbe mai stato usato, con ogni probabilit. Che se voleva una famiglia con dei figli e una casa, avrebbe fatto meglio ad avere una vita sociale, senza perdere tempo.
Ma avrebbe anche dovuto raccontare altro, per completezza: della finestra di fronte e delle tende che si aprivano ogni sera, anche se non sempre alla stessa ora; di quella volta dal fruttivendolo ambulante, quando si era trovata davanti agli occhi pi disperati che avesse visto. Di come ogni sera si sentisse quegli stessi occhi febbrili addosso, per ore, di l da un vetro d'inverno e senza barriere d'estate, quando il profumo del mare arrivava fino a Santa Teresa portato dal vento caldo del Sud. E di come quello sguardo fosse tutto, una promessa, un sogno, perfino un abbraccio ardente.
Si rivolse d'impulso alla finestra. La tenda di fronte era aperta. Arrossendo, Enrica emise un breve sussurro.
- Buona serata, amore mio.

Ricciardi osservava Enrica rigovernare. Si godeva i suoi gesti lenti, metodici, precisi.
Qualcosa mancava: un dettaglio, un particolare. Era sicuro di non essere lontano dalla soluzione, o almeno dalla via che avrebbe portato alla soluzione. Una frase: una frase che aveva sentito, che aveva conservato in un angolo della memoria e non ricordava pi.
Enrica disponeva i piatti nell'acquaio, dal pi piccolo al pi grande, con attenzione.
Le informazioni, proviamo, dalla pi piccola alla pi grande. Quelle importanti le ricordava bene, inutile concentrarsi. Pensiamo a quelle apparentemente non importanti.
Enrica passava uno strofinaccio sul tavolo. Ripuliamo bene le cose che hanno detto: chi ho sentito per primo?
Enrica disponeva le sedie attorno al tavolo della cucina. Don Pierino, che mi ha raccontato della trama delle opere.
Enrica ripiegava la tovaglia, dopo averla scossa.
Il prete gli aveva anche parlato di Vezzi, di quanto era grande. Addirittura gli tremava la voce.
Enrica stava spazzando le briciole della cena da terra, adesso.
Ricordava l'emozione di don Pierino, eppure il viceparroco non aveva assistito alle prove: era stato preciso, in quello.
Enrica aveva finito di rigovernare e si guardava attorno soddisfatta.
Don Pierino aveva detto che ne aveva sentito la voce nei dischi e in altre rappresentazioni. Non stavolta, per.
Enrica stava prendendo la scatola del ricamo: avrebbe spostato la sedia vicino alla finestra e acceso l'abat-jour. Era il momento pi bello della giornata di Ricciardi: vederla seduta mentre cominciava a ricamare con la mano sinistra, la testa lievemente ripiegata di lato. Gli faceva tremare il cuore.
Don Pierino che gli diceva: "Vederlo da vicino, ieri, mi ha fatto tremare il cuore".
Nel buio della stanza da letto accadde una cosa straordinaria: il cupo commissario Ricciardi, in veste da camera e con la retina sui capelli, sorrise e disse, a bassa voce:
- Grazie. Buonanotte, amore mio.

22.

Don Pierino sollev l'ostia sopra la testa, nella consacrazione. Era il gesto che pi di ogni altro lo faceva sentire vicino a Dio, il tramite fra Lui e il mondo degli uomini, colui che avrebbe preso un pezzetto del paradiso per darlo alla comunit. Era diventato prete per questo.
S'inchin davanti all'altare, poggiando la fronte sul telo di lino bianco che copriva il marmo. Fuori il vento gridava il suo lamento, ed era la voce di un'altra creatura.
Nel tirarsi su, don Pierino vide, nella penombra delle sette del mattino, una figura nota in piedi in fondo alla chiesa.
L'uomo era a capo scoperto, ma non aveva in mano nessun cappello. Teneva le mani nelle tasche del soprabito, le gambe lievemente divaricate e un ciuffo di capelli sulla faccia. Svestiti i paramenti sacri, don Pierino se lo ritrov all'uscita dalla sacrestia.
- Commissario! Qual buon vento,  il caso di dire?
Ricciardi fece una smorfia.	
- Gi cos allegro, di prima mattina, padre? Una buona colazione o l'aiuto della fede?
- La fede, evidentemente: la colazione non l'ho ancora fatta. Volete favorire, commissario? Latte e caff in sacrestia?
- Caff e biscotti, ma al Gambrinus qui di fronte. Offro io.
- Ma certo che offrite voi. Voto di povert, ricordate?
Fuori, la citt era sveglia. Una squadra di operai, in abiti da lavoro, stava aspettando la partenza del filobus per l'acciaieria di Bagnoli. Alcune studentesse, in grembiule nero e mantellina, si incamminavano verso il semiconvitto in piazza Dante. Le carrozze e i taxi cominciavano a confluire in piazza del Plebiscito, in attesa degli uomini d'affari che avrebbero invaso le strade di li a poco. Muratori, in gruppi di tre o quattro, si avviavano verso il lungomare, dove era in corso la posa dell'asfalto.
- Padre, vi ho disturbato per chiedervi una cosa. Ieri mattina mi avete detto di non aver sentito cantare Vezzi, stavolta;  cos?
- Certamente, commissario. Quando c'era lui, durante le prove le porte erano rigorosamente chiuse. Del resto, faceva solo la prova generale. Poi, l'altra sera, come ben sapete, non ha fatto in tempo a cantare.
Ricciardi si sporse sul tavolino.
- Eppure, io ricordo che voi avete detto che vederlo da vicino, l'altroieri, vi ha molto emozionato. Ho capito male?
Don Pierino emise un sospiro triste.
- No, commissario, avete capito bene. Anzi, ripensandoci, sono stato forse tra gli ultimi a vederlo vivo, a parte chi lo ha ucciso,  ovvio.
- E in quale circostanza? Vi prego, padre:  molto importante che mi diciate tutti i particolari.
- Oh,  molto semplice. Io ero nella famosa intercapedine, in cima alla scala che porta dall'ingresso dei giardini ai camerini. Devo essere involontariamente arretrato, non  un posto molto ampio, credetemi, e ho invaso un poco il passaggio. Allora mi sento urtare con una certa violenza e traballo un po'. Mi giro e vedo quest'uomo enorme, alto e grosso, che mi dice: "Scusatemi "; io dico: " Scusatemi voi", o qualcosa del genere. Come sapete, non avrei dovuto stare l. E poi, lo vedo entrare nel camerino di Vezzi, sotto la rampa.
Ricciardi non batteva ciglio, al colmo della concentrazione.
- Ma com'era, padre? Com'era vestito, come lo avete riconosciuto?
Don Pierino si sforzava di ricordare con precisione i particolari.
- Aveva il cappotto, un cappotto nero, lungo. E una sciarpa bianca di lana, che gli copriva quasi tutta la faccia. In testa un cappello nero, a tesa larga, ben calcato. No, la faccia non l'ho quasi vista. Ma era Vezzi, sicuro: altrimenti, perch sarebbe entrato nel suo camerino?
Gi, pens Ricciardi. Perch?

Arriv prima il profumo. Ricciardi alz il capo dal rapporto che stava compilando, colpito dall'acuto, particolare odore selvatico, di spezie. Un attimo prima che collegasse il profumo alla persona, Maione si affacci alla porta dell'ufficio.
- Commissa', c' la signora Vezzi.
Ricciardi disse di farla passare e Livia entr. Era vestita con un sobrio tailleur nero, la gonna a met gamba che le fasciava i fianchi dalle linee morbide. La giacca, abbottonata fino al collo, conteneva un seno ampio ma non pesante. Portava sul braccio il cappotto col collo di pelliccia, la borsa con la tracolla alla spalla. Il cappello, lievemente spostato di lato, aveva la veletta nera alzata. Il volto non portava i segni della notte, che pure, Ricciardi immaginava, non doveva essere stata riposante. I grandi occhi neri erano vivaci e attenti, il trucco leggero ammorbidiva l'espressione. Le labbra piene erano appena dischiuse.
- Cos vi ho lasciato e cos vi ritrovo, commissario; Non lasciate l'ufficio, per la notte?
Maione, che era rimasto sulla porta, inarc un sopracciglio.
- Fisicamente s, signora. Ma solo fisicamente. Come state? Ve la sentite?
- Certo, commissario. Sono venuta per questo; per difficile che sia.
Ricciardi diede indicazioni a Maione di preparare una delle tre automobili della questura e di avvertire il dottor Modo che stavano recandosi in ospedale per il riconoscimento.
Il breve viaggio si svolse in silenzio. Maione era alla guida, cosa che non gli veniva molto naturale: le sue imprecazioni contro gli ostacoli improvvisi erano le uniche parole che furono pronunciate nella vettura.
Livia aveva abbassato la veletta e respirava piano; sentiva al suo fianco la presenza di Ricciardi, la cui tensione era palpabile. Il commissario rifletteva sull'informazione avuta poco prima da don Pierino: era chiaro che l'uomo che aveva urtato il prete non era Vezzi. Sia perch a quel punto il tenore doveva essere gi morto, sia perch si era sicuramente truccato e quindi avrebbe sporcato di cerone la sciarpa, che invece era pulitissima. Ma allora, perch rientrare? Una volta fuggito dalla finestra, perch non dileguarsi nel buio e rischiare invece di farsi vedere? E infine, come essere sicuro che, nel frattempo, il cadavere non fosse stato scoperto? Ancora troppi lati oscuri. Ma Ricciardi era convinto di aver segnato un punto importante nella partita contro l'assassino.
All'ospedale, nella sala mortuaria, trovarono il dottor Modo in camice bianco. Il medico rimase visibilmente colpito dalla statuaria bellezza di Livia, alla quale present le proprie condoglianze.
- Grazie, dottore. Vorrei potervi dire che provo un inconsolabile dolore. Invece, sento un sordo dispiacere; una malinconia. Un po' di nostalgia di un tempo passato, forse. Ma nessun dolore.
- Mi dispiace, signora. Mi dispiace tanto. Non c' niente di pi triste che morire senza lasciare alcun dolore.
Ricciardi li ascoltava in disparte. Pensava alle lacrime che solcavano il viso del pagliaccio, tracciando due righe scure nel cerone. Vedeva le gambe un po' piegate, sentiva le parole del suo ultimo canto. Il dolore c'era stato, come no: il dolore della perdita, il dolore di chi viene derubato di anni e anni ancora da vivere.
Un inserviente spinse la barella col corpo coperto da un lenzuolo bianco. Si disposero, Livia e Ricciardi da un lato, Modo dall'altro. Il medico sollev il lembo di tessuto che copriva il viso del fantoccio che era stato un uomo: tutti e tre rimasero in silenzio a fissare la faccia di cera. Lo sguardo corse alla piccola tumefazione sullo zigomo, grande quanto una monetina; al taglio circoscritto sul lato destro del collo. Le palpebre e la bocca erano socchiuse, come se il cadavere stesse provando un sottile piacere, come se sentisse una musica nota solo a lui. Al centro della gola il taglio dell'autopsia, cucito da punti trasversali.
- E' lui, - disse Livia in un soffio, le mani strette l'una all'altra, bianche per lo sforzo. Ricciardi tolse una mano dalla tasca del soprabito e la pass sotto il braccio della donna, che vi si appoggi per non cadere.
- Scusatemi, - disse, - credevo di essere preparata. Ci ho pensato tanto. Ma forse non  possibile prepararsi, vero?
Il dottore sospir, al cospetto di una situazione familiare. Copr nuovamente il cadavere e fece un cenno all'inserviente che aspettava in disparte. L'uomo port via la barella e nessuno vide mai pi Arnaldo Vezzi in carne e ossa.
Nella saletta antistante la sala mortuaria, il dottore offr una sigaretta a Livia, che l'accese con mani tremanti.
- Che assurdit. Tanta grandezza, tanti sogni. La magia di una voce inarrivabile. La protervia, l'onnipotenza. Poi, tutto questo silenzio.
Il dottor Modo sospir. - E' sempre cos, signora. A prescindere da chi sia stata la persona. La stessa dignit, lo stesso silenzio. Sia in guerra, sia per malattia. Per quanta gente ci sia qui ad aspettare, l dentro sono sempre soli, in silenzio.
Ricciardi ascoltava e pensava. Silenzio, dici, dottore? Non immagini quanto ancora abbiano da dire. Cantano, ridono. Parlano. Urlano. Solo che voi non li sentite. E' una questione di orecchio: emettono un suono che voi non sentite. Io invece lo sento. E quanto.
Livia ringrazi il dottore, lui le disse di considerarlo a sua disposizione. Il ritiro del corpo, per le esequie. Se ne sarebbe occupato Marelli, l'impresario. Eccetera, eccetera. La retorica esatta della morte.
Il viaggio di ritorno fu diverso. Livia era sensibilmente sollevata, per vari motivi. Andava rendendosi conto che un importante capitolo della sua vita era comunque chiuso. In quella citt non sua, scossa da quello strano vento freddo fuori stagione, aveva forse ritrovato la propria libert senza averla pi cercata da anni. Anche il viso di Arnaldo, straziato dalla morte, non era pi malevolo; pensava che forse col tempo avrebbe potuto ricordarne le poche cose positive, i momenti belli di quando si erano conosciuti e i primi anni del matrimonio. 
- Voi credete al destino, commissario?
- No, signora. Non ci credo. Credo agli uomini e alle loro emozioni. All'amore, all'odio. Alla fame. Al dolore, soprattutto.
Livia ne osservava il profilo affilato, i capelli ribelli sul viso. Ne percepiva la distanza, come se parlasse da un altro mondo o da un altro tempo.
Maione guidava in silenzio, senza neanche imprecare contro gli scugnizzi che attraversavano scalzi la strada, inseguendo una palla di stracci e carta di giornale sospinta dal vento. Scrutava nello specchietto retrovisore il commissario, sorpreso dalle sue parole: non aveva sentito mai quel tono, cos assorto.
La donna parl ancora.
- E allora? Secondo voi una persona quante possibilit ha, nella vita, di costruirsi un po' di felicit?
- Quante ne vuole, signora. Forse nessuna. Ma illusioni, s. Anche ogni giorno, ogni momento. Illusioni, per. Solo illusioni.
Livia cap che la mente di Ricciardi non era con loro, che vagava altrove. Perci tacque, fino alla questura.
All'arrivo Maione chiese alla signora se aveva bisogno di un passaggio in albergo. La donna disse che avrebbe preferito fare due passi, anche nel vento; sentiva bisogno di aria. Si avvicin a Ricciardi.
- Commissario, per ora mi tratterr in citt. Non mi sento di tornare a casa, adesso. Aspetter il completamento dell'indagine, se non ci dovesse volere troppo tempo. Conoscete il nome del mio albergo. Se doveste avere bisogno di me, saprete dove cercarmi.
- Certo, signora. Terr presente, vi assicuro.
Di nuovo un sottinteso caduto nel vuoto. Livia pens alle tante volte che un sorriso o una parola erano stati sufficienti a dare inizio a un corteggiamento. Non sapeva perch quegli occhi, quella voce la turbassero tanto; e non sapeva come far capire a Ricciardi che avrebbe voluto incontrarlo, per parlare di qualcosa che non fosse l'assassinio del marito.
Decise di essere pi esplicita.
- Cosa c' che non va, commissario? Tra noi ci sono sempre due dialoghi: uno a parole, l'altro fatto di sguardi. Perch con voi non funziona allo stesso modo che con gli altri? Forse non provate emozioni?
Maione, qualche metro pi in l, ebbe un accesso di tosse. Ricciardi fece una smorfia.
- Magari, signora. Vivrei pi sereno. Ma voi avete il vostro dolore e dovete cercare un altro porto che vi ripari dalla tempesta.
Livia rimase a guardarlo. Il vento muoveva leggermente la veletta, sopra l'elegante cappello. Gli occhi neri e profondi si riempirono delle lacrime che la vista del marito morto non aveva suscitato. Si gir e se ne and.

23.

Giunti in ufficio, Ricciardi disse a Maione che aveva bisogno di parlare ancora a don Pierino, al sovrintendente del teatro e a Bassi. Arriv prima il segretario, ormai decisamente preoccupato.
- Buongiorno, commissario. Perdonatemi, ma comincio a essere francamente disorientato da queste vostre continue convocazioni. Vi ho detto tutto quello che so: di che cos'altro avete bisogno?
- Avete qualcosa da nascondere, signor Bassi? Se s, allora vi consiglio di parlare; altrimenti, vi baster solo rispondere con sincerit alle nostre domande adesso e ogni volta che ce ne sar bisogno, e non avrete nulla da temere.
L'uomo sospir, le spalle incurvate, l'espressione rassegnata.
- D'accordo, d'accordo. Non ho nulla da nascondere, ci mancherebbe. Cosa volete sapere?
- Parliamo di Natale. Del viaggio a Napoli, attorno al 20 dicembre. Voglio conoscere gli spostamenti di Vezzi in quei giorni, o perlomeno quelli a vostra conoscenza.
- Allora: siamo partiti la mattina del 20, siamo arrivati la sera tardi. Venivamo da Milano, con noi c'era il signor Marelli, l'impresario. Saremmo ripartiti la sera del 2r: si doveva solo concordare i termini del contratto, esaminare i bozzetti della scena, prendere le misure dei costumi, cose cos. Invece poi siamo ripartiti il 23 sera, per poco non facevamo Natale a Napoli. Ricordo che cambiai le prenotazioni dei biglietti due volte.
Ricciardi ascoltava, attento.
- E come mai, questi cambiamenti?
- Ah, non ne ho la pi pallida idea. Il maestro volle cos. Non diceva il perch, come al solito: noi potevamo solo prenderne atto e regolarci di conseguenza.
- Ma era per il teatro? Cio, per cose riguardanti, che so, la scena, l'orchestra...
Bassi fece una risatina nervosa e si sistem gli occhiali sul naso.
- Ma che teatro! Ci venne solo la mattina del 21. Un'occhiata distratta ai bozzetti, quattro parole col sovrintendente, le misure per i costumi con la sarta e poi spar per tre giorni. No, commissario, credetemi: il teatro non c'entra niente. La questione era diversa. Affari di cuore, secondo me. Non che abbia le prove, beninteso.
- E dove andava?
- Non lo so. La sera tornava in albergo tardissimo e andava a dormire, senza neanche salutare, come era sua abitudine. Il signor Marelli e io passammo due giorni a giocare a carte nella sala del Vesuvio.
Bassi non seppe dire altro e fu congedato. Ricciardi rifletteva, Maione ruppe il silenzio.
- Alla stazione ferroviaria posso verificare il cambio delle prenotazioni e i viaggi effettivi di tutti e tre. Il sovrintendente non c' ancora: forse si vuole fare aspettare per dimostrare che  importante. Vi avverto, appena arriva?
- Certo. Vai pure.
Il brigadiere esit, le dita sulla maniglia della porta dell'ufficio.
- Commissa', se mi permettete... vi vorrei dire una parola.
- Dimmi. Che c'?
- Io sono tre anni che lavoro affianco a voi. Voi lo sapete: da quando Luca... mio figlio... Insomma, in questo tempo mi sono affezionato. E' vero che nessuno ci vuole lavorare con voi: dicono che non siete umano, addirittura. Perch parlate poco, siete silenzioso, e lavorate assai, non vi fermate mai fino a quando non avete trovato chi  stato. Per a me mi piace, questo modo di lavorare. Per questo il nostro non  un lavoro come gli altri.
Allora?
Maione esitava, ma era determinato a finire il discorso che si era preparato.
- Allora, nessuno pi di me vi stima e sa che nel lavoro ci mettete tutto il cuore e le forze. Per... voi tenete pi di trent'anni, ma potreste essere mio figlio. Io mio figlio l'ho perso, e vi guardo certe volte e penso che siete bravo e, dentro, buono come il pane, lo sento, lo so. Ma siete solo, commissa'. E soli si muore. Io se non avessi tenuto mia moglie e i ragazzi, in questi anni, sarei morto cento volte. Il nostro mestiere si allarga piano piano, come una cantina quando si allaga, e riempie tutta la vita:  sbagliato.
Ricciardi ascoltava, in silenzio. Avrebbe forse dovuto rimproverare Maione per la confidenza che si stava prendendo, ma l'enorme imbarazzo del brigadiere lo inteneriva. Era rosso in viso, strofinava il piede a terra, si torceva le mani intrecciate. Decise di lasciarlo continuare.
- Io ne parlo qualche volta con mia moglie. Quella vi conosce, si ricorda, sapete, al funerale. L'avete salutata. E diciamo che un uomo come voi, a stare da solo,  un peccato. Sempre il lavoro. E io mi credevo, alle volte, sapete, ci sono uomini che non ci piacciono le femmine, non hanno interesse. Pensavo che voi, senza offesa, commissa', potevate essere cos. Per oggi, con questa signora. Madonna, quant' bella! E con tutto che il marito  appena morto, per quello era un bastardo, l'abbiamo sentito da tutti. Allora, come un padre con un figlio: voi mi potete pure dire: "Maione, ma come ti permetti: fatti i fatti tuoi". Per mo' se io non ci parlavo, con voi, me lo portavo sulla coscienza. Prendetevi una mezza giornata, commissa', e portatela a mangiare fuori, la signora!
Tir un forte sospiro liberatorio, come di chi si  levato un peso dallo stomaco. Ricciardi si alz dalla poltrona e si avvicin, mettendo la mano sul braccio del brigadiere come quel giorno in cui gli aveva detto che il figlio era morto col suo nome sulle labbra.
- Invece ti ringrazio. Lo so che mi sei affezionato e, a modo mio, lo sono anche io a te. Scusami, se qualche volta sono brusco: ho uno strano carattere. Ma, credimi: io sto bene cos. E salutami tua moglie. Maione sorrise per un attimo e usc.

Il sovrintendente Spinelli era agitatissimo, come sempre. Entr come una furia nell'ufficio, si ferm di botto.
- Eccomi, sono intervenuto con immediatezza. Buongiorno, commissario. Abbiamo novit? Mi si deve una spiegazione sullo stato delle indagini. D'altronde, ritengo che la mia posizione mi dia dei diritti in tal senso.
Ricciardi come al solito fu pi brusco del necessario. Pensava fosse l'atteggiamento giusto per tenere a bada uno cos.
- Quando avremo notizie le conoscerete, signore. Per ora, limitatevi a rispondere alle domande che vi far.
Ancora una volta la durezza di Ricciardi ebbe il potere di tacitare il sovrintendente, che assunse la solita aria oltraggiata.
- Sono a vostra disposizione, commissario.
- Nello scorso dicembre, Vezzi con Bassi e Marelli venne in citt per stabilire i dettagli del contratto per lo spettacolo dei Pagliacci:  cos?
- Certo,  tutto annotato. Io tengo un'agenda aggiornata, se dovessi rendere conto della mia opera per il Real Teatro. Ricordo perfettamente. Arrivarono il 20 sera, li aspettavamo dalla mattina ma non  una novit con Vezzi. A teatro sono venuti il 21 e si sono trattenuti per la mattinata.
- Hanno parlato con voi?
- Ho salutato tutti e tre, secondo il mio dovere: poi, io mi sono intrattenuto con Marelli per regolare le questioni, diciamo cos, amministrative. Vezzi e Bassi, invece, sono stati col direttore di scena, le costumiste e il regista a visionare i bozzetti, prendere le misure dei costumi e cose del genere. All'ora di pranzo sono andati via.
- Ricordate qualche episodio, qualcosa di diverso dal solito?
- No. Ricordo solo che, avendo saputo della sua venuta, si era radunata una piccola folla di addetti, cantanti, professori d'orchestra: Vezzi nell'ambiente era una vera e propria leggenda. Volevano vederlo, farsi fare un autografo. Lui si irrit e volle essere lasciato da solo. Incontr soltanto le persone che vi ho detto prima.
- E poi?
Il sovrintendente inarc con sufficienza un sopracciglio.
- Non mi avete sentito? Andarono via, prima dell'una. Rifiutarono perfino l'invito a pranzare insieme. Non so nemmeno quando sono ripartiti.

24.

Nella mente di Ricciardi si andava delineando una dinamica plausibile degli eventi. Non tanto nei fatti, ancora troppi particolari gli sfuggivano; quanto nelle emozioni che si erano generate. Lui lavorava cos: creava uno schema, una geografia delle emozioni che incontrava. Quello che coglieva mediante il Fatto, i sentimenti di chi interrogava, la meraviglia, l'orrore dei presenti. Poi cercava di comprendere l'anima della vittima: i lati chiari e i lati oscuri; dalle parole, dalle espressioni di quelli che l'avevano conosciuta.
Non elaborava le parole dei testimoni: c'era il rischio di ricordarle male e, comunque, fuori dal contesto in cui erano pronunciate perdevano di senso, di importanza. Ma fissava nella memoria l'atteggiamento, l'espressione, la passione di chi parlava: l'emozione che emergeva e soprattutto quella che rimaneva sotto la superficie. Sentiva, insomma, pi che ascoltare.
Nell'omicidio di Vezzi, nel suo essere sorpreso dalla morte, sentiva un unico impulso violento, non reiterato. Una solitaria ondata di odio fermo e limpido, con la distruzione che, ritirandosi, aveva lasciato sulla riva. E sentiva il pagliaccio preso alla sprovvista, col suo ultimo canto dolente. Ma sentiva anche, Ricciardi, che le parole e il tono del canto erano dissonanti: che cantava la vittima, non l'autore del sentimento di vendetta.
Aveva imparato col tempo come il Fatto potesse anche allontanarlo dalla soluzione dei delitti: una volta le ultime parole di una ragazzina assassinata riguardavano il padre e in quella direzione erano andate le indagini.
Ma il padre a cui si riferiva era un prete e l'assassino non era quello finito in galera. Da allora cercava di dare alle parole il peso che potevano avere, senza escludere nulla.
Era per quella dissonanza, per la stonatura che percepiva tra parole ed emozione che aveva convocato di nuovo don Pierino. Non sapeva se voleva incontrare l'esperto di opera lirica o il confessore, capace di capire lo spirito delle persone pure se con parametri molto lontani dai suoi.
Quando Maione introdusse il sacerdote, Ricciardi si alz per accoglierlo.
- Grazie di essere venuto subito, padre. Ho proprio bisogno di parlare un po' con voi.
Il sacerdote fu, come sempre, pi che cordiale.
- Mio caro commissario. Vi ho gi detto che per me  un piacere potervi essere d'aiuto. Come vanno le cose?
- Non particolarmente bene, temo. Qualcosa credo di averlo capito, ma ci sono ancora dei punti per me oscuri. Parlatemi, padre. Parlatemi di Pagliacci e di questo personaggio che interpretava Vezzi. Canio, vero?
Don Pierino si accomod meglio sulla sedia e intrecci le dita sulla pancia.
- Canio, certo. Il pagliaccio furente. Dunque, l'autentico dramma della gelosia, voi lo saprete,  l'Otello. La musica di Verdi, il libretto di Boito dalla tragedia di Shakespeare. Il Moro di Venezia, ricorderete. L  un crescendo di emozioni, che culmina con l'uccisione per soffocamento di Desdemona e il suicidio di Otello. In realt, Desdemona  innocente. Tutto  stato ordito da Jago, il traditore. In Pagliacci, come anche in Cavalleria rusticana, le cose sono diverse: la donna  colpevole, il tradimento c' effettivamente stato. E' un tradimento fra uomini e donne,  reale, appartiene alla vita quotidiana e, come dice Tonio nel prologo, pu toccare chiunque. Non c' niente di strano, niente di esotico. Non ci sono ricchezza, soldati, gondole o dogi.
Ricciardi ascoltava il prete con la massima attenzione.
- Quindi, Canio, anche se  un pagliaccio, non  certo un personaggio allegro.
- Infatti, commissario. Anzi, se dovessi dire la mia, penso che il personaggio di Canio sia fra i pi tristi di tutta l'opera lirica. Un uomo condannato a far ridere, che vive invece l'ossessione di non rendersi ridicolo. E il sentirsi richiamato da Peppe, l'Arlecchino, a recitare mentre soffre per la gelosia, che lo fa impazzire definitivamente.
- E, in scena, ammazza la moglie e l'amante.
- Proprio cos. Anche qui c' un delatore, proprio Tonio, il pagliaccio gobbo. La sua deformit rappresenta la cattiveria, la malignit. Ma in realt, anche se per egoismo, perch ha delle mire sulla moglie di Canio, lui dice la verit: Nedda, Colombina, ha un amante. E, qua sta la bellezza del libretto, proprio in scena, dove c' la finzione, si consuma il vero dramma: quasi a voler dire che la vita trova sempre s stessa, nella strada, nelle case e anche sul palcoscenico.
- Allora Canio ammazza Tonio e Nedda? Don Pierino rise.
- No, no! Non  Tonio, l'amante di Nedda. E' Silvio, ricordate? Ve lo dissi gi. Un giovanotto del paese, non uno della compagnia. Canio ammazza Nedda e poi Silvio perch questi sale sul palcoscenico per aiutare la donna.
- Quindi l'amante non recita con Canio:  cos?
- S, esattamente. E' un personaggio non rilevante in modo particolare, un baritono.
- E Canio, quando capisce che Nedda ha effettivamente un amante, impazzisce di gelosia.
Don Pierino assent, assorto.
- S; la finzione e la realt si confondono. Canio interpreta il marito tradito e, quando scopre la verit, si strappa di dosso il costume cantando: "No, pagliaccio non son! " e poi pugnala la moglie.
Ricciardi rivedeva l'immagine del pagliaccio in lacrime, col sangue che schizzava tutto attorno dal buco nella carotide, la mano protesa in avanti, che cantava...
- " Io sangue voglio, all'ira m'abbandono..."
-"... in odio tutto l'amor mio fin", - concluse per lui don Pierino, battendo le mani e ridendo divertito. - Bravo, commissario! Allora state studiando! Molto bella la citazione e particolarmente ad hoc, dato che le due opere si rappresentano insieme. In realt, raccontano la stessa storia e i personaggi sono pi vicini di quanto si possa immaginare.
Ricciardi non capiva.
- Quali personaggi, padre?
- Ma Canio e Alfio! La frase che avete appena recitato, no?
- Ma non  Canio, che la canta nei Pagliacci?
- Mi prendete in giro? No, no: la dice Alfio in Cavalleria rusticana. Anche lui un marito tradito. E' una frase che canta quando sta per uscire di scena, prima dell'intermezzo. Nel duetto con Santuzza, che gli rivela che la moglie lo tradisce con compare Turiddu, che alla fine dell'opera Alfio uccider in duello. Ma, se voi non sapevate... dove l'avete sentita?
A Ricciardi adesso si era aperta una prospettiva del tutto nuova, che metteva a posto molte caselle del rompicapo.
- Come avete detto, prima? Il baritono...
- Alfio  un baritono, s. Deve avere una voce profonda, a testimoniare il travaglio...
- No, no, padre, - lo interruppe Ricciardi alzando la mano, - la frase che avete detto a proposito dell'altro baritono, Silvio. Avete detto: " un personaggio non rilevante in modo particolare". E' cos?
Don Pierino era confuso.
- S, l'ho detto. Ma non la pronuncia lui, la frase che avete citato. State bene, commissario? Siete pallido.
- E chi lo decide, nella vita, chi  rilevante in modo particolare? Ognuno per s stesso  rilevante in modo particolare, no, padre? Quante volte vi sar capitato, in confessione, di sentire sentimenti ed emozioni di gente " non rilevante in modo particolare"? Io dalla mattina alla sera, ogni giorno, vedo lo scempio e il delirio delle emozioni di gente cos.
Don Pierino protest vivacemente. - Ma io non mi riferisco alla gente vera! Si tratta di scena. Proprio a me, questo non lo dovete dire. Il Signore  stato il primo ad affermare che tutti gli uomini hanno la stessa rilevanza. I vostri signori, invece, - e indic le due fotografie alla parete, - siete sicuro che diano, per esempio, all'omicidio di Vezzi la stessa rilevanza che a quello di un qualsiasi carrettiere dei Quartieri Spagnoli?
Ricciardi fu sorpreso dalla reazione veemente di don Pierino.
- Avete ragione, padre. Avete ragione. Non volevo dire questo, ma vi devo comunque delle scuse. Capisco che possiate pensarlo, ma non volevo dire cos. Il punto  che sono testimone, giorno per giorno, del dolore che volontariamente le persone infliggono ad altre persone. Mi  difficile pensare all'amore se non come al principale movente dei delitti; credetemi, padre: se non  l'amore  la fame, e in quel caso  pi semplice. La fame  comprensibile, vi si risale facilmente;  diretta, immediata. L'amore no, l'amore ha altre vie.
- Non posso credere che lo pensiate davvero, commissario. L'amore non c'entra niente con questo scempio. L'amore muove la terra,  quello dei padri di famiglia, delle madri, di Dio soprattutto. L'amore  volere il bene di chi si ama. Non certo il sangue, il dolore: quello  dannazione.
Ricciardi sembrava quasi tremare per un fuoco immenso, dentro.
- La dannazione. Credetemi, padre, se vi dico che la dannazione per voi  solo una parola. Credetemi se vi dico che la dannazione  la percezione quotidiana del dolore. Il dolore degli altri che diventa tuo, che ti brucia sulla pelle come una frustata, che ti lascia una ferita che non guarisce, che continua a sanguinare, che ti infetta il sangue.
Il commissario adesso bisbigliava, muovendo appena le labbra. Il suo era un sibilo e don Pierino istintivamente arretr sulla sedia, quasi inorridito.
- Io lo vedo, capite, padre? Lo vedo. Lo sento, il dolore dei morti che rimangono attaccati alla vita che non hanno pi. Io lo so, lo sento il rumore del sangue che scorre.
 Il pensiero che abbandona, la mente attaccata con le unghie all'ultimo lembo di esistenza che sfugge. L'amore, dite? Sapeste quanta morte c' nel vostro amore, padre. Quanto odio. L'uomo  imperfetto, padre, lasciatevelo dire. Io lo so bene.
Don Pierino capiva che Ricciardi parlava sul serio, non per metafora. Cosa c'era nell'animo di quell'uomo? Che cosa nascondevano quegli occhi trasparenti e disperati? Il viceparroco provava un'immensa pena, e un'umana repulsione.
-Io... io credo in Dio, commissario. E credo che, se a qualcuno d una sofferenza maggiore che ad altri, ha le Sue finalit. Se questo qualcuno pu dare al prossimo un maggiore aiuto, se pu aiutare tanta gente, allora forse la sua sofferenza  giustificata; forse ha un senso, tutto questo dolore.
Ricciardi lentamente riprese il controllo; si appoggi allo schienale della sedia, sospir lievemente. Torn a mostrare quel viso inespressivo che era la sua caratteristica. Don Pierino se ne sent sollevato, come se per un attimo, solo per un attimo, si fosse affacciato sull'inferno.
- Dovete sapere, don Pierino, che mi siete stato di grande aiuto. Vi prometto che le informazioni che mi avete dato, secondo il nostro iniziale accordo, non verranno utilizzate per mandare un innocente in galera. Ma saranno verificate tutte con la massima attenzione.
- Sono contento di esservi stato utile, commissario. In cambio, per, vi chiedo una cosa: promettetemi che, una volta finita questa brutta storia, mi verrete a trovare. E che, a vostre spese, naturalmente, andremo insieme all'opera.
Ricciardi fece la sua solita smorfia.
- E un prezzo alto, per me, padre. Ma una promessa posso farvela.

25.

Quando Maione sent la voce di Ricciardi che lo chiamava, intu dal tono che le indagini avevano cambiato marcia. L'esperienza glielo aveva insegnato, senza possibilit di errore: c'era un momento preciso, l'occasione di un interrogatorio, di un confronto, di una parola che portava il commissario alla verit, a vedere la soluzione. E in quel momento, l'esclamazione immancabile era: "Maione! " E lui ne era contento, per s stesso e per il commissario che, conclusa l'operazione, avrebbe avuto un momento di transitoria e illusoria pace.
Fregandosi le mani, come un vecchio cane da caccia che comincia a scodinzolare quando sente staccare il fucile dalla rastrelliera, si affacci alla porta: - Dite, commissa'!

Michele Nespoli aveva venticinque anni ed era calabrese. La sua famiglia era povera, nonostante possedesse un piccolo appezzamento di terra e un gregge non lontano da Mormanno. Nove tra fratelli e sorelle, lui il terzo, il primo maschio. Fin da piccolo, insieme al carattere impulsivo e allegro oltre che forte, aveva manifestato una gran passione per il canto e rivelato una bellissima voce. Non c'era festa di paese, riunione fra contadini o pastori nella quale non si chiedesse a Michele di cantare: e tutti, quando lui cominciava a far sentire la sua voce d'angelo, sorridevano e smettevano di litigare o anche solo di parlare. N il vino n le carte da gioco costituivano una sufficiente distrazione: la sua voce fermava i cuori.
Fu quindi naturale che la famiglia, e buona parte del villaggio, contribuisse con le proprie limitate risorse a
mandare Michele a studiare canto al conservatorio di San Pietro a Majella, a Napoli, la maggiore struttura del Meridione e fra le migliori d'Italia.
Crescendo, Michele approfond il timbro della voce, coltivando la fine intonazione e l'ottima espressivit; ma, come in tutti i settori della vita in cui c' anche da guadagnare soldi, sarebbe stata utile un po' di diplomazia e di attitudine all'adulazione.
Entrambe le cose, per, erano aliene da Michele, che anzi tendeva a essere collerico e orgoglioso oltremisura: lo dimostr quando reag alle proposte di un anziano insegnante di solfeggio, propenso a concedere buoni voti in cambio di atteggiamenti cordiali, tirandogli uno schiaffone in pubblico. Per alcune terribili settimane fu sospeso dagli studi e temette di aver vanificato impulsivamente anni di sacrifici suoi e dei compaesani: come sarebbe tornato al villaggio? Con quali spiegazioni? Fortunatamente, l'indubbio talento salv il suo diploma. Ma ormai aveva la fama di persona litigiosa e inaffidabile e fatic molto a trovare scritture con cui almeno mantenersi in citt.
Cominci un periodo di ristrettezze; di giorno faceva il cameriere nei bar, la sera cantava sul lungomare o nei ristoranti, con l'accompagnamento di ubriachi che battevano scomposti le mani. Ma era un calabrese: non si sarebbe dato per vinto. Era venuto ragazzino a Napoli per diventare un cantante e, perdio, sarebbe diventato un cantante.
Con il passare del tempo, tuttavia, cominci a bere; pensava ironicamente che fosse per andare a tempo con quelli che lo applaudivano nelle taverne. In realt la notte non era abbastanza stanco da addormentarsi subito, e il fantasma del suo fallimento gli danzava attorno festante. Per stordirsi, ricorreva allora al vino scadente che rimediava senza pagare, cantando un po' pi del pattuito. Doveva solo stare attento a non esagerare finch interpretava, per mantenere la dizione: altrimenti la gente avrebbe riso di lui, cosa che detestava. Aveva iniziato a cadere e sarebbe andato sempre pi a fondo, se non fosse stato per quello che accadde la sera del 20 luglio 1930.

Ricciardi aveva ben chiaro quel che c'era da fare, ora. Dopo il dialogo con don Pierino si era reso conto della vera valenza del 'messaggio del Fatto, per quel che riguardava Vezzi. Naturalmente sapeva che si trattava di un'indicazione, un semplice indizio; ma ormai gli era chiaro che l'assassino non avrebbe avuto la necessit di rientrare, una volta scappato dalla finestra, se non fosse stato coinvolto nella rappresentazione. Quindi, dovevano cercare tra quelli ammessi alle quinte durante l'opera, cantanti, comparse, addetti e tecnici.
E doveva trattarsi di un uomo, per indossare il cappotto di Vezzi, che era di corporatura imponente, e per saltare dalla finestra: un metro e mezzo, d'accordo, ma pur sempre un bel salto. E rientrare nel camerino di Vezzi col rischio di essere scoperto: per poi uscire di nuovo e senza alcun travestimento.
Bisognava cercare qualcosa: anzitutto un paio di scarpe, sporche dell'erba dei giardini reali, forse anche di un po' di fango; il sopralluogo della sera del delitto aveva mostrato i segni dell'atterraggio sull'aiuola, abbastanza profondi da far pensare a un soggetto di un certo peso. Forse un indumento, o pi d'uno, sporco di sangue: sembrava impossibile, dato lo stato del camerino, che l'assassino non si fosse sporcato.
Ricciardi ottenne da Maione conferma che il teatro era rimasto presidiato dalla sera del delitto e che nessuno, di conseguenza, avrebbe potuto portare fuori alcun oggetto o indumento. Poi gli diede alcune indicazioni operative.
- Nel magazzino del teatro e nella sartoria, senza allarmare o mettere sul chi va l, dobbiamo capire se qualcuno dei cantanti, delle comparse o anche solo dei lavoranti si  cambiato le scarpe o un vestito. Se lo ha fatto, e non ha potuto portare via in qualche modo le cose sporche, queste devono essere ancora l. E le dobbiamo trovare.
- In particolare, commissa'? Chi dobbiamo cercare? - I maschi. I maschi di peso e statura.
Il 29 luglio 1930, alle undici di sera, Michele Nespoli stava cantando Santa Lucia luntana nella Trattoria della Mattonella, nei Quartieri Spagnoli. Quella sera aveva cominciato a bere in anticipo: il caldo feroce dell'estate gli faceva venire in mente, per contrasto, le sue montagne, il buio e silenzioso Pollino al quale cantava dalla finestra della casa in Sila. E la madre, le sue ruvide carezze.
L'intera sala andava riempiendosi della struggente malinconia della canzone: tutti i presenti avevano persone care che avevano preso i bastimenti "pe' tterre assaje luntane ", e che non avrebbero mai pi rivisto. Alcuni, anche per il vino che era scorso a fiumi, avevano reclinato la testa sui tavoli e piangevano senza ritegno. Fu allora che un uomo, che si seppe poi appena uscito di galera, si rivolse bruscamente a Michele, intimandogli di cambiare subito canzone. Michele, a met dell'ultima strofa, in preda alla commozione, non se ne diede per inteso e volle finirla. L'uomo, gettando a terra la sedia, malfermo sulle gambe, prese un coltello dalla tavola e, urlando, gli ripet di smettere immediatamente di cantare. Con un'espressione assieme fiera e irridente, il cantante fin con meraviglioso acuto la canzone; l'uomo, con un grido da belva, si lanci su di lui brandendo il coltello.
Ci fu una breve colluttazione; nessuno dei presenti, forse per i sensi ottusi dal cibo e dal vino, pi probabilmente per non trovarsi nei guai, ritenne di intervenire. Dur tutto forse trenta, quaranta secondi: alla fine Michele sedeva sul pavimento, rantolante, il braccio sinistro con un terribile squarcio. Ma l'uomo che lo aveva assalito non si muoveva pi e il coltello che prima aveva in mano adesso gli spuntava dal cuore. Attorno si era fatto un terribile silenzio.
La proprietaria della trattoria si avvicin al cantante e gli disse: - Guaglio', mo' te ne devi andare.
E gli apr la porta.
Con fatica, barcollando, Michele usc e si inoltr nel dedalo notturno dei Quartieri Spagnoli.

Il magazzino era annesso alla sartoria, al quarto piano del teatro: Ricciardi l'aveva gi visto, nella sua prima visita al regno della signora Lilla. La gestione del materiale di scena, inteso come armi, cappelli, scarpe, non era tuttavia di competenza della sartoria, ma di un arzillo e vivace vecchietto di nome Costanzo Campieri. Maione lo trov al lavoro e apprese che praticamente non andava mai a casa.
- Brigadie', io non tengo famiglia; l'unica cosa che ho  questo mestiere. Poi, io sono responsabile della roba e non  cosa da poco: in questi tempi di fame e di disperazione, c' gente che per un paio di scarpe si farebbe uccidere.
- Parliamo della sera di mercoled: c' stato qualche movimento strano? Le cose di scena vengono cambiate, in genere?
Campieri si gratt la testa calva.
- Qualche volta succede, si pu rompere qualcosa durante la recita e la si cambia, se possibile, tra una scena e l'altra. O la si aggiusta, se ci si riesce. Io una volta ho messo a posto il cappello del faraone di Aida, che si era scassato dietro, senza che il cantante uscisse dalla scena. Sono un artista, io. Un'altra volta...
- S, un'altra volta me lo raccontate. Torniamo a mercoled: qualcuno si  cambiato qualcosa?
- No, venire non  venuto nessuno; per una cosa strana  successa. Io me ne sono accorto ieri, quando ho fatto la rassegna.
Maione si fece attento. - Che cosa?
- Ho trovato un paio di scarpe al posto di un altro. Scarpe semplici, da uomo, grandi, 45 di misura. Nere, normali. Uguali in tutto e per tutto alle altre.
- E se erano uguali, voi da che cosa ve ne siete accorto?
- Dal fatto che io le scarpe le mantengo pulite pulite. E queste le ho trovate con la suola sporca di erba e fango.

Michele non ricordava quasi niente, dal momento in cui era uscito dalla trattoria a quando si era risvegliato nel portone sconosciuto. Ricordava vagamente di aver sentito i fischietti dei poliziotti che arrivavano, ma poteva esserselo immaginato. Aveva sicuramente perso molto sangue e il braccio gli faceva male.
A risvegliarlo era stata la sensazione di fresco dello straccio bagnato che gli era stato appoggiato sulla fronte e il morbido della stoffa che gli avevano messo sotto la testa. Aveva aperto gli occhi, e aveva visto qualcosa di strano: una donna che lo scrutava da vicino. Un viso dall'ovale dolce e preoccupato, la bocca dalla linea appena imbronciata; i capelli lunghi fino alle spalle, la camicia da notte semplice, bianca. Michele ne era rimasto incantato, come quando si viene catturati da un'immagine che non ci abbandona pi.
- Statti quieto, non ti muovere: hai perso sangue assai. Appena ce la fai, ti alzi e vieni con me, ch io non ce la faccio a portarti sopra.
La voce era un bisbiglio, ma se ne capiva il tono sollecito e imperioso. Con fatica ma con decisione, Michele si era tirato a sedere.
- Ce la faccio, adesso. Meglio che me ne vado, non ti voglio mettere nei guai.
Lei gli aveva appoggiato la mano sul braccio non ferito, per trattenerlo.
- Non te ne puoi andare,  pieno di sbirri qua fuori. Stanno facendo avanti e indietro, sar successo qualcosa di brutto, io non lo voglio sapere; mo', per, te l'ho detto, non ti puoi nemmeno muovere, se no col sangue che hai perso puoi pure morire. Poi se quando ti riprendi vuoi andare dalla polizia con i piedi tuoi, sono fatti che non mi riguardano e ci puoi andare. Ma per adesso, per carit cristiana io ti devo aiutare.
Il ragionamento non faceva una piega e Michele, d'altronde, non aveva nessuna voglia di andarsene nella notte incontro a un destino di dannazione, senza aver fatto altro che difendersi. Perci, appoggiandosi al braccio di lei, sorprendentemente forte per essere una giovane cos minuta, si era fatto condurre lungo la scalinata del palazzo.
La donna abitava da sola, in un minuscolo appartamento ricavato dalla soffitta dell'antica costruzione. La ritirata di cui si servivano era al piano inferiore. Nei mesi in cui Michele era rimasto li; aveva incrociato alcune persone, donne e uomini, che gli sorridevano senza rivolgergli la parola. Aveva scoperto che esisteva una solidariet silenziosa tra quelli che abitano certi quartieri, fatta di omert assoluta verso l'esterno. Non sapeva cosa la ragazza avesse detto di lui, come avesse giustificato la sua presenza o se l'avesse fatto; ma, in uno strano modo, era certo di essere al sicuro.
Uno dei primi giorni, dalla finestra aperta aveva sentito una discussione tra due guardie e la portinaia, in cortile. Chiedevano di lui, chiaramente, con tanto di descrizione; la donna, che lui aveva visto pi di una volta, neg di conoscerlo con tali decisione e fermezza che lui stesso, sorridendo, ebbe il dubbio di trovarsi effettivamente li.
Fatalmente, aveva cantato. Era accaduto dopo circa una settimana, mentre si radeva la barba nell'acquaio della cucina, con un coltello pi affilato degli altri. Non se ne era neppure accorto, era sabato e c'era il sole. La ragazza era uscita per procurare un poco di pane e frutta, lui si sentiva meglio ed era sereno. Quindi, aveva cantato, secondo la sua natura: una canzone recente e di successo, Dicitencello vuje. A un certo punto si era accorto che, dalla finestra aperta, non arrivavano pi i suoni della mattina: nemmeno le voci dei bambini che giocavano. Si era affacciato, preoccupato di essersi tradito; magari era in corso un'irruzione della polizia.
Nel cortile, tre piani pi sotto, si era radunata una piccola folla: vedeva una decina di persone e qualche bambino che guardavano in su, a bocca aperta. Una donna anziana ascoltava rapita. La ragazza era entrata, con in mano un involto di carta di giornale. Dal gruppo si era staccata la portinaia, l'aveva abbracciata e baciata. Da un balcone del secondo piano era partito perfino l'applauso di un uomo in canottiera; a sua memoria, Michele non aveva mai riscosso un successo cos esteso. Da allora, per la gente dei Quartieri era diventato "'o Cantante", e lei "'a 'nnammurata d'o Cantante".

26.

Ricciardi accolse senza sorpresa l'informazione del brigadiere circa le scarpe sporche nel magazzino del San Carlo. Sapeva che il conto alla rovescia era gi scattato e che il cerchio intorno all'assassino si andava stringendo. Sapeva che gli indizi prima e le prove poi sarebbero andati tutti nella stessa direzione, confluendo nell'incontrovertibile verit. Com' giusto, come sempre.
Perci, secondo il solito, diede a Maione il nome e il cognome su cui cominciare a raccogliere le informazioni necessarie per le indagini. Maione part, ventre a terra.
Dal canto suo, Ricciardi si avvi verso la parrocchia di San Ferdinando: andava a invitare don Pierino. Voleva vedere l'opera, quella sera.

Quando si baciarono per la prima volta stava iniziando l'autunno. C'erano stati sorrisi, carezze, e poi quell'abbraccio disperato. Avevano la stessa rabbia, l'identica voglia di sopravvivere alla fame, alla gente, a tutto. E ora non erano pi soli. Essendo ormai chiaro che pi nessuno lo stava cercando, Michele si pose il problema di trovare un lavoro. L'orgoglio gli impediva di pesare oltre sugli scarsi mezzi della sua donna, che aveva un mestiere, ma non certo lauti guadagni. E gli sembrava chiaro che non avrebbe potuto riprendere a cantare nelle trattorie, nel cui circuito di certo doveva essersi saputo quanto era successo alla Mattonella. Per cui cominci a girare qua e l, nei numerosi cantieri aperti in citt, proponendosi come manovale semplice. Trov un incarico a giornata, nella ristrutturazione di un palazzo al Monte di Dio, non lontano dalla sua attuale abitazione. La sera, quando rientrava, era a pezzi: fiaccato nel fisico da un lavoro pesante, sentiva la mancanza della musica che gli aveva sempre nutrito l'anima. E di nuovo, prima di addormentarsi, lo spettro della sua gente che tanto si era sacrificata per lui gli chiedeva conto di quello che stava facendo e ancor pi di quello che non faceva. Poi, nella luce della luna che entrava dalla finestra, guardava il viso sereno della sua donna e trovava la giustificazione di tutto: e si addormentava anche lui.
Ma era lei che aveva la consapevolezza di quanto Michele fosse frustrato dalla situazione: un giorno, quando lui rientr sotto la pioggia, lo accolse festosa e gli disse che, tramite un'amica, aveva ottenuto per lui un'audizione nientemeno che dal direttore d'orchestra del San Carlo, il maestro Mariano Pelosi.
Era il 10 novembre.

Quando don Pierino si ritrov davanti Ricciardi, si preoccup. Il commissario aveva negli occhi una luce fredda, i muscoli della mascella guizzavano e le labbra strette sembravano ancora pi sottili. I capelli, scompigliati dal vento, gli ricadevano sul viso, dandogli un'aria ancora pi determinata.
- Commissario, cos presto! Non mi aspettavo di rivedervi oggi. Prego, entrate; accomodatevi in sacrestia.
- Grazie, padre. Scusatemi se vi disturbo ancora. Ma sono qui per mantenere una promessa.
- Quale?
- Volete accompagnarmi, stasera, ad assistere alla rappresentazione? Mi  necessario.
Don Pierino prese un'espressione triste.
- Allora  per lavoro, che volete andare a teatro. Non era quello che avevo in mente, quando vi ho fatto promettere che sareste andato all'opera.
- Avete ragione, padre. E per lavoro e non assolve alla mia promessa. Rimango obbligato nei vostri confronti e vi rinnovo il proposito di andare, alla prima occasione, a vedere l'opera che preferirete. Ma stasera vorrei lo stesso chiedervi di accompagnarmi, se vi fosse possibile. Mi sentirei, in qualche modo, pi sereno, forse.
Il viceparroco appoggi la mano sul braccio di Ricciardi.
- Va bene, commissario. Vi accompagner, come volete. E vi aiuter ancora: vorrei solo che foste indulgente con voi stesso, qualche volta. E che cercaste in fondo all'anima i buoni sentimenti che, io lo so, provate.
Ricciardi assent, serio.
- A stasera, padre. E grazie ancora.

Per Michele fu enorme l'emozione di trovarsi sul palcoscenico del San Carlo. Naturalmente, negli anni di studio al conservatorio aveva ascoltato numerose opere, aggrappato alla ringhiera del loggione, tenendo il respiro sospeso, e cantando in silenzio a fior di labbra le parti dei baritoni. Sapeva bene quanto la sua voce fosse adatta ai ruoli forti, quelli di grande impatto emotivo, e quanto il fatto di avere comunque tenuto in allenamento le corde vocali cantando nelle taverne lo aiutasse a presentarsi all'audizione in una condizione accettabile.
Con lui c'era una decina di aspiranti: il ruolo offerto era per alcune opere che si sarebbero tenute nel corso della stagione, con una compagnia di supporto che faceva capo al teatro. La paga era buona, ma la possibilit di ritrovare il suo sogno era al di l di ogni guadagno: se avesse ottenuto l'ingaggio, il fantasma del fallimento che lo accompagnava costantemente si sarebbe finalmente dileguato.
Cant con tutto il cuore, con tutta l'anima: Rigoletto, il suo ruolo preferito, vibrava redivivo nella sua voce possente. Nessuno si esib con la sua rabbia, la sua passione. Negli occhi di Pelosi, che pure ne aveva sentiti tanti e tanti nei decenni della sua carriera, brillavano l'ammirazione e la sorpresa. Michele risult il migliore ed ebbe la parte.
Tornando a casa, gli sembrava di non toccare terra, tanta era la felicit. Abbracciando la propria donna, credette di essere in paradiso.

Poich sarebbe dovuto andare all'opera, Ricciardi pass prima per casa: non voleva che la tata si preoccupasse oltre il dovuto e, oltretutto, ne temeva la successiva reazione. Il che non gli risparmi una veemente protesta: Rosa gli conferm che il mancato rispetto degli orari lo avrebbe fatto ammalare di stomaco, che non avvertendola la metteva in difficolt, che non aveva niente da fargli mangiare.
Non era vero: carne fredda e verdura bollita furono subito in tavola e Ricciardi pens che gli conveniva tornare a casa prima ogni sera. Per allontanarsi dal mal di stomaco.
Una volta finito di cenare, and a cambiarsi d'abito indossando un vestito scuro. Poi, apr le tende della finestra della sua camera: anche solo per un attimo, non volle mancare al suo tacito appuntamento. Non pensava minimamente che Enrica sapesse che lui la guardava, per cui gli sfugg il moto di sorpresa di lei, che stava apparecchiando la tavola per la cena. Si godette i gesti lenti, aggraziati, l'incantevole danza domestica della ragazza, la sapienza della mano sinistra, la femminilit del capo lievemente piegato nel valutare la distanza di un piatto dalle posate e di queste dai bicchieri.
Dovette farsi molta forza per distogliersi dalla vista di Enrica. Ma l'incontro che avrebbe avuto tra poco lo chiamava: non poteva mancare alla serata a teatro.

Maione, secondo gli accordi, aspettava all'ingresso della questura. Ricciardi lo interrog con lo sguardo. Il brigadiere fece un cenno di diniego col capo.
- Non molto. Vive da solo, un appartamentino dalle parti del conservatorio. Ma ci abita da pochi mesi, nessuno sa dove stava prima. Al San Carlo ci lavora da poco,  il primo anno, ma dicono che  bravo; bravo assai. Per il resto, domani. Ho messo due persone, Alinei e Zanini.
- Va bene. Tienimi aggiornato, momento per momento. Andiamo, adesso, don Pierino ci star gi aspettando.
Il San Carlo aveva ripreso la propria vecchia veste: rispetto alla sera della prima, meno eleganza e mondanit, ma pi passione vera e preparazione in platea: Don Pierino, attendendo Ricciardi, osservava i volti degli spettatori che man mano confluivano all'ingresso principale del teatro e si divertiva a prevedere, dall'abbigliamento, dall'et e dall'espressione dei volti, l'ordine di posto di ognuno. Gli piaceva di pi il teatro, in quelle serate; sentiva l'amore per la lirica, la conoscenza delle partiture, e non lo disturbava neppure se, talvolta, l'errore di uno dei cantanti veniva punito con sonori fischi, anche se lui era pi indulgente: come criticare chi stava cercando di regalarti un'emozione cos bella?
Quando il commissario arriv, accompagnato dal brigadiere Maione, il prete gli and incontro allegro.
- Caro commissario, buonasera! Anche se siete qui per lavoro, non mancherete di restare incantato dall'atmosfera del teatro!
Ricciardi lo prese per il braccio.
- Zitto, padre! Stasera non c' nessun commissario e nessun lavoro. Non si deve sapere che io sono qui. Fatemi vedere da che parte entrate, di solito.
Disorientato, don Pierino si scus e indic la fine del portico, dove in una rientranza c'era il portoncino dell'ingresso laterale. I tre si incamminarono in quella direzione ed entrarono; gli si fece incontro Patrisso, il custode, che dapprima non li riconobbe.
- Scusate, signori, questo  un ingresso di servizio, non si pu... Ah, don Pierino, siete voi? E... brigadiere, commissario, buonasera! In che cosa vi posso servire?
Fu Maione a rivolgersi al custode.
- Salve, Patrisso. Com' che siete ancora aperti, da questo lato?
- Questo ingresso serve per il personale di scena, i materiali e queste cose qua, che si portano fino a un quarto d'ora prima dell'inizio. Poi da questo lato chiudiamo; se qualcuno deve uscire, c' la porticina nell'androne che d sui giardini reali. Per un'emergenza, magari. Io stavo chiudendo proprio adesso.
Ricciardi si domandava se l'entrata di un assassino potesse considerarsi un'emergenza. Positiva o negativa che fosse la risposta, a questo era servita la porticina dei giardini, la sera della prima.
- Sentite, Patrisso: capita mai che qualcuno, che so, dei cantanti esca o entri, durante la rappresentazione?
Patrisso allarg le braccia.
- Commissa', e io che ne posso sapere? Ve l'ho detto, noi chiudiamo e andiamo a rinforzare il personale all'ingresso principale. Certo, penso che qualcuno esca per fumare, dietro le quinte non si pu perch  pericoloso. Non si crederebbe quanto fumano i cantanti. E pure campano con la voce. Oppure per pigliare un poco d'aria, due passi per distendersi. Non con questo vento, per. Il colpo d'aria  il peggior nemico per il cantante.
I tre ascoltavano con attenzione. Ricciardi ricostruiva nella mente i possibili eventi della sera della prima; era ormai sicuro di aver capito com'era andata e anche chi potesse essere l'assassino, con un certo margine di approssimazione, almeno. Ogni ulteriore informazione avrebbe potuto confermare la sua ipotesi. Questo non comportava per il commissario alcuna soddisfazione: solo un avvicinamento alla verit.
Ripens all'immagine di Vezzi che ancora infestava il camerino chiuso, lievemente piegata sulle ginocchia, la mano protesa e il canto disperato di una romanza che non era sua. E le lacrime, le lacrime che gli rigavano il volto incipriato: un dolore immenso, definitivo, che non ammetteva perdono. Lui era l'esecutore dell'estrema vendetta, la sua stessa condanna. Si avvi, con Maione e don Pierino, sulla stretta scalinata che portava alle quinte e ai camerini. Ricciardi pensava alla morte.

27.

Michele Nespoli era pronto, anche se sarebbe entrato in scena pi tardi: introduzione, coro, duetto di soprani, poi lui. Non pensava all'opera. Pensava alla morte.
Sentiva che gli avrebbero di nuovo impedito di cantare. Era quello, il peso maggiore. E stavolta non avrebbe nemmeno avuto il conforto del volto addormentato al suo fianco, da rimirare alla luce della luna. Non che fosse pentito, no: aveva fatto quello che doveva fare. Si era comportato, ancora una volta, secondo il codice del suo onore: secondo quanto aveva imparato dai racconti dei vecchi attorno al fuoco, nelle terribili notti dell'inverno silano, con gli ululati dei lupi vicino alle porte delle case e i latrati dei cani impauriti. Il codice impresso nella sua natura, che per lo costringeva sempre alla lotta, al conflitto col mondo degli uomini. Con questa citt, in cui era lecito ai forti approfittarsi dei deboli.
Michele Nespoli amava, e quella era una colpa che non gli si perdonava mai. Amava la musica, amava cantare. E amava una donna, la cui dolcezza gli aveva fatto desiderare ancora la vita.
Quando aveva preso la scrittura aveva dovuto cercare casa per conto suo: la bigotta direzione del teatro non consentiva il concubinaggio, potevano cacciarlo. Lui aveva aspettato il giorno di Natale per chiederle di sposarlo. Aveva pregustato il viso sorpreso e felice, il sussulto dei capelli biondi, l'abbraccio. Invece, il volto di lei si era fatto triste, addolorato. No, gli aveva risposto: non ancora, almeno. Aveva delle cose da risolvere, gliene avrebbe parlato. Doveva avere fiducia in lei, aspettare e avere pazienza.
Michele ricordava l'acuta sorpresa, il dolore che aveva provato, l'ira, anche, e la prima violenta coltellata della gelosia. Ma non aveva alternative: l'amava, come sapeva amare lui, senza riserve. Avrebbe aspettato. Nel frattempo, gli bastava vederla; anche da lontano.
La donna bionda ascoltava la musica. In un primo momento aveva pensato di non andare, per prudenza. Poi per, riflettendo, aveva deciso di essere presente: avrebbe suscitato troppi dubbi altrimenti; troppe chiacchiere.
Doveva evitarlo, assolutamente. Evitare che occhi indiscreti si appuntassero su di lei e sul suo uomo, che si parlasse, che si insinuasse. Doveva esserci, per sorvegliare, per intuire, per prevenire.
I sensi all'erta, l'attenzione all'estremo, seguiva la rappresentazione. Conosceva ogni nota, ogni figura. Sapeva quale posizione avrebbero assunto i cantanti, quali passi musicali avrebbe suonato l'orchestra. Aveva salutato le amiche che aveva incontrato, non tradendo emozioni, non agendo diversamente dal solito.
Aveva cercato lo sguardo del suo uomo, per rassicurarlo: lei era li, e ci sarebbe stata sempre.

Don Pierino non capiva: anche se in forma non ufficiale, perch non sedersi in platea? O, magari, in uno dei palchetti laterali, da cui avrebbero avuto una migliore visuale della scena.
Invece il commissario lo aveva portato quasi sul palcoscenico, tra il cordame e gli argani che servivano a cambiare gli sfondi. Il brigadiere, poi, a un cenno di Ricciardi si era allontanato scendendo di nuovo verso l'ingresso secondario. Don Pierino sospir, rassegnato: avrebbe mai potuto godersi un'opera comodamente seduto in poltrona?
Ricciardi gli si avvicin.
- Chi entra in scena, adesso?
- Nessuno, commissario. Prima solo musica, dolcissima. Poi, canta Turiddu. Una serenata, a Lola.
- La moglie di Alfio, vero?
- S, la moglie di Alfio.
Dopo una breve introduzione, a sipario calato, una bella voce maschile cominci a cantare. Don Pierino si accorse che Ricciardi controllava l'orologio in continuazione, trascrivendo i tempi con una matita su un foglietto.
- Che dice, padre? Non capisco.
- E' una serenata in dialetto siciliano, commissario. Le dice quanto  bella e come la sua bellezza valga la dannazione; le dice anche, ma  solo poesia, sia chiaro, che potrebbe morire ucciso per lei, e che se in paradiso lei non c', non vale la pena di andarci. E' una profezia, perch alla fine Alfio lo uccider.
I due colloquiavano sussurrando. Alla fine del canto, mentre l'orchestra riprendeva da sola, il sipario si alz: terminata una parte soltanto musicale, entrarono donne e uomini che, dopo essersi disposti sul palcoscenico, presero a dialogare tra loro in coro. Ricciardi si distese e don Pierino sper che percepisse la bellezza della musica: purtroppo, per, sentiva che i pensieri del commissario erano rivolti altrove.
Torn Maione, guidato dal custode Patrisso, il pesante cappotto che copriva la divisa. Aveva il respiro affannato, come se avesse sottoposto il proprio fisico a uno sforzo insolito. Don Pierino si accorse che il brigadiere aveva le scarpe appena infangate, con qualche filo d'erba. Era uscito? E per andare dove?
Il brigadiere si rivolse a Ricciardi.
- Tutto fatto, commissa'.
- Allora, controlliamo: sei partito quando ti ho detto?
Il brigadiere controll l'orologio da polso, tenendolo lontano dagli occhi presbiti.
- S, penso di s. L'orologio mio faceva le otto e sette minuti. Dalla scena al camerino, meno di un minuto. Dalla finestra al camerino, due minuti, compreso il tempo per aprire la porta dei giardini, che non conoscevo. Ma  facile, una normale serratura. Dal camerino alla scena, un altro minuto, pure meno.
Ricciardi teneva il conto, sulla punta delle dita nervose.
- Quattro minuti scarsi per gli spostamenti. Vediamo, allora -. E si rivolse al custode. - Patrisso, che succede quando un cantante esce di scena e poi deve rientrare?
- Be', dipende. Se deve rientrare subito o quasi, aspetta dietro le quinte. Se invece ha un intervallo pi lungo, allora se ne torna in camerino: si aggiusta il trucco, sistema il costume. Non si intrattiene all'esterno, anche per evitare colpi d'aria.
- Ma l'ingresso dei camerini dalla scena  lo stesso per tutti?
- S, prima vengono i camerini del direttore d'orchestra e dei cantanti principali; poi quelli comuni, per gli altri cantanti e anche le comparse in costume.
Gli occhi di cristallo verde di Ricciardi si distinguevano nel buio, mentre Santuzza e Lucia duettavano in scena. Dietro il commissario, l'imponente sagoma di Maione vegliava nell'ombra.
- E ditemi, Patrisso: per andare in questi camerini comuni si passa davanti a quelli principali? Siete sicuro?
- S, commissario: ve l'ho gi detto.
In scena, uscite le due donne, era entrato un nuovo personaggio vestito da campagnolo, che stava cantando con voce profonda: un giovane dalle ampie spalle, alto di statura. Ricciardi fece un rapido cenno a Maione, che assent lentamente col capo, poi si rivolse al prete, indicando il cantante.
- E lui?
- Lui  compare Alfio, il baritono che canta, pi avanti, la frase che mi avete detto stamattina. E' il marito di Lola, quello che alla fine ammazza compare Turiddu.
- E il cantante? Chi , lo conoscete?
- S, l'ho sentito un paio di volte nella stagione. E' un giovane molto bravo, secondo me. Ha una carriera, davanti. Nespoli, si chiama. Michele Nespoli.
In scena, Michele, seduto a un tavolo col bicchiere in mano, tuonava: "M'aspetta a casa Lola, che m'ama e mi consola, ch' tutta fedelt".
L'opera andava avanti; la compagnia era affiatata, i cantanti calati perfettamente nei rispettivi ruoli. La platea, sembrava a Ricciardi, gradiva molto, e a pi riprese ci furono applausi spontanei e sentiti. Nespoli, oltre che per la voce, si distingueva per presenza scenica: il fisico atletico e imponente lo aiutava a risaltare, e cantava con la foga e l'impegno di chi vive e respira proprio per cantare.
Il commissario registrava tutto senza perdersi una parola. Si mosse solo quando, durante un drammatico duetto con Santuzza, sent la frase che aveva imparato a conoscere: "Io sangue voglio, all'ira m'abbandono, in odio tutto l'amor mio fin". Ripetuta pi volte, con forza e rabbia, da Nespoli.
A Ricciardi sembr diversissima da quando l'aveva sentita dalle labbra morte di Vezzi, pi di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi.
Il tenore, con voce sottile e modulata, esprimeva il rimpianto di un racconto: l'immagine voleva manifestare, ora Ricciardi finalmente lo capiva, l'emozione che aveva guidato la mano dell'assassino. Il secondo, col timbro profondo della voce baritonale e gli occhi che mandavano lampi di rabbia, raccontava il proprio sentimento. Il commissario non aveva dubbi che Nespoli, a distanza di due giorni, ancora sentisse intatta la vibrazione della sua vendetta. Si chiedeva anzi come gli spettatori, gli altri cantanti, lo stesso don Pierino che a fior di labbra, come sempre, ripeteva le battute, non se ne avvedessero e ne rimanessero atterriti.
Con un ultimo, terribile: " Vendetta avr! " Nespoli usc correndo dalla scena, passando inconsapevolmente proprio davanti ai tre spettatori nascosti. Il pubblico si alz in piedi, in un furioso applauso che sovrast la musica dell'orchestra. Dalla sua posizione, Ricciardi, che aveva controllato l'orologio come aveva fatto anche Maione, ne vedeva l'espressione degli occhi: erano vacui, come se pensasse ad altro.
Il baritono non si ferm a sentire gli applausi, che non accennavano a diminuire; scese velocemente i gradini che lo separavano dai camerini, e Ricciardi, che lo segu per un po', vide che passava davanti alla porta di Vezzi con la testa alta e lo sguardo fisso davanti a s. Il commissario controll di nuovo l'orologio e torn al proprio posto, mentre l'orchestra riprendeva a suonare.
Quando Nespoli rientr in scena, con uno squillante: "A voi tutti salute! " erano passati esattamente nove minuti e cinquantasei secondi. Ricciardi pens che il tempo era pi che sufficiente. Fu spettatore cupo e silenzioso dell'epilogo della vicenda e del fragoroso successo che l'opera riscosse anche quella sera. Don Pierino e Maione lo scrutavano, inconsapevole l'uno e consapevole l'altro dei pensieri che attraversavano la mente del commissario. Non sfugg a nessuno di loro la differenza di espressione di Nespoli dagli altri componenti della compagnia, quando furono richiamati in scena singolarmente per raccogliere l'ovazione del pubblico: il baritono sorrideva con la bocca, non con gli occhi. Ricciardi guardava le scarpe di Alfio e i leggeri segni che avevano lasciato quelle di Maione sull'impiantito che aveva percorso. Fango e un po' d'erba. Il quadro era completo.
Ricciardi salut don Pierino mentre ancora il pubblico, in piedi, stava applaudendo.
- Grazie, padre. Di nuovo, grazie tante. Il vostro aiuto  stato importantissimo. Adesso viene la parte brutta del mio lavoro; e devo farla io. Resta in piedi la mia promessa, vi verr a trovare.
Il viceparroco punt le pupille vivaci e mobili in quelle verdi dell'altro, ferme e inespressive.
- Vi saluto, commissario. Che Dio vi aiuti a non sbagliare: i vostri errori li pagano gli altri. Se avrete bisogno di me, per il mio lavoro, mi troverete pronto. Giorno e notte.
Ricciardi si volt e, seguito da Maione, si avvi dietro il custode verso i camerini.

28.

Scendendo dal palcoscenico, Michele Nespoli cap subito che tutto era finito: appena vide i due uomini fermi, con le mani in tasca, davanti alla porta, a quella porta, se ne rese immediatamente conto.
Fu sorpreso di provare sollievo; pi ancora di quanto immaginasse, non riusciva a vivere sentendo sul capo una minaccia costante. Maione fece un passo avanti e gli tocc il braccio.
- Nespoli Michele, siete voi? Dobbiamo farvi qualche domanda. Vi volete accomodare? - indicando il camerino di Vezzi, la cui porta era stata riparata.
Si fece un silenzio attonito. Si sentiva il respiro ancora affannoso di chi era appena uscito dalla scena; istintivamente quelli che stavano vicino al baritono si spostarono e lo lasciarono da solo, al centro di un immaginario, piccolo palcoscenico.
I tre entrarono nel camerino. All'interno, tutto era stato ripulito. Non c'era pi traccia del sangue del tenore, se non qualche alone di umidit sul tappeto. Lo specchio era stato sostituito. Non fosse stato per l'immagine di Vezzi, che ancora percepiva, ormai evanescente, nell'angolo della stanza, Ricciardi avrebbe faticato a riconoscere la scena del delitto di appena due giorni prima. Nespoli, che non aveva abbassato lo sguardo nemmeno per un attimo, sofferm i profondi occhi neri sul finestrone, che come allora era socchiuso.
Maione aveva terminato di declinare le generalit di Nespoli e i riferimenti all'evento dell'assassinio. Nel camerino adesso c'era silenzio.

Fu il commissario a parlare. - Chi  la donna?
Nespoli sospir, lentamente.
- Non capisco di che cosa parlate.
Ricciardi assent lievemente col capo, come se in qualche modo si fosse aspettato la risposta.
Fu Maione, senza alterare il tono, a intervenire.
- Ci volete dire di quello che  successo la sera del 25 marzo, l'altroieri?
Nespoli sbuff, infastidito.
- Secondo voi, che cosa  successo?
Ricciardi fece due passi e si volt nuovamente verso il baritono, con le spalle all'angolo dove l'immagine di Vezzi continuava a schizzare sangue.
- Abbiamo ragione di ritenere che, per cause imprecisate, abbiate ucciso, volontariamente o non volontariamente, Vezzi Arnaldo; che lo abbiate ucciso la sera del 25 marzo scorso, tra le diciannove e le ventuno.
Nespoli stir le labbra. L'espressione era quella di un animale in gabbia.
- E per quale motivo, avete ragione di ritenere una cosa del genere?
Ricciardi e Nespoli si fissavano. Maione manteneva la posizione, al centro fra i due. Fuori dalla porta si sentiva un mormorio costante.
Il brigadiere, calmo, disse: - Siamo noi a fare le domande.
Il cantante non sembrava particolarmente scosso dall'accusa.
- Domandate, allora, - disse con tono sprezzante.
- Avete avuto un incontro con Vezzi, nel giorno e nell'ora del delitto?
- S, l'ho visto. L'ho incontrato. - E dove?
Nespoli emise un lieve sospiro.
- Proprio qui. Anzi, qui fuori; sulla porta, insomma. - Sulla porta?
- S, sulla porta. Stavo rientrando in camerino dalla scena.
- E gli avete parlato?
- Lui, ha parlato con me.
Fino a quel momento, Ricciardi non era intervenuto nella conversazione; si era limitato a studiare l'atteggiamento del baritono. Ora parl, a voce bassa.
- Sentite, Nespoli: la vostra non  una posizione facile. Abbiamo le nostre informazioni e le prove che ci servono: un atteggiamento di chiusura potr solo farci perdere un po' pi di tempo, ma non vi salver certo. E' meglio per voi se non fate finta di non capire quello che vi chiediamo.
- E se avete queste prove, perch lo perdete voi questo tempo?
- Perch dobbiamo ricostruire tutto quello che  successo, ecco perch. E anche perch, - e qui Ricciardi abbass ancora il tono, - dobbiamo capire se ci sono dei complici.
Cal il silenzio. Nespoli e Ricciardi continuavano a fissarsi. Maione guardava di volta in volta entrambi, le palpebre semichiuse come se stesse per addormentarsi: il suo modo di essere concentrato.
Alla fine Nespoli disse, e la sua potente voce trattenuta pareva un tuono lontano: - Prove, dite? E quali prove avreste?
- Abbiamo trovato le scarpe che vi siete cambiato per non lasciare sul palcoscenico i segni del fango dei giardini. Siete l'unico che in quel momento aveva in carico scarpe di scena di quella misura. Avete i piedi grandi. Siete nel ristretto numero di quelli che potevano accedere ai camerini, l'unico che poteva indossare gli indumenti di Vezzi. E infine, vi hanno visto rientrare dalle scale e vi hanno riconosciuto.
Maione non diede alcun segno di essere sorpreso dalla piccola trappola che Ricciardi aveva teso al baritono: sapevano entrambi che si trattava solo di indizi e che don Pierino non avrebbe mai potuto essere certo che quello incontrato per le scale era Nespoli piuttosto che Vezzi o qualsiasi altro di quella taglia. Ma il brigadiere Maione sapeva che quel lavoro alle volte somigliava alla pesca del cefalo, che la domenica andava a fare vicino al porto; e il cefalo, anche quella volta, abbocc.

E abbocc con un sospiro, scuotendo lievemente la testa: - Il prete. Maledizione.
Sembrava pi divertito che avvilito, come se avesse perso una mano di tressette. Ricciardi disse, a voce ancora bassa: - Che cosa avevate contro Vezzi? Che vi aveva fatto?
- Era un vigliacco. Un uomo vile e meschino. Insidiava le donne. Si prendeva delle libert, pensava di essere Dio; e non era Dio, era un uomo da niente.
- E cos, l'avete ammazzato.
- Non lo volevo certo ammazzare. Abbiamo discusso, litigato. Io gli ho dato un pugno, lui  andato a finire nello specchio: alto quanto me, pi grosso di me, e appena l'ho toccato  andato a finire nello specchio. Pure in questo, non valeva niente.
Silenzio. Ricciardi si gir e vide le lacrime che rigavano il volto del pagliaccio. Poi punt nuovamente il baritono.
- Non meritava di campare, quindi, Nespoli? E avete pensato che Dio eravate voi e siete venuto qua ad ammazzarlo.
Il baritono trasal.
- No, io non sono Dio. Ma per me il buono  buono, il cattivo  cattivo. E Vezzi era cattivo. Non ci provava nemmeno a sembrare buono. Con quel povero Pelosi, alla prova, per esempio. Non potete immaginare come l'ha trattato: quello  buono, beve ma  una persona perbene, che non fa male a nessuno. L'ha chiamato vecchio ubriacone incapace, l'ha chiamato. Senza piet.
- Le donne? Avete parlato di donne.
- S, le donne. Si prendeva tutte le confidenze, allungava le mani, pretendeva le attenzioni con la forza e col potere che aveva, perch era importante, perch era il famoso Vezzi. E adesso non  pi niente.
Parlava calmo, con un tono normale, discorsivo. Nella voce non c'era alcun segno di emozione. Ma gli occhi mandavano lampi di furia da belva. Ricciardi pens curiosamente che sarebbe stato uno splendido attore per il cinema; non quello nuovo, quello senza sonoro: le sue espressioni non avrebbero avuto bisogno di didascalia, sarebbe bastata la musica.
- Diteci com' successo, con precisione.
Nespoli si strinse nelle spalle.
- Cosa volete che vi dica: stavo rientrando nel camerino, avevo finito la mia prima parte, avevo pi o meno dieci minuti. Lui aveva la porta aperta, mi ha guardato e ha fatto un commento ironico: " E bravo, il dilettante! Sembravi un cantante, quasi! " Non ci ho visto pi. Gli ho dato una spinta, lui  caduto all'indietro. Si  alzato, mi ha detto: " Ti sei rovinato, ora non canterai mai pi ". Io sono entrato, mi sono chiuso la porta alle spalle. Ho cercato di scusarmi, ma lui ha ripetuto: "Ora non canterai mai pi". Allora ho smesso di pensare e gli ho dato un pugno.
- Come, gli avete dato un pugno? Dove?
Nespoli mim un gancio destro.
- Cos. Alla faccia, l'ho preso, credo, sotto l'occhio.
Corrispondeva col segno del colpo sul cadavere.
- E poi?
- Poi lui  caduto all'indietro, sullo specchio che si  rotto. Ha cominciato a perdere sangue dalla gola, a fiotti, un sacco di sangue. Rantolava, si  seduto sulla sedia, il sangue continuava a uscire, a fiotti. Vigliacco, aveva finito lui di cantare. Con quella voce finta che gli serviva per prendere in giro l'umanit. Con quell'anima nera.
Ricciardi lanci uno sguardo all'anima nera che, piangendo, ancora cantava e schizzava sangue. Ma aveva il diritto di vivere, pens. Per nera che fosse.
- E voi che avete fatto?
- Ho pensato in fretta. Non potevo uscire dalla porta del camerino, potevano vedermi. Ma se uscivo dalla finestra e rientravo, vestito da scena, durante la nostra rappresentazione, sarebbe stato strano. In pratica, era come confessare. Allora ho preso dall'armadietto il cappotto, il cappello e la sciarpa del vigliacco e mi sono calato dal finestrone.
Indic col mento da dove era uscito.
- E da dove siete rientrato?
- Dalla porticina, vicino all'ingresso dei giardini. E sempre aperta, andiamo a fumare quando ci sono le prove.
- E avete incontrato qualcuno, ritornando?
- Solo il prete, stava alla fine della scalinata. Ma era concentrato, stava sentendo l'intermezzo. Non pensavo che mi avesse riconosciuto. Avevo un po' di tempo ancora, ho pensato.
- Che avete fatto, allora? Siete rientrato nel vostro camerino?
- No. E come facevo? Col cappotto e il cappello di Vezzi? Poi, anche se dopo l'intermezzo c' il coro e quasi tutti stanno in scena, nel camerino c' sempre qualcuno. Ho controllato bene, ho visto che non c'era nessuno, ho aperto la porta e ho buttato dentro cappotto, cappello e sciarpa. Stavano ancora suonando la fine dell'intermezzo.
Maione annu. I tempi corrispondevano con quanto cronometrato quella sera.
- Allora ho chiuso la porta del camerino a chiave e sono andato col montacarichi in magazzino per cambiare le scarpe.
- La chiave?
Nespoli sembr per un attimo disorientato.
- La chiave? Me la sono messa in tasca, poi quando sono uscito sono andato vicino al mare e l'ho buttata.
- Come avete spiegato al magazziniere che le scarpe erano sporche?
- Campieri? Non era al suo posto, forse era stato chiamato altrove o si era allontanato. Se ci fosse stato, le avrei pulite alla meglio e sarei andato in scena, correndo il rischio di lasciare tracce. A quel punto non avevo scelta. E comunque non avevo pi tempo, dovevo rientrare.
Ci fu un attimo di silenzio. Il mormorio fuori dalla porta faceva da sottofondo al lungo sguardo che si scambiarono il cantante e il poliziotto. Maione respirava, pesantemente. L'anima di Vezzi piangeva e cantava e chiedeva giustizia: ma la sentiva solo Ricciardi.
Nespoli disse: - Non sono pentito. Non me ne pentir mai.
Ricciardi usc per primo, mentre Maione metteva le catene ai polsi di Nespoli.
La folla che si era radunata fuori dal camerino divent all'improvviso silenziosa. Si fece strada il sovrintendente, accompagnato dal direttore di scena: era talmente agitato che sembrava cianotico.
- Questo  troppo, decisamente troppo! Entrare durante la rappresentazione da un ingresso laterale, introdursi sul palcoscenico, addirittura! E poi, in un camerino! Ma lo volete capire, una volta per tutte, che questo  un teatro? Uno dei principali della nazione?
Mentre il duca piroettava di qua e di l, incapace di fermarsi anche solo per respirare, Ricciardi si accorse che il mormorio della variegata folla di pagliacci, colombine, arlecchini e carrettieri si era nuovamente spento. Si gir verso il camerino e vide uscire Nespoli seguito da Maione. L'uomo manteneva il proprio atteggiamento di sfida; le persone pi vicine arretrarono, istintivamente. Nespoli si guard attorno, una volta sola: e fu allora che accadde.
Il commissario si avvide che per un attimo, un breve, unico attimo, lo sguardo di Nespoli era cambiato. Fu un evento tanto repentino e passeggero da fargli dubitare di averlo realmente visto; ma non poteva essersi sbagliato, abituato com'era a valutare le emozioni.
In quell'istante il volto di Nespoli era diventato dolcissimo e triste, sottomesso e disperato. L'uomo forte e disincantato era scomparso, per lasciare il posto a un ragazzo infelice, pronto tuttavia, per amore, a offrire la propria vita: era l'espressione dell'estremo sacrificio.
Ricciardi ricord che, qualche anno prima, si era occupato dell'omicidio di una donna per mano del marito che lei voleva lasciare per un amante: l'uomo si era ammazzato, dopo averla uccisa, con due colpi della propria pistola di ufficiale dell'esercito. Il commissario aveva ben presente l'immagine dell'assassino, il cui cranio era stato per met spazzato via dal colpo. L'unico occhio rimasto, per, nel versare lacrime disperate aveva proprio la stessa espressione: il dono della vita, per amore. L'immagine ripeteva: Per te, amore mio, per te, mentre il cervello sfrigolava ancora per il calore della polvere da sparo.
Subito Ricciardi scrut la piccola folla, per capire chi avesse cercato con gli occhi il cantante. Sapeva che la chiave di tutto era l, in quello sguardo: la motivazione vera dell'assassinio di Vezzi, la stessa dannazione di Nespoli. Guard e, in un primo momento, mentre il sovrintendente continuava a protestare ansimando, non vide nessun possibile destinatario di uno sguardo come quello: poi, inaspettata, riconobbe l'immagine speculare degli occhi del baritono. Come quelli erano sottomessi, adoranti e vibranti di sacrificio, gli altri erano quasi minacciosi: dicevano di fare attenzione a non tradirsi, di mantenere quell'atteggiamento.
L'attimo pass, lasciando il commissario confuso: il nuovo elemento, che non intendeva sottovalutare, cambiava di nuovo la prospettiva e in modo radicale. Ma disponevano di una confessione, una confessione completa, non poteva ignorarlo.
L'uscita di Nespoli aveva sortito l'effetto secondario, ma non trascurabile, di far tacere per un attimo il sovrintendente. Ma fu solo un momento.
- Ma... ma  come sembra? Avete arrestato il colpevole? Oh, ma allora devo ritirare tutto! Congratulazioni! Non che abbia mai dubitato del trionfo della giustizia, tuttavia questa ultima vostra... irruzione mi aveva indotto a tornare nuovamente in argomento coi vostri superiori o, se fosse stato necessario, con Roma per risolvere la questione. Ma ora, certo, se dovesse dimostrarsi che avete davvero colto nel segno...
Ricciardi, a voce sufficientemente alta per farsi sentire in tutto l'ambiente disse: - S, signor duca. Proprio cos. Abbiamo arrestato il colpevole, sembrerebbe.
Tutti commentarono l'annuncio di Ricciardi e si alz un vociare confuso: una sola persona, che il commissario stava osservando, non sollev lo sguardo da terra.

29.

Raggiunto Maione fuori dal teatro, Ricciardi si avvi verso la vicina questura. La procedura era irregolare, perch per sicurezza avrebbero dovuto essere accompagnati da almeno due guardie. Tuttavia l'arrestato aveva un atteggiamento tanto sottomesso e tranquillo da non far temere colpi di testa. Qualche centinaio di metri dopo incrociarono trafelato Luise, il giovane cronista del "Mattino".
- Commissario, salve... sono stato avvertito al telefono... chi  l'arrestato? Potete dirmelo, stavolta?
Ricciardi ebbe compassione del giovanotto che aveva maltrattato in occasione del loro primo incontro, e, non volle mandarlo via a mani vuote.
- Si tratta di un cantante della Cavalleria rusticana, di nome Nespoli Michele. E' un sospettato.
Nespoli reag sprezzante: - Che bravi questi sbirri! Lo prendono sempre il colpevole. Specialmente quando qualcuno fa la spia.
Maione gli mise una mano sulla spalla.
- Parlate solo se siete interrogato.
Luise cerc di domandare qualcosa sulle circostanze dell'arresto, ma i tre si allontanarono camminando svelti.
Completate le procedure del fermo di polizia e condotto Nespoli nella cella provvisoria della questura, Ricciardi salut Maione.
- Non disporre ancora la traduzione a Poggioreale. Domani lo voglio sentire un'altra volta.
- Qualcosa non vi  chiaro, eh, commissa'? Me ne sono accorto dalle domande che avete fatto. Per ha confessato.
- S, ha confessato. Ma domani lo voglio risentire. Buonanotte.
Lungo la via per tornare a casa, il commissario ripens alla successione degli accadimenti. Lo sguardo, anzitutto: con le catene ai polsi Nespoli aveva guardato una persona che mai Ricciardi si sarebbe aspettato. La casualit dell'evento: possibile che un individuo, seppure di carattere tanto infiammabile come quello del baritono, reagisse in un modo cos spropositato, per un semplice commento? I tempi: possibile che in soli dieci minuti, senza aver preparato niente, uno che sta cantando in un'opera lirica esca di scena, ammazzi un uomo, scappi dalla finestra, rientri, salga al quarto piano, si cambi le scarpe, scenda e torni in scena a cantare? Il modo: possibile che un solo pugno, che peraltro aveva destato i dubbi del dottore per i limitati effetti, riesca ad abbattere con tanta violenza un individuo, da spaccare uno specchio pesante e farlo morire dissanguato? Possibile, certo; aveva visto circostanze ancora pi strane. Ma difficile, molto difficile. Infine, il Fatto: le lacrime che solcavano il viso di Vezzi. Non si piange, durante una lite per motivi tanto futili.
Allora, pensava Ricciardi, Nespoli stava coprendo qualcuno: ma chi e perch? La persona che aveva guardato? Era forse a conoscenza degli eventi, oppure complice? E come avrebbe potuto, ora, far emergere la verit? Vedeva chiaro, Nespoli, a che cosa andava incontro? Oltre la carriera, rovinata irrimediabilmente, il cantante avrebbe perso la libert e per molti anni. Anche se non intenzionale, l'omicidio di Vezzi era stato efferato e al centro dell'attenzione della stampa e del potere di Roma: i giudici, Ricciardi lo sapeva bene, erano sempre ansiosi di compiacere il regime, di cui il tenore era un figlio prediletto. La condanna, il commissario ci avrebbe scommesso, sarebbe stata esemplare.

Erano circa le undici, ormai. Con la coscienza tacitata dallo spuntino serale, la tata Rosa se n'era andata a dormire: il profondo russare che proveniva dalla sua stanza ne era la prova. Ricciardi si ritir a sua volta e si cambi. Per puro scrupolo, and alla finestra e apr le tende.
Alla luce tenue dell'abat-jour, Enrica stava cucendo: messo da parte il corredo, voleva finire una veste estiva per il nipotino che compiva un anno a fine agosto; sarebbe stato il suo regalo. Amava molto il figlio di sua sorella: si chiese se avrebbe amato cos un figlio suo, se mai ne avesse avuto uno, o anche di pi. Sospir e istintivamente guard fuori: sussult in modo impercettibile, vedendo che le tende della finestra di fronte si erano aperte, cos fuori orario.
Osservando il ricamo che aveva finito sulla pettorina, pens che avevano ragione i suoi, che glielo dicevano sin da piccola: era una terribile testarda. Allung la mano verso le forbici, sul tavolino.

Di l dalla strada, attraversata dal vento forte, nel buio della sua stanza Ricciardi guardava Enrica cucire. Come sempre, immaginava che prima o poi le avrebbe parlato e le avrebbe detto della pace che gli dava vederla ricamare. Le avrebbe chiesto di ricamare davanti a lui; lei avrebbe sorriso e gli avrebbe detto di s, con quella voce che lui non aveva mai sentito.
Intanto, dall'altra parte della strada il lavoro fu completato; Enrica poggi il ricamo e per tagliare il filo residuo sollev le forbici dal tavolino con la mano destra, passandole alla sinistra.
E Ricciardi cap tutto.
Il nastro con le forbici, che mancava; qualcuno che lavorava con la mano sinistra; il senso di quello che aveva detto il dottore, due giorni prima; il camice troppo grande. E, soprattutto, cap quello sguardo, durato un attimo.
Pens anche che lo sguardo di un attimo pu significare tanto: pu significare tutto.

Aveva appena appeso il soprabito, in ufficio, che entr il vicequestore Garzo, come una furia; dietro di lui, agitatissimo, Ponte, l'usciere.
- Ricciardi, ma  vero quello che ho saputo stamattina? Che avete fermato un sospettato dell'omicidio Vezzi? E' vero?
Ricciardi richiuse l'armadietto, sospir e si gir verso il suo superiore.
- S,  vero. Ieri sera.
Garzo era fuori di s: sul suo volto, di solito sorridente e controllato, erano comparse delle chiazze rosse, la cravatta era allentata e i capelli si presentavano scarmigliati.
- E perch non sono stato avvertito? Avevo detto chiaramente, e pi di una volta, che tutti gli sviluppi, anche minimi, avrebbero dovuto essermi riferiti. E voi arrestate il colpevole e non me lo dite? Se non fosse stato per il mio amico caporedattore del "Mattino", che mi ha telefonato stamani per congratularsi, non avrei saputo niente! Ma chi sono, io? Nessuno?
Ricciardi era rimasto freddo, le mani nelle tasche dei pantaloni.
- Voi state urlando nel mio ufficio e non mi sembra il modo giusto di chiedermi informazioni. Non avrei potuto avvertirvi ieri, perch erano le undici di sera e voi eravate andato via da oltre due ore. Inoltre si tratta di un sospetto, non di un colpevole. Io comunico con voi come devo comunicare, cio in via ufficiale. Quello che vi dicono i vostri amici, non mi interessa pi di tanto.
Aveva parlato a voce bassa, quasi mormorando: il contrasto con le urla di Garzo era stato enorme. Sulla porta, appena fuori, Ponte abbass la testa come se avesse preso un pugno. Maione, che era sopraggiunto di corsa, copr una risata con una mano; con l'altra teneva il giornale.
Garzo rimase come imbalsamato. Batt le palpebre, due o tre volte, e alla fine tir un respiro profondo. Parve sorpreso di trovarsi nell'ufficio di Ricciardi. Quando riprese a parlare, aveva un tono che sembrava dimesso; ma c'era una vibrazione feroce nella sua voce.
- Certo... Scusatemi tanto, Ricciardi. Allora, per cortesia, potete dirmi qualcosa di questo arresto che avete fatto ieri, cos posso riferirne al questore? Sapete, per non farlo trovare impreparato quando chiameranno da Roma.
Quasi sillabava, trattenendo l'ira. Ricciardi arriv a provarne compassione.
- S, certo. Dunque: alcuni elementi emersi dalle indagini ci hanno fatto rivolgere i nostri sospetti su Nespoli Michele, di professione cantante baritono presso il Real Teatro di San Carlo. Interrogato in loco da me e dal brigadiere Maione, a cui va gran parte del merito dell'arresto, ha confessato il delitto. Ma alcuni altri elementi devono essere sottoposti a verifica, per valutare l'ipotesi di eventuali complici o di moventi attualmente non noti. Per cui, allo stato, non emetterei comunicati ufficiali.
Garzo apriva e chiudeva la bocca: a Ricciardi venne in mente un grosso merluzzo in giacca e cravatta. Quando ritrov la parola, disse: - Non sono sicuro di aver capito: non mi avete detto che questo Nespoli ha confessato l'assassinio di Vezzi?
- S, ma...
Garzo alz la mano.
- No! Non c' nessun ma! Se abbiamo la confessione, e ce l'abbiamo, non vedo margini d'incertezza. Vi chiedo di capire, una volta per tutte: una cosa  trovare l'assassino due giorni dopo l'omicidio, altra  continuare a indagare dopo una confessione. Se si continua a indagare nonostante una confessione, vuol dire che la soluzione ci  caduta addosso senza che noi l'abbiamo cercata e, quindi, non c' merito. Ora, io credo di interpretare l'opinione del signor questore nello scegliere decisamente la prima ipotesi. Per cui, caro Ricciardi, da un lato, - e indic il numero uno prendendo il pollice della sinistra tra indice e pollice della destra, - vi faccio le mie pi sentite congratulazioni per la brillantissima soluzione del caso; dall'altro, - e con le stesse dita prese l'indice della sinistra, - vi invito ad astenervi sia dal continuare le indagini che dal comunicare alcunch di queste vostre perplessit a chicchessia. Siamo d'accordo?
Ricciardi non aveva mosso un muscolo.
- No. Non sono affatto d'accordo. Si corre il rischio di lasciare uno o pi colpevoli a piede libero, lo sapete benissimo. E di rimanere all'oscuro di alcuni lati di questo caso che attualmente non si spiegano.
Ci fu un attimo di silenzio. Maione e Ponte, sulla soglia della porta, sembravano due statue. Garzo si riscosse.
- Non ho intenzione di ritornare sull'argomento, Ricciardi. Il mio  un ordine. E un'altra cosa: sappiamo bene tutti e due quante volte siete intervenuto presso di me, per sostenere le posizioni dei vostri collaboratori pi stretti, e quanto essi vi stiano a cuore. Mi preme perci ricordarvi che eventuali disobbedienze saranno attribuite, oltre che a voi, anche a loro; per cui il brigadiere Maione, qui, per esempio, passerebbe da un encomio e da una pi che probabile gratifica in denaro a un severo provvedimento disciplinare. Regolatevi.
Si volt e usc, con passo marziale: Ponte si fece di lato per farlo passare e lo segu, fintamente afflitto.
Maione entr nell'ufficio di Ricciardi, rosso in viso.
- Ma che fetente  chisto! - e si richiuse la porta alle spalle.

30.

Ricciardi si lasci cadere sulla sedia dietro la scrivania. Si sfog sconsolato con Maione, seduto davanti a lui.
- Hai sentito? Quindi, o sei un eroe o sei un criminale anche tu. Nessuna via di mezzo.
Maione rimase in silenzio. Ricciardi sospir.
- Ti devo sollevare dall'indagine, brigadiere. Da questo momento, non te ne occupi pi. Ti spetta una bella gratifica, per il lavoro che hai fatto. Quindi buona giornata, Maione. Puoi andare.
- Commissa', io non vado in nessun posto. A parte il fatto che non prendo ordini da quello l, - e indic la porta con un cenno del capo, - ma dal mio diretto superiore che siete voi, vi conosco bene ormai: e lo so quando un lavoro  finito e quando non lo . E qua secondo me non abbiamo finito ancora, gi me n'ero accorto ieri sera e ne sono stato sicuro stamattina, quando vi ho guardato in faccia. Poi, lo sfizio di dimostrare a quel signore e al suo cagnolino Ponte che ha torto  troppo forte per perderselo. E poi a me della gratifica non me ne fotte proprio: non sono abituati, i figli miei, a tenere troppi soldi. Vengono maleducati, i guaglioni con troppi soldi. Infine, - concluse, scimmiottando il vicequestore e prendendosi la punta del mignolo sinistro con le due dita della mano destra, - a me una sola cosa mi d pi fastidio di un colpevole libero: un innocente in galera.
Ricciardi scosse il capo e sospir ancora.
- Lo sapevo che sei un vecchio testardo. Un giorno di questi ricordami che ti devo mandare in pensione. Hai ragione, comunque: qua non abbiamo finito ancora. Ci sono cose che non mi sono chiare e che si devono portare alla luce, e poi possiamo dormire.
Maione mise sulla scrivania il quotidiano.
- Tanto sul giornale gi siamo eroi. Leggete qua: "La polizia, dopo soli due giorni di infaticabili indagini, scopre e assicura alla giustizia l'efferato assassino del tenore Vezzi. Tutti i particolari in cronaca". Se siamo infaticabili, dobbiamo continuare a faticare. Lo dice la parola, no?
- Infatti. Per dobbiamo fare attenzione a Garzo e ai suoi, quindi tu ti prendi un bel permesso di un giorno, che ti d io, ufficialmente per portare tuo figlio dal dottore. Invece, ti di da fare. Conosci sempre quel tipo che abita sopra i Quartieri, come si fa chiamare... Bambinella? Quello che sta sempre in mezzo, che sa i fatti di tutti.
- Il femminiello? Certo, che lo conosco. Quello, ogni volta che mettiamo un poco di puttane dentro, ci sta sempre pure lui, vestito da donna che pare meglio lui, scusate commissa', delle femmine vere. Per  simpatico, fa fare un sacco di risate.
- Ecco, quello. Lo devi rintracciare, stamattina stesso. E gli devi chiedere notizie su questo nominativo, che ti scrivo qua.
Prese un foglio di carta e, intinta la penna nel calamaio, scrisse un nome e pass l'appunto al brigadiere.
- Tutto quello che si riesce a sapere. Tutto. Poi vieni da me e mi riferisci.
Maione lesse il nome e annu.
-.Allora  questa, eh? Io me n'ero accorto che lui l'ha guardata strano. Ero sicuro che non vi era sfuggito manco a voi. Va bene, commissa'. State senza pensiero.
- Un'ultima cosa, poi vai. Fammi portare Nespoli.

Com'era ovvio, Nespoli non aveva dormito. Si present dal commissario con occhiaie profonde e un velo nero di barba sul viso, la folta capigliatura in disordine. Lo spettro del fallimento della sua vita aveva ricominciato a danzargli attorno e, lo sapeva, non avrebbe pi smesso. Nella cella gli erano passati davanti il padre e la madre, i fratelli, i compaesani: tutti quelli che avevano rinunciato a poco o a molto per farlo studiare, per la gioia di vederlo cantare al San Carlo. E ora che ci era arrivato, aveva buttato tutto via.
Ma, sapeva bene anche questo, non avrebbe potuto fare altrimenti. Si era comportato come doveva, com'era giusto. Perci si sentiva sereno mentre fissava lo sguardo - in quello verde e limpido del commissario, sbattendo le palpebre per la luce forte del mattino che entrava dalla finestra. Pensava che lo sbirro, nonostante il lavoro infame che faceva e la situazione in cui si trovava lui, fosse una persona onesta, da rispettare. Poi, gli pareva che avesse sofferto, come lui. Infine lo aveva richiamato: invece di accontentarsi della confessione, voleva andare a fondo, capire. E questo significava che era intelligente. Uno sbirro intelligente e onesto: cosa rara e pericolosa.
Con un cenno, Ricciardi aveva fatto uscire la guardia che lo aveva accompagnato ed era rimasto seduto con le dita intrecciate davanti alla bocca, i gomiti sulla scrivania. Nespoli era in piedi, le mani incatenate davanti. Dopo un lungo minuto, Ricciardi parl.
- Nespoli, io so tutto. Ho capito. E l'ho capito ieri sera. Io non lo so se voi vi rendete conto di quello che state facendo, di quello a cui andate incontro. Andrete in galera per trent'anni, uscirete vecchio, se pure uscirete. Uno come voi non pu passare trent'anni in mezzo ai delinquenti.
Il baritono non emetteva fiato.
- Non l'avete ucciso voi. Io lo so. E so anche chi l'ha ucciso.
Il cantante sbatt le palpebre, ma non disse una parola.
- Pensate a chi vi vuole bene: avrete una mamma, dei fratelli. Non posso credere che non abbiate un motivo, uno solo, per voler vivere, per essere libero. Fosse anche soltanto per cantare. Siete bravo, vi ho sentito ieri.
Nespoli non mosse un muscolo. Una lacrima cominci a scendergli lungo la guancia. Sembr non accorgersene.
- Cos forte  la vostra relazione con questa donna? Che cosa ha fatto lei per voi, da meritare questo sacrificio, perch le regaliate la vostra vita?
L'uomo in catene continuava a guardare fieramente negli occhi Ricciardi, che si era piegato in avanti nella foga del discorso.
- Se non mi aiutate, come posso aiutarvi? Non posso pi lavorare al caso, se non ritrattate la confessione. Lasciatemi almeno tentare. Non permettete che sia stato io a mandare un innocente in galera! Vi prego. Ritrattate.
Nespoli non disse nulla. Ricciardi sospir.
- Come volete. Immaginavo che vi sareste comportato cos -. Chiam la guardia e disse: - Portatelo via.
Nell'uscire, Nespoli si ferm sulla soglia, si gir e disse piano: - Vi ringrazio, commissario. Se avete amato mai, mi capirete.
Ti capisco, pens Ricciardi. Dopo un po', buss Ponte.
- Commissario, scusatemi. Il vicequestore vi vorrebbe parlare nel suo ufficio.
Ricciardi si alz e and nell'ampia stanza in fondo al corridoio. Gi prima di arrivare all'uscio socchiuso percep un acuto profumo selvatico di spezie, che ormai gli era noto. Garzo era in compagnia.
- Ah, caro Ricciardi! Entrate, prego. Accomodatevi pure. Conoscete gi la signora Vezzi, vero?
Seduta di fronte al vicequestore c'era Livia: le gambe accavallate, fasciata da un sobrio e tuttavia sensuale abito nero. La veletta era alzata sul cappellino; stava fumando. Gli splendidi occhi guardavano fissi Ricciardi e la bocca accennava a un sorriso. Sembrava una pantera, pronta ad addormentarsi o ad assalire la preda, indifferentemente.
- La signora Vezzi ha appreso dal giornale la bella notizia dell'arresto dell'assassino, - disse Garzo, - ed  venuta a congratularsi. Ha detto che esprimer la sua soddisfazione negli ambienti delle pi alte autorit di Roma, a cui lei ha accesso. Perfino alla persona del nostro amato Duce, del quale e della moglie lei stessa  amica. Ha voluto vedervi, per congratularsi con voi.
Ricciardi era rimasto in piedi. Senza smettere di fissare Livia, si rivolse a Garzo.
- La signora Vezzi attribuisce al nostro operato eccessiva importanza. Avremmo dovuto indagare ancora pi a fondo, in verit. Forse siamo stati solo... fortunati, imbattendoci in una confessione.
Garzo assunse un tono preoccupato, lanciando un'occhiataccia a Ricciardi che tuttavia and perduta, poich il commissario guardava ancora la vedova.
- Ma che dite? Il nostro Ricciardi  come al solito troppo modesto. In realt il nostro arresto  stato frutto di indagini accuratissime e, come dice il giornale, infaticabili. Io stesso, e la signora avr la bont di tenerlo bene a mente per poterlo riferire, ho dato frequenti indicazioni operative al commissario e, sulla base di queste indicazioni, siamo arrivati a incastrare il colpevole; il quale ha confessato solo quando si  visto mettere spalle al muro dalle prove inconfutabili che abbiamo raccolto. Non  cos, Ricciardi?
Il tono di Garzo ora era decisamente minaccioso. Livia continuava a fumare guardando Ricciardi.
- Non ho dubbi che il vostro lavoro... di squadra, si dice cos, abbia prodotto il risultato. Ma io stessa ho avuto modo di osservare direttamente il commissario Ricciardi e posso testimoniare che nulla lo distrae dal suo lavoro:  un uomo di prim'ordine.
Garzo non era disposto a essere accantonato e cerc come sempre di cavalcare l'onda.
- Infatti,  uno dei nostri uomini migliori. Questo successo, come notavate voi, signora, un successo di squadra,  dovuto soprattutto all'abilit di scegliere le persone giuste da inserire nei posti giusti. Non  cos, Ricciardi?
Chiamato ancora una volta in causa, il commissario non pot fare a meno di rispondere.
- Il dottor Garzo dice bene. Qualsiasi cosa abbia detto, dica o dir. Per quanto mi riguarda, la signora sa che io faccio quello che devo fare. Almeno, ci provo. Ora posso andare?
Livia annu.
Garzo ringhi: - S, Ricciardi, andate. E ricordate quello che ci siamo detti prima.
Ricciardi chin brevemente il capo in segno di saluto e usc.

Dopo due ore circa buss alla porta di Ricciardi il figlio di Maione, un ragazzo di sedici anni che il commissario aveva visto col padre alcune volte.
- Buongiorno, commissario. Ha detto pap se lo potete raggiungere al Caff Gambrinus, a piazza del Plebiscito. Dice che vi deve parlare.
- Ti ringrazio. Ci vado subito.
Il brigadiere Maione in borghese aveva l'aspetto di un poliziotto pi ancora di quand'era in divisa. Ricciardi non avrebbe saputo dire perch: forse il modo di portare il cappello, o l'andatura rigida. Fatto sta che non si poteva sbagliare: era un poliziotto. Lo aspettava al solito tavolino, quello al quale Ricciardi si sedeva per mangiare una sfogliatella a ora di pranzo. Quando il commissario arriv, fece per alzarsi; quello lo ferm con un gesto e si sedette a sua volta.
- Vi ho ordinato un caff e una sfogliatella.
- Grazie. Per offro io, la gratifica non l'hai presa ancora. E' cresciuto, tuo figlio: complimenti. Assomiglia a... alla mamma.
- A Luca assomiglia, commissa'. Lo potete dire, secondo voi non lo vedo con gli occhi miei? E tale e quale. L'altro giorno ha detto che vuole fare pure lui il poliziotto. La mamma  scappata in camera, piangendo. Io gli ho dovuto dare uno schiaffone. Gli ho strillato: " Non lo dire mai pi! " Questo  un mestiere infame. Meglio il delinquente.
- Non dire sciocchezze: non le pensi queste cose. Il ragazzo deve fare quello che vuole. Poi, con l'esempio di questo mulo di padre che ha,  naturale che vuole fare il poliziotto.
- E magari il commissario, senza offesa.
- Senza offesa. Allora, che hai combinato?
- Ho visto Bambinella, sono andato fin dove abita, a San Nicola da Tolentino. Lo dovevate vedere, teneva una vestaglia da donna, i capelli tirati su con una molletta. Abituato a vederlo truccato, non lo avevo neanche riconosciuto. "Brigadie', che piacere! Vi siete deciso, finalmente?" Un altro poco lo pigliavo a calci! Proprio a me! Comunque, mi ha fatto accomodare nel basso dove abita e mi ha pure offerto un surrogato. Io gli ho spiegato quello che ci serviva e lui gi sapeva tutto. Pare che l'amica nostra sia abbastanza famosa nei Quartieri. Per la verit, Bambinella mi ha chiesto subito a che mi serviva l'informazione; io gli ho detto che mi serviva per prima cosa a non mandarlo in galera per offesa al pudore, e lui ha detto: "Va bene, ho capito, a vostra disposizione, brigadie' ". E ha parlato.
Ricciardi mangi un pezzo di sfogliatella.
- E perch la signorina  abbastanza famosa?
- Perch  bella, innanzitutto. Poi, perch sa leggere e scrivere e insegna ai bambini che non vanno a scuola, cio la maggior parte. Poi, e qua la cosa si fa interessante, perch per qualche mese ha abitato insieme a uno, Bambinella non sa il nome, che chiamavano "'o Cantante". Infatti lei  anche nota come "'a 'nnammurata d'o Cantante", anche se non vivono pi insieme.
- E da quando, non vivono pi insieme?
Maione consult gli appunti su un foglietto che aveva tirato fuori dal cappotto.
- Pi o meno da Natale, dice.
- Pi o meno da Natale, certo. E' naturale.
- Perch, naturale?
- Perch a Natale  cominciato tutto. A Natale  cominciato Vezzi. E la signorina ha buttato 'o Cantante fuori di casa, con qualche scusa. E indovina chi , 'o Cantante?
- Commissa', 'o Cantante  Nespoli. E chi, se no?

Ricciardi si pass due dita sulle labbra, per togliere lo zucchero, e annu.
- Bravo, Nespoli. Ed ecco ricostruito il passato misterioso, dov'era prima di occupare l'appartamentino attuale. Continua.
- Vive sola, adesso. Fa vita un poco ritirata, non d tutta questa confidenza. Per la notizia ci sta ed  una notiziona: la signorina aspetta, commissa',  in stato interessante. Lo ha confidato alla sua portiera, perch qualche notte fa  stata male, ha vomitato e le solite cose. Ci credereste, commissa'? Bambinella quando me l'ha detto era verde dall'invidia!
Ricciardi si era chinato in avanti, come faceva sempre quando la sua massima attenzione era catturata.
- Incinta, eh? Ecco qua: l'animale mansueto che diventa una belva. E l'hai chiesta quell'altra cosa che ti ho detto di chiedere?
- Certo, commissa': avevate ragione come al solito -. Maione scosse la testa, ammirato. - La signorina scrive con la mano storta.

Il pomeriggio pass lento, col vento che continuava a scuotere la citt.
Ricciardi rimase chiuso nel proprio ufficio, cercando di mandare avanti il lavoro burocratico trascurato negli ultimi giorni; ma gli riusciva difficile concentrarsi. La concatenazione degli eventi era ormai completa, nella sua mente: ma il Fatto non era del tutto organico col quadro che si era andato costruendo.
Vezzi cantava la romanza di Nespoli: perch, se il baritono, come Ricciardi credeva, non era stato l'esecutore dell'assassinio? E perch piangeva? Non era frequente, nell'esperienza di Ricciardi: la morte violenta e improvvisa non lasciava il tempo per la commozione. Le lacrime dovevano essere precedenti. E allora, perch Vezzi stava piangendo, quando era stato ucciso?
Il commissario controllava l'orologio frequentemente: aveva un appuntamento con una persona che non sapeva di avere un appuntamento con lui e non poteva tardare.
Il vento soffiava ancora forte e muggiva sotto il portico del San Carlo. Fermo dietro l'angolo, col bavero rialzato e i capelli scompigliati, Ricciardi pensava a come doveva essere quel posto senza il sibilo insistente. In pratica, tutte le volte che c'era stato e cio negli ultimi tre giorni, il vento non era mai calato. Lontano si sentiva addirittura il fragore del mare, quando non passavano le rare automobili e i tram sferraglianti.
Non aspettava da molto, quando dal portone dei giardini usc la persona che attendeva, insieme ad altre due donne che Ricciardi riconobbe: Maria e Addolorata. Osserv la sagoma minuta della giovane donna con cui voleva parlare. Che errore di valutazione, quando l'aveva vista per la prima volta: insignificante, in difficolt sotto il peso della gruccia col costume da pagliaccio. Lo sguardo a terra, le spalle piegate. La donna che aveva fermato il cuore di Vezzi e rubato quello di Nespoli; un cui capello biondo, lungo, era sulla veste da camera della pensione del Vomero; che aveva vissuto col povero baritono cacciandolo di casa a Natale, quando aveva iniziato la relazione col ricco tenore: Maddalena Esposito, a servirvi, commissa'.
La donna lo vide e si ferm. Forse, per un attimo, pens anche di fuggire. Poi salut in fretta le colleghe e gli and incontro. Era molto bella, Ricciardi se ne accorse solo in quel momento; e non poteva essere altrimenti, giacch, pens, non si mostrava sempre. Solo quando e se le conveniva.
- Buonasera, commissa'. Che sorpresa, trovarvi qua.
- Buonasera a voi, signorina. Facciamo due passi?
La donna sembrava incuriosita.
- Siete qua in forma ufficiale, o no?
- Dipende: dipende da voi. Direi di no.
Maddalena annu, poi girandosi verso la piazza comincio a camminare.
Percorsero in silenzio un centinaio di metri. Ricciardi sapeva che sarebbe toccato a lui scoprire per primo le carte: altrimenti la donna si sarebbe nascosta dietro la confessione di Nespoli. N aveva intenzione di sottovalutare l'intelligenza di Maddalena; era riuscita a dissimulare il ruolo che, fin dall'inizio, aveva avuto nella vicenda.
- Posso offrirvi un caff? Con questo vento  difficile parlare.
Maddalena assent. Portava un fazzoletto scuro sopra i capelli e una sciarpa ruvida a coprirle il collo e la bocca; addosso, un soprabito nero liso, rivoltato con le sue abili mani da sarta.
Trovarono un caff aperto all'interno della Galleria Umberto primo e sedettero a un tavolino in disparte.
La donna tolse il soprabito e il fazzoletto e li pieg ordinatamente sulle gambe. Aveva mani sottili e delicate, come i tratti del viso; i capelli, tirati su e legati, avevano un naturale color oro come le sopracciglia, e la pelle era bruna, con un insolito e piacevole contrasto. Quello che sorprendeva tuttavia erano gli occhi: di un profondo azzurro, con pagliuzze gialle, ricordavano quelli di un gatto. Vedendoli, il commissario comprese perch la donna li tenesse sempre bassi ed evitasse accuratamente di fissarli in viso a chi la guardava: non avrebbe mai potuto passare inosservata.
- Potrei fingere e dirvi che Nespoli ha fatto il vostro nome. O potrei interrogarvi tanto da indurvi a confessare: non penso che possiate permettervi un avvocato cos bravo da difendervi contro le accuse del tribunale. Ma io ho guardato negli occhi del vostro uomo e voglio rispettare la sua volont. So quello che  successo, mi  chiaro; non posso permettere che per questa menzogna quel ragazzo vada in galera e ci resti trent'anni, per qualcosa che non ha fatto, o che non ha fatto da solo. Allora, voglio capire. Mi dovete spiegare.
Due coscienze, due intelligenze a confronto. Senza finzioni, senza coperture.
La donna si pos una mano sul ventre, lieve.
- Voi sapete...
Un'affermazione, non una domanda. Lui assent.
- Mi chiamo Esposito perch mi hanno abbandonata quando sono nata. Lo sapete che quasi tutti i bambini abbandonati muoiono? Campano solo quelli forti, commissa': Quelli forti assai. Io ho avuto malattie, fame: mi hanno dato per morta forse dieci volte. E nessuno se ne sarebbe dispiaciuto pi di tanto. E invece ho campato: con le unghie e coi denti. Faceva meraviglia a tutti, questo ragnetto di bambina cos attaccata alla vita. Poi, siccome volevo campare, imparavo. A leggere e a scrivere: mi mettevo vicino alla monaca che faceva i conti, non mi parlava neanche, ma io guardavo. A cucire, vicino all'altra monaca che aggiustava e riaggiustava sempre le stesse vestine; e poi l'aiutavo, mentre le altre giocavano o morivano di malattie. E la fame: io non ve lo voglio neanche dire, quello che mi sono mangiata quando ero piccola per campare. Le cose pi terribili.
Ricciardi rifletteva. La vecchia nemica, eccola qua: la fame.
- Ma le altre morivano, pure quelle che sembravano forti. Il vaiolo, il colera. Il tifo, la difterite. Quante ne volete di malattie, commissa'? Meglio di un dottore, ve le posso raccontare. E poi una mattina mi sono sentita pronta e me ne sono andata. Senza ringraziare, senza portarmi via niente. E che mi sarei dovuta portare? Niente, tenevo. E per che cosa avrei dovuto ringraziare? Niente, mi avevano dato. Ho dormito per strada, ho mangiato coi cani, mi sono difesa. Nemmeno al bordello mi hanno voluta: ero troppo secca, tenevo la faccia della fame. Per qualcosa la sapevo fare: sapevo tagliare e cucire. Con la mano storta.
Alz la sinistra davanti alla faccia, come se fosse un trofeo, una medaglia. Ricciardi sent un lontano tremito al cuore, pensando a una piccola mano che ricamava.
- Ho lavorato da un sarto, un vecchio caprone che si approfittava di me. Io lo lasciavo fare, dovevo mangiare. Aspettavo che finisse. Dormivo nel portone del negozio. Poi, un giorno, nella bottega  entrata la signora Lilla: le serviva un taglio di un colore che aveva visto in vetrina. Le  bastato un momento. Tiene la vista lunga, la signora Lilla. Ha capito che ero brava, che lavoravo tanto e che quello era un porco. Mi ha chiamato di lato. Il giorno dopo lavoravo al San Carlo.

Lo aveva detto come se fosse andata in paradiso. Suo malgrado, Ricciardi vedeva le immagini della vita della donna e ne provava pena. Ma nella sua mente la figura di Vezzi cantava e piangeva sugli anni che ancora aveva da vivere e che non avrebbe vissuto.
- C'era la luce, il calore, anche la musica. Io la musica non l'avevo sentita mai, commissa'. Qualche pianino, la radio dai balconi aperti d'estate. Ma quella musica l, mai. Ti piglia l'anima, ti fa sentire viva. Poi ridevano, ballavano. E mi pagavano pure, per vivere in mezzo a quella festa! A me, che fino al giorno prima mi litigavo la spazzatura coi topi e coi cani! Non me ne sarei andata mai, lavoravo fino a tardi, ero la prima ad arrivare la mattina. La signora Lilla parl con un amico suo che porta la carrozza, questo teneva una stanza sfitta sopra i Quartieri, ricavata da una soffitta. Una casa! Mi sentivo una contessa.
La donna aveva gli occhi sognanti, come se stesse raccontando una favola. Davanti a lei la tazza di caff fumava; non ne aveva bevuto neppure un sorso.
- Cos  andata avanti la vita per due anni. Sono diventata brava, commissa': la pi brava. Ma non volevo rovinare tutto mettendomi in mostra, andava bene cos. Aiuto le altre, quando non sanno fare qualcosa; i lavori pi complicati me li piglio io e cos mi vogliono tutti bene. Faccio in modo che nessuno si accorga di me, perch io lo so, l'ho imparato bene in tutta la vita mia, che se si accorgono di te qualcosa di brutto prima o poi te la fanno. E infatti.
Sul suo volto pass un'ombra, come un nuvolone improvviso nel cielo. Maddalena sospir e and avanti.
- Trovai Michele una sera che tornavo dal lavoro tardissimo: l'indomani c'era La traviata, i costumi della festa sono difficili. Era a terra, dentro il portone, un altro poco ci camminavo sopra. Pareva morto. Che dovevo fare? Ci stavo morendo pure io, di fame, stesa in tanti portoni. Me ne potevo fottere, lo lasciavo morire per non passare un guaio? No. E chi avrebbe dormito pi? Allora l'ho aiutato. Me lo sono portato sopra. In altri quartieri, in altre case non me lo avrebbero fatto fare. Ma qua, in questa citt, senza offesa, commissa', i malamente sono spesso meglio degli sbirri. La gente povera, che scappa, che ha fame, si aiuta: campiamo cos, stretti uno vicino all'altro. Perch lo sappiamo, commissa', che se non ci aiutiamo tra di noi non ci aiuta nessuno. E allora, se Michele  vivo,  vivo per me. E per i vicini del palazzo, per quelli del vicolo. Per il quartiere. E lui lo sa, lo sa bene;  quello, che gli avete visto negli occhi.
Ricciardi conosceva sin troppo bene gli equilibri della citt. Era dolorosamente consapevole di quello che la donna stava dicendo e dell'impossibilit di cambiare lo stato delle cose.
- Tutto  stato naturale. Michele  bello, dolce e buono. Ha sofferto pure lui assai e soffre ancora. Si  ripreso,  rimasto con me. Gli voglio bene, lui vuole bene a me e per tutti e due  la prima volta. Io ho parlato con la signora Lilla, che ha parlato con Lasio, il direttore di scena, che ha parlato col direttore dell'orchestra, il maestro Pelosi. Nessuno sapeva di noi due, io ho detto che una mia amica lo aveva visto cantare in una trattoria. L'hanno preso subito, appena l'hanno sentito: una voce d'angelo.
Si avvertiva l'orgoglio, nel tono di Maddalena: Ricciardi cercava di capire il sentimento che la donna provava per Nespoli. Gli era legata, certo: ma non vibrava.
- Non lo avrebbero preso, se sapevano che viveva con una senza essere sposato. L'ambiente  un po' cos, commissa'. Quindi, si  trovato un posto per conto suo.
- E se l' trovato, guarda caso, proprio quando voi avete incontrato per la prima volta Vezzi.
La donna accus il colpo.
- S: quando ho incontrato Arnaldo Vezzi. Il padre di mio figlio.

31.

Una folata di vento attravers la Galleria, scuotendo la vetrata del caff: come a voler sottolineare, in maniera drammatica, le parole della donna.
- E ne siete sicura?
Maddalena fece un sospiro triste.
- A una come me si deve chiedere, eh? Una come me, il figlio pu averlo da chiunque. Dal primo che capita. La vostra fidanzata, no, vero? Alla vostra fidanzata, una domanda come questa voi non la fareste.
Adesso il sospiro triste lo fece Ricciardi.
- No, non la farei. N questa n altre domande. Perdonatemi. Andate avanti.
- La signora Lilla quel giorno teneva mal di schiena. In realt non era vero, era che con Vezzi non ci voleva avere a che fare. Nessuno ci voleva avere a che fare. La volta che era venuto a Napoli, due anni fa mi pare, aveva fatto cacciare due persone, diceva che erano incapaci. Era cos. Esisteva solo lui. Andavano prese le misure per i costumi dei Pagliacci, si dovevano preparare per adesso. Facciamo sempre cos, due o tre mesi prima: a Natale Vezzi, poi a gennaio sono venuti gli altri della compagnia. Comunque lui era pignolo assai, voleva vedere allestimento, mobili, tutto. E soprattutto i costumi suoi. Io stavo parlando con Michele, quando arriv. Fuori l'ingresso del teatro, me lo ricordo come fosse adesso. Non lo avevo mai visto, scese dalla macchina con altri due, alto, grande, col cappello e la sciarpa. Non era bello, ma era ricco. Si vedeva, commissa': uno ricco, non di soldi, non solo, ma di potere. Uno che poteva fare tutto quello che voleva. In ogni momento. Ci guard, entrando; a me e a Michele. A me. E sorrise, un sorriso di animale feroce. Io lo conosco, quel sorriso, commissa': prima di mettermi le mani addosso, gli uomini fanno quel sorriso. Quando capiscono che una non pu scappare pi da nessuna parte.
- E Nespoli, non vi guardava cos?
- No. Michele, no. Michele mi tratta come una principessa. Per lui sono una principessa. Lo sono sempre stata. E fu Michele che mi disse che quello era Vezzi. Gli tremava la voce per l'emozione. Mi disse: "Ma lo sai chi  quello? Quello  Vezzi, il dio dei tenori". Proprio cos: il dio dei tenori. E da dio si comportava, commissa'. Se voleva una cosa se la pigliava, poi, quando non la voleva pi, la buttava. E se una cosa non la doveva togliere a qualcun altro, non gli interessava.
- E a voi, vi aveva vista con Nespoli.
- S, mi aveva vista con Michele. E me lo disse poi, che aveva visto come ci guardavamo, come lui guardava me, precisamente. Mi disse che "il ragazzo aveva lo sguardo bruciante: pareva che ti voleva mangiare". E per lui, il dio, non poteva succedere che in sua presenza un uomo guardava cos una donna, perch lui doveva essere l'unico. Cos fanno i cani randagi, io ci ho avuto a che fare per strada. Lui cos era. Peggio di un cane. I cani non ridono.
- E poi, che successe?
- Successe che la signora Lilla mand me a prendere le misure di Vezzi in camerino. "Vacci tu, Maddalena, - disse, - io, come sto oggi, mi faccio cacciare dal teatro, con questo pazzo maleducato". E invece, con me fu gentilissimo. Non si prese libert, non allung le mani. Parl, parl assai. Mi disse che era solo e triste. Che con la moglie non ci parlava nemmeno pi, da anni. Che con tutta la gente che teneva intorno, non c'era una sola persona che gli voleva bene davvero. Che se aveva ancora la fortuna di avere una donna vera vicino, non la lasciava pi. Che voleva un figlio.
Inaspettatamente, Maddalena fece una risata. Una risata cupa, col pianto dentro.
- Voleva un figlio: il suo, disse, lo aveva perso perch la moglie non se ne curava, non si era accorta in tempo della febbre alta. Era bravo, commissa'. Quanto era bravo a recitare. Magari, a forza di cantare in teatro, pensava che la vita era tutta una recita. Come un gioco. E io, la furba Maddalena, quella che era sopravvissuta alla fame, alla sete e alle malattie, che aveva lottato coi cani, coi topi e con gli uomini, ci sono cascata. Il giorno dopo ho mandato a dire che non stavo bene, ho detto a Michele che facevo visita a una vecchia monaca che stava male e ho passato la giornata al Vomero, con lui. E pure il giorno dopo. Ci eravamo dimenticati del mondo, in quella stanza del Vomero.
- La Pensione Belvedere.
Maddalena fece una smorfia stanca.
- Sapete pure questo... S, alla Pensione Belvedere. Io gli ho detto quale tram doveva prendere; se arrivava con la carrozzella o col tass se ne accorgevano tutti. Voi siete entrato nella stanza, l'avete vista? Allora avete visto pure dove sono stata felice, l'unico posto della mia vita dove sono stata veramente felice. Mi chiamava la sua fata bionda, mi accarezzava i capelli. Mi diceva che avevo finito di soffrire, che avrebbe lasciato la moglie e tutto il mondo per stare con me. Che me lo regalava, il mondo.
- E voi ci avete creduto.
- E io ci ho creduto. Perch ci volevo credere. Perch queste cose succedono, anche nella vita. Una compagna mia si  sposata con un commerciante di ferramenta; stava sopra un bordello alla Sanit e adesso fa la signora e se ci vede per strada fa finta di non conoscerci. Non poteva capitare pure a me?
- E a Nespoli, non ci avete pensato?
Maddalena ebbe un'espressione di dolore, come se avesse avuto una fitta.
- Michele... due poveri cristi, io e Michele. Che futuro potevamo avere? Se pure lui avesse avuto successo, dove andava con una come me appresso? Che futuro c'era per noi? E comunque io non ero sua. Ero diventata di Arnaldo, nel momento stesso che mi aveva guardata. Quando part, mi disse che metteva a posto i fatti suoi e mi tornava a prendere. Di non dire niente a nessuno, nel frattempo, ch altrimenti la moglie, che conosceva gente importante, si sarebbe mossa per impedirci di andare a stare insieme. Di stare attenta e di pazientare. E io ho pazientato. Gli ho creduto. Ho pensato che era un uomo duro perch era solo e che con me sarebbe diventato l'uomo pi dolce del mondo. E l'ho visto partire e sono tornata alla mia vita di sempre. Che non mi bastava pi, per.
- Nespoli compreso.
- Compreso Michele, s. Mi sembrava tutto... poco, tutto vuoto. Anche le cose che mi sembravano il paradiso, prima. Pensavo a gioielli, a pellicce. Ma pi di tutto, pensavo ad Arnaldo, un principe che mi faceva sentire regina. E Michele, Michele mi voleva sposare. Io non mi sentivo di dire che non era possibile, mi faceva paura. Michele  uno pericoloso: ha un carattere particolare, diventa violento. Gli ho detto che era meglio aspettare che lui aveva successo.
- E poi, avete scoperto...
- S, un mese dopo. Sono stata felice, commissa'! Ho pensato che avrei ridato ad Arnaldo il figlio che aveva perso, che gli avrei regalato una famiglia e la felicit. Non l'ho cercato, non gli ho scritto. Sapevo che doveva venire, che la rappresentazione era per questi giorni, e ho aspettato. Ho aspettato per dirglielo io, volevo vedere l'espressione della sua faccia. Per niente al mondo, me la sarei persa.
- Lo avete cercato subito, quando  venuto?
- S, certo. Gli sono andata vicino appena  arrivato al teatro, il secondo giorno che era qua, per la prova generale. Mi ha detto che dovevamo stare attenti, che il segretario lo sorvegliava e portava spia alla moglie, che ci saremmo visti l'indomani, il giorno della prova, alla Pensione Belvedere. E infatti ci siamo visti l.
- Glielo avete detto allora?
- No. Era stanco, nervoso. Mi dispiaceva di dirglielo quando stava cos. Era una cosa cos bella, cos importante che non la volevo buttare via. Si addorment, e quando si svegli era cos tardi che un altro po' perdeva la prova generale. Lo salutai e gli dissi che lo amavo. Poi, separatamente, andammo a teatro.
Ricciardi si pieg in avanti, consapevole del fatto che erano arrivati al punto.
- E cos, arriviamo alla sera del 25.
Maddalena rabbrivid visibilmente. Si tocc di nuovo il ventre.
- Devo sapere che volete fare, commissario: io non devo pensare solo per me. Non lo faccio nascere in galera, mio figlio: lo sapete, come succede. Lo dnno all'istituto e se campa, campa come ho campato io. Io, a mio figlio, la vita mia non gliela faccio fare. Allora?
Ricciardi sapeva che Maddalena aveva ragione e sapeva anche che suo figlio era innocente. Per pensava a Nespoli e alla lacrima che gli aveva solcato la guancia, quella mattina. E alle lacrime di Vezzi. Poteva, lui, concedere il perdono per loro conto?
- Anch'io non voglio far nascere un bambino in galera. Questo ve lo posso dire. Ma non voglio lasciare in galera per trent'anni un innocente, che ha la sola colpa di amare una donna. Che si  servita di lui. 
Maddalena arross. - Io volevo solo proteggere mio figlio. Gli volevo, gli voglio dare una vita migliore.
- Continuate.
Ci fu un attimo di silenzio. La donna sapeva che il commissario non avrebbe mollato la presa, finch non avesse saputo la verit. Poteva solo dirgli com'era andata e sperare nel barlume di umanit che scorgeva in fondo a quegli occhi verdi, che sembravano di vetro. Ritorn con la mente a tre giorni prima, rivisse per la centesima volta il suo dolore.
- Sono andata direttamente nel suo camerino. Lui si era gi truccato: com'era strano con la faccia del pagliaccio. Non che non mi piaceva. Mi piaceva sempre. Ma lui era nervoso, distante... Ho pensato che era per l'opera. Un grande cantante  sempre nervoso prima di una recita. Gli ho sorriso. E gliel'ho detto. Cos, semplicemente: aspettavamo un bambino. Mi ha guardato, col piumino della cipria in mano, poi si  fatto scuro in faccia e mi ha chiesto perch non ero stata attenta. Io non capivo: non era la cosa pi bella del mondo? Non era felice anche lui, come ero felice io? Lui disse che non c'era niente di cui preoccuparsi, mi avrebbe dato i soldi. Non capivo, di che stava parlando? Di ammazzare il nostro bambino? Non aveva gi perduto il suo? Mi strinse il braccio, mi fece male. Grid che non dovevo permettermi di parlare di suo figlio. Io gli ricordai le sue promesse, era stato lui a dirmi che saremmo stati insieme, per sempre. Lui allora mi ha lasciato il braccio, ha fatto un passo indietro e ha cominciato a ridere. Prima, piano. Una risatina, come quando si pensa a qualche cosa di comico. Poi sempre pi forte: una risata sguaiata, volgare. Ansimava, diceva: " Io e te, insieme... uno come me, con una come te. .. vi presento la mia nuova moglie, Madama Filo e Cotone... mio figlio, il figlio della sarta... " e rideva, rideva; si era piegato in due... ... piegato in due, sulle ginocchia...
-... sembrava impazzito; teneva la mano avanti, come se mi voleva allontanare perch lo stavo facendo ridere...
... la mano in avanti, come ad allontanare...
- ... e intanto rideva, rideva: talmente, rideva, che cominciarono a lacrimargli gli occhi. Piangeva, dal ridere...
... le lacrime, che rigavano il volto...
-... non smetteva! E io sentivo cambiare quello che provavo per lui. Sentivo la sua falsit. Sentivo, fuori, sul palcoscenico, Michele che cantava: sentivo il suo amore e la risata del Pagliaccio, davanti a me. Sentivo il mio odio, che correva per le vene e mi infettava.
Io sangue voglio, all'ira m'abbandono, in odio tutto l'amor mio fin...
- ... e allora la mia mano ha stretto le forbici che portavo appese al collo, le mie forbici da sarta, ho dato un unico colpo, forte, alla gola. Non lo so, se lo volevo uccidere. Forse volevo solo che smetteva di ridere.
Un colpo con le forbici. Ecco cosa mancava, quando ti ho vista. E con la sinistra, perch sei mancina come la mia Enrica: quindi a destra, sul collo del Pagliaccio che ti stava di fronte. Nella carotide...

- Non rise pi, infatti. Gorgogliava, con la mano alla gola, quella gola tanto preziosa. Io mi sono seduta sul divanetto, sotto il getto del sangue. Volevo vedere come muore un Pagliaccio.
Il cuscino pulito, l'unico. Ci eri seduta sopra tu. A guardare il Pagliaccio che moriva. Io sangue voglio...
- ... poi, come in un sogno, ho aperto la porta per andarmene. In quel momento, dal palcoscenico scendeva Michele. Io non lo so se Dio esiste, commissa'. Ma certo  strano che proprio in quel momento, col viavai che c' dai camerini durante la rappresentazione, proprio Michele, il mio Michele, era l'unico che mi poteva vedere. E mi ha visto, col camice inondato del sangue di Vezzi, le forbici in pugno col nastro strappato. E mi ha spinto di nuovo dentro il camerino. Ha visto, ha capito. Vezzi ormai non aveva pi sangue, ma ancora rantolava. Allora Michele gli ha dato un pugno in faccia...
Ematoma troppo piccolo per una frattura, aveva detto il dottore; la vittima non aveva pi sangue...
- ... e mi ha detto di togliere il camice imbrattato. Poi ha avvolto le forbici nel camice, ha rotto lo specchio e ha sistemato Vezzi sulla sedia. Ha preso la scheggia pi appuntita e l'ha infilata nella ferita sul collo, fino in fondo, tenendola col camice sporco. Poi mi ha detto di aspettare li, chiudendo a chiave la porta. Ha preso dall'armadietto il cappotto, la sciarpa e il cappello di Vezzi e se li  messi. Poi ha preso il camice e le forbici e li ha messi sotto il cappotto. Ed  saltato gi dalla finestra.
Per far sparire ogni tua traccia dalla scena del delitto. Perch nessuno pensasse che potevi essere stata tu...
- Io ho aspettato col morto. Mi sembrava di sognare. Dopo un minuto, o forse un anno, ho sentito la voce bassa di Michele fuori la porta. Gli ho aperto, per farlo entrare.
Dopo che aveva incontrato don Pierino sulle scale, che lo aveva scambiato per Vezzi...
- Lui mi ha detto che aveva bisogno di cambiarsi le scarpe, che erano sporche di fango; altrimenti avrebbe lasciato le tracce sulla scena, dove tra poco doveva rientrare. Allora io mi sono svegliata: ho capito che dovevo
fare presto, che potevo salvare mio figlio dalla rovina. Stavolta lui mi ha aspettato in camerino e io sono andata al quarto piano. Ho detto che ero venuta direttamente dal convento della suora malata e ho chiesto a Maria di prestarmi il suo camice.
Di una misura troppo grande, me lo ricordo...
- Ho preso le scarpe e le ho portate gi. A noi sarte, nessuno ci nota quando andiamo avanti e indietro. Le tenevo sotto il camice, che era grande per me. Michele si  messo quelle pulite e mi ha dato le sporche e io sono tornata su a metterle a posto. Ci ha pensato lui, alle chiavi.
La porta chiusa, forzata da Lasio a calci...
- Poi, ho preso il costume e ho detto alla signora Lilla che era pronto. Avevo finito. Avevo fatto l'ultimo aggiusto, l'ultimo taglio.
L'ultimo taglio.

32.

Il vento correva per la Galleria, incessante. Adesso che Maddalena taceva, sembrava ancora pi forte. Il tempo pareva essersi fermato. La donna guardava nel vuoto e vedeva i suoi fantasmi; a mantenerla legata al presente, la mano posata sul ventre.
Ricciardi si mosse sulla sedia e attir la sua attenzione.
- Signorina, ascoltatemi bene. Il vostro destino, quello di Nespoli e soprattutto quello di vostro figlio sono legati per sempre. Non potete pensare di costruire la vita del bambino sulla menzogna e sulla punizione di un innocente.
Maddalena continuava a guardare nel vuoto.
- Conosco un avvocato, che mi deve un favore. Lo difender lui, Nespoli. Che se mantiene l'attuale versione, non ha speranze. Se invece la cambiasse, una speranza ci sarebbe.
La donna si riscosse.
- Una speranza? Per Michele? E quale?
- L'omicidio per fatto d'onore  punito col carcere, fino a un massimo di tre anni. Dovrete dire, ed  la mia condizione per lasciarvi libera, che Nespoli  intervenuto perch Vezzi ha tentato di usarvi violenza e voi avete chiamato aiuto.
- E io? Mio figlio?
- A voi non succeder proprio nulla. Siete una vittima. L'occultamento di prove ricadr su Nespoli e sulla sua stessa condanna. Dovrete dire che stavate per sposarvi e che lo avevate detto a Vezzi quando vi aveva fatto
le prime proposte che voi avevate fermamente rifiutato. Che non avete detto tutto subito per paura, perch siete in stato interessante, e il figlio  di Michele.
Maddalena sussult.
- Ma non  vero, io lo so!
- Credetemi, il bambino avr solo da guadagnarci. Del resto, non avete scelta. L'alternativa  il carcere.
La donna cal il capo, sotto il peso della situazione. Era vero: non aveva scelta.
- Capisco, commissa'. E giusto, cos dev'essere. Aspetter Michele. Ma crederanno, i giudici, a queste cose? Vezzi era uno importante e noi siamo povera gente. Che speranze abbiamo?
E all'improvviso, dagli occhi azzurri e limpidi cominciarono a scendere grosse lacrime.

Mentre costeggiava Palazzo Reale, lottando contro il forte vento che gli ostacolava il cammino, Ricciardi pensava alla fame e all'amore. Stavolta i due vecchi nemici si erano uniti, per perpetrare il loro delitto. Aveva lasciato Maddalena, fragile e sola, col fazzoletto a coprire i capelli biondi e l'assicurazione che l'indomani si sarebbe presentata, alla fine del lavoro, allo studio dell'avvocato: ci avrebbe pensato lui a informarlo degli eventi. E non le sarebbe costato nulla. Poi aveva deciso che la lunga giornata non era ancora finita.
Il cielo spazzato dal vento era limpido: luna e stelle illuminavano la via deserta, mentre le luci sospese al centro della strada ondeggiavano impetuose. L'amore. Una malattia talvolta mortale, ma necessaria. Forse non si pu vivere senza, pensava Ricciardi camminando controvento, le mani nelle tasche del soprabito. Da vicoli oscuri occhi lo guardavano, lo riconoscevano e decidevano che non era la preda opportuna per l'ultimo borseggio della giornata. Adesso era all'angolo di via Partenope, a sinistra le alte ondate del mare che si infrangevano sulla scogliera. E a destra i grandi alberghi.

Nella cucina della sua abitazione, Enrica aveva finito di rigovernare con la solita meticolosa attenzione. Aveva controllato gi diverse volte la finestra di fronte, con le tende chiuse. Provava un'angoscia che le stringeva il cuore: non sapeva perch. Si sentiva sola, abbandonata. Dove sei, stasera, amore mio?

Livia osservava l'ira del mare dalla finestra del terzo piano dell'hotel Excelsior. Fumava e pensava. L'indomani avrebbe lasciato la citt e avrebbe tentato di riprendere la propria vita; un'altra volta. Avrebbe trovato la forza? Guard di sfuggita la valigia, gi pronta. Cosa mi porto via, da qui? E cosa lascio in questa citt, col mare che urla nel vento?
Il pensiero non and ad Arnaldo, le sembrava di non averlo mai conosciuto. Rivide nel fumo due occhi verdi, febbrili. La loro fierezza, il loro disincanto. La solitudine e il bisogno d'amore in fondo all'anima. E il dolore: quell'immenso dolore. Perch non mi hai consentito di mettere riparo a quel dolore? Aspirando l'ultima boccata di fumo, fiss di nuovo il mare impazzito. Nella spuma delle onde che arrivava sulla strada, vide una figura che camminava controvento. La riconobbe. E il cuore le salt in gola.
All'accettazione dell'albergo il portiere non voleva avvertire la signora Vezzi. Quell'uomo spettinato e bagnato, con gli occhi verdi brucianti di febbre, gli faceva paura. Stava pensando di chiamare due fattorini per farsi aiutare a cacciarlo via, quando dall'ascensore usc, trafelata, la signora. Livia aveva gettato il soprabito sulla veste da camera, si era ravviata la folta, morbida chioma nera, aveva infilato le scarpe ed era scesa. Il cuore le martellava nelle orecchie, la bocca era asciutta.
Era venuto da lei.

Enrica si era seduta in poltrona e aveva preso la scatola del ricamo.
Un'altra occhiata alla finestra. Niente.
L'angoscia non le dava tregua. Aveva voglia di piangere.

Ricciardi guardava Livia, non era mai stata cos bella. Lo sguardo luminoso, le labbra piene distese in un sorriso. Le disse che le doveva parlare. Era importante.
Gli chiese dove voleva che parlassero; lui le rispose: - Camminiamo.
Fuori si ritrovarono in compagnia del vento e del mare. Le luci sospese al centro della strada dondolavano, illuminandone a tratti un lato o l'altro. Livia rabbrivid e si strinse al braccio di Ricciardi.
Lui cominci a parlare.
La verit non  quella che sembra, a volte. Anzi, non lo  quasi mai. E' un po' come la strana luce di questi lampioni, vedi, Livia: illumina ora qua, ora l. Mai, tutto insieme. Allora ci si deve immaginare quello che non si vede. Lo si deve intuire da una parola detta o non detta, un'orma, un'impronta. Una nota.
Quelli che fanno il mio mestiere sono capaci di vedere qualcosa che gli altri non vedono. E cos  andata stavolta, Livia. Non andava bene che uno come tuo marito fosse morto per un insulto, per una battuta. E infatti, non  morto per questo. Vuoi sapere, perch  morto tuo marito? E' morto per la fame e per l'amore. Ecco, perch  morto. Adesso ti racconto.
Livia sentiva la voce di Ricciardi, in mezzo a quella del vento e a quella del mare. Non aveva pi freddo. Percorreva strade oscure, mangiava immondizia nei portoni, in mezzo ai cani randagi e ai topi. Imparava a cucire da una suora vecchia. Voleva cantare, in un paese in montagna, in Calabria. Picchiava un vecchio professore di conservatorio. Sentiva le mani di un maledetto caprone di sarto addosso. Si faceva incantare da un tenore famoso e ricco. Portava di nuovo un suo figlio in grembo, che era ancora vivo, e non ancora nato. E di nuovo, tutto quel sangue.

La voce di Ricciardi cullava Livia, che non si accorgeva nemmeno delle proprie lacrime, le scorrevano sul viso insieme agli spruzzi del mare portati dal vento. Camminava, aggrappata al braccio forte e addolorato, e dal bavero rialzato del cappotto le arrivava tutto l'amore della sofferenza altrui.

- Capisci, Livia? Se non ci sar qualcuno, in tribunale, che dica chi era davvero Arnaldo Vezzi, sbatteranno questo ragazzo a Poggioreale e non lo faranno uscire pi. E la ragazza rimarr sola, perch in questa citt una donna povera e disonorata non se la piglia pi nessuno. E il bambino, sar carne per la malavita, nella migliore delle ipotesi: se non sar morto prima, sotto una carrozza o ammazzato dalle malattie.
Livia cammin ancora per qualche metro, poi disse al vento e al bavero del cappotto: - E io, che cosa dovrei fare? Lo capisci che io ora sono l'onorata vedova di un grande uomo? Diventerei una vile ingrata che sputa su uno che non pu pi difendersi.
- Pensa al bambino, Livia. Pensa alla possibilit che hai di dare a questo bambino una famiglia e una speranza di futuro. Se vuoi, se credi, pensa anche al tuo bambino, a quello che ti chiederebbe di fare, se fosse vivo.
La donna strinse forte il braccio a cui era aggrappata. Sospir nel vento che le scompigliava i capelli.
- E tu? Cosa c' per te? Non ce l'hai tu una speranza di futuro? Perch non mi di la tua speranza, la fai diventare anche mia?
Camminarono ancora, in silenzio. Si ritrovarono davanti all'ingresso dell'albergo. Il portiere, dietro la porta a vetri, li osservava perplesso.
Ricciardi si ferm e fiss Livia nel vento e nel mare.
- Non  il mio tempo, Livia. Non il mio spazio. Hai diritto a essere felice, hai diritto alla fortuna che non hai avuto. Sei bella, Livia, e giovane. Hai diritto; io non ancora.
Livia lo guardava, attraverso le gocce di mare e di pianto.
- D'accordo. Ci sar anch'io, in tribunale. Lo far, per il mio Carletto. E per te.
E rimase a guardarlo, nel vento e nel mare.

La donna che ricamava sent allentarsi in petto la morsa dell'ansia. Prima ancora di alzare un fuggevole sguardo dal disegno del ricamo, sapeva che le tende della finestra di fronte si erano aperte.
Continuando a ricamare, Enrica sorrise.

Incontro con Ricciardi
di Maurizio de Giovanni.

Lo aspetto a un tavolino d'angolo. Lo aspetto li perch so che non gli piace essere al centro della sala o dell'attenzione, e perch so che vuole avere la visuale libera sulla strada al di l della vetrata.
Non  esattamente il suo posto; di solito si siede nell'altro angolo, in penombra, in un cono male illuminato dalla luce sulla parete. Approfitto dei pochi minuti che mi separano dal suo arrivo per guardarmi intorno.
Le cose qui, al Caff Gambrinus in piazza Trieste e Trento, non sono cambiate. Forse, addirittura, le condizioni degli stucchi, delle decorazioni, delle tele sono migliorate nel mio tempo: il restauro accurato, discreto e profondo, ha riportato a galla il passato meglio di quello che ritrovo in questi primi giorni di primavera del 1931. Davanti ai miei occhi, i segni del fumo di mille sigari, delle candele, della cucina; e gli schienali delle sedie addossate al muro quando si privilegia la sala da ballo al ristorante o al t, a segnare le pareti e a marcare le cornici delle specchiere.
Per il resto, le risate, gli sguardi ammirati dei turisti, lo svolazzare dei camerieri in marsina con enormi vassoi in bilico sulle teste degli avventori che gremiscono l'ambiente sono pi o meno gli stessi, ora come allora. Un ora e un allora che si scambiano di posto nella mia mente, in questo viaggio nel tempo che ho fatto per incontrare Luigi Alfredo Ricciardi, commissario della squadra mobile presso la regia questura di Napoli.
Lo vedo arrivare come uno dei suoi fantasmi, al limite del campo visivo offerto dalla vetrina che d su via Chiaia, muovendosi svelto, a testa bassa, le mani nelle tasche del soprabito leggero, mentre passa in mezzo alle coppie che si tengono sottobraccio e annusano la prima aria leggera che sa di fiori e di mare.
Entra furtivo, dopo un attimo di esitazione mi riconosce e si avvicina; resta un momento in piedi vicino al tavolino, lancia un'occhiata verso l'angolo opposto, dove un uomo con baffetti e monocolo sussurra qualcosa a una signora piuttosto sovrappeso, che ride sguaiata.
Ricciardi si siede in modo da non vedere quell'angolo, come se non volesse essere riconosciuto. Decido di non chiedergli nulla al riguardo, nella consapevolezza che per mia fortuna non posso vedere tutto ci che vede lui.
Mi fa un cenno con la testa, come fosse un saluto. Annuisco, anche se vorrei essere pi affettuoso; in fondo, nessuno lo conosce come lo conosco io. Ma so che se esagero nella confidenza potrebbe chiudersi nei suoi silenzi popolati da ombre, e comincerebbe a rispondermi a monosillabi.
Si avvicina un cameriere, lo saluta con la deferenza un po' distante che si riserva a un cliente abituale ma non troppo simpatico. Il commissario ordina un caff e una sfogliatella. Ci avrei giurato.
- Ciao, Ricciardi, - lo accolgo. - Perdona il disturbo, sono solo quattro chiacchiere. Non voglio rubarti troppo tempo, perci ho aspettato che finissi l'indagine Vezzi.
Fa una smorfia che  la lontana cugina di un sorriso.
- E del resto, chi meglio di te per scegliere il momento giusto? Sei tu che sai quello che  successo prima e quello che succeder dopo, non io. Dimmi, cosa vuoi sapere?
Mi dispiace un po' per il sarcasmo, ma ha ragione.
- La citt. Potresti dirmi qualcosa della citt, per cominciare. Com', per te? Come ti ci ritrovi?
Guarda dalla vetrata. Passa un bambino di corsa, inseguito da una bambina pi piccola. I due ridono, e scompaiono dalla vista.
- La citt... Io, lo sai, sono di un paese di montagna, gi nel Cilento. Dalle mie parti ci si conosce tutti, e di tutti si conoscono le famiglie, pregi e difetti, soldi e povert. Qui, si aggira un mare di gente sconosciuta in perenne movimento. Centinaia di migliaia di isole in cui succedono cose o non succede niente, che percorrono traiettorie, incontrandosi,  scontrandosi e poi lasciandosi. La citt.
Rimane un attimo in silenzio, poi riprende.
- E non  soltanto la citt, per uno che viene da un paese. E questa citt, vedi, a essere diversa da tutte le altre. Sembra allegra, rumorosa, disordinata, e in parte lo ; ma sotto la superficie ribolle continuamente, i ricchi e i poveri, l'invidia, la gelosia, l'amore non corrisposto. Passioni che si infettano, che suppurano, che scoppiano e invadono le anime. Che portano al delitto.
Cerco di ricondurlo nel Cilento, per non perderlo nel silenzio.
- Ricordi qualcosa di tuo padre? E della tua infanzia, al tuo paese?
- Mio padre? E morto quando non avevo ancora quattro anni, lui ne aveva quarantatre. Era alto, mi torna l'immagine della sua mano ruvida sulla mia faccia, una mano grande, calda. E rideva, una bella risata fragorosa e contagiosa, cos mi hanno raccontato. Ben diverso dal sottoscritto, no? D'altra parte, chi riderebbe nella mia condizione? E la mia infanzia... ero il figlio del barone, non avevo molti amici. Passavo il tempo a giocare da solo, fantasticando scenari presi dalle favole che mi raccontavano Rosa e Mario, il fattore. Un bel tipo, Mario; ma  cambiato quando  tornato dalla guerra,  diventato triste. Chiss cosa ha visto, laggi.
Il cameriere dispone caff, acqua e piattino con la sfogliatella davanti al commissario, e se ne va. Ho l'impressione che abbia voluto trattenersi il meno possibile. Ricciardi sembra non farci caso.
- E mia madre mi leggeva pagine di libri, la sera. Avevamo un'intesa speciale, lei e io. Parlavamo poco e ci guardavamo molto. Rosa dice che io le assomiglio. Ma  morta, lo sai. Tanto tempo fa. Era pazza, forse. E forse ci assomigliamo anche in questo.
Cos, come se avesse detto: sta per piovere. Lo guardo rompere con le mani la sfogliatella e portarne un pezzo alla bocca. Mastica senza assaporare, inghiotte rapidamente.
- Tu credi in Dio, Ricciardi?
Beve un sorso d'acqua.
- Sono stato in collegio, dai preti. Messa, vespri, esercizi spirituali. Tante parole. Ma non ho elementi sufficienti per dire se ci sia o no un dio. Col tempo, e con questa professione, mi sono abituato a cercare le tracce: ogni cosa lascia una traccia. Io Dio finora non l'ho trovato, e non ne ho trovato le tracce.
Prima di riflettere, parlo; e mi accorgo troppo tardi dell'errore.
- Eppure, le tue visioni...
Mi guarda in faccia, direttamente, per la prima volta. Occhi verdi, di ghiaccio, che ti passano da parte a parte, senza espressione.
- Io non vedo l'aldil. Io non parlo coi morti, come uno di quei medium, come quelli che fanno sedute spiritiche e prendono soldi dai poveri disgraziati che non si rassegnano alla fine di una persona cara.
Cerco di riparare in qualche modo.
- Ma sono pur sempre morti, quelli che ti parlano. Non  cos?
Non mi toglie gli occhi dalla faccia. Il cameriere ci guarda di sfuggita ed esce dalla saletta.
- Io vedo il dolore. Vedo il rimpianto, la sofferenza. Sento l'eco dell'amore che scompare, gli artigli che si spezzano nell'ansia di trattenere l'ultimo lembo della vita che se ne va. Sento l'urlo che accompagna la caduta nell'abisso. Quello che sento  l'ultimo pezzo della vita, non il primo della morte. Dovresti saperlo.
Lo so, infatti. Ed  terribile vederselo sibilare in faccia.
- Perch lavori, Ricciardi? Sei ricco, nobile. Potresti sfuggire a questo destino, percorrere strade senza morti, piene di fiori e di bellezza. Nel tuo tempo quelli come te sono dei privilegiati, possono vivere fingendo di non conoscere nemmeno da lontano la sofferenza. Perch non hai scelto di vivere cos?
Ha ripreso a guardare fuori la vita che scorre.
- E a che sarebbe servito? Non avrei dovuto passeggiare per strada, n uscire di casa. Ti raggiungono, sai? Si presentano dove meno te lo aspetti, con il loro carico di sofferenza, a ricordarti che sono l fuori, a ogni angolo. L'unico modo  affrontarli, a viso aperto, per cercare di mettere le cose a posto. Per fare ordine, per contribuire a dare loro un po' di pace, nel posto dove sono andati. Ammesso e non concesso che siano andati da qualche parte, naturalmente.
Penso all'indagine che ha appena concluso. Vezzi, il suo talento, la prevaricazione, l'uso del suo potere che lo ha portato alla morte.
- E hai deciso di diventare quello che si dice un uomo al servizio della legge. Eppure non sempre la segui, la legge. Stavolta, per esempio, hai fatto a modo tuo. Credi che sia giusto? Tu non sei un giudice, sei un poliziotto.
Finisce la sfogliatella, pulendosi lo zucchero dalle labbra con due dita. Ogni tanto lancia uno sguardo verso il tavolino sul lato opposto, dal quale la coppia si  alzata e che adesso  libero.
- Non sono un giudice, no. E nemmeno avrei voluto esserlo. La legge  una cosa, la giustizia  un'altra. A seguire la legge si ignora qualcosa, e questo qualcosa sono i bambini. Ci hai mai pensato? Si giudica una persona per quanto ha fatto o non ha fatto. Ma non si pensa mai a ci che quella persona  per gli altri, alle sue relazioni, a quello che la punizione provocher agli innocenti. Una donna incinta, una madre, un padre: li si sbatte in galera, e per mangiare magari altri quattro o cinque diventano delinquenti. Hai fatto bene o hai fatto male? Non lo so. Uno come me  costretto a decidere in pochissimo tempo, e fa quello che ritiene giusto.
In strada passano quattro uomini che si tengono sottobraccio. Cantano e ridono. Hanno la camicia nera.
- E loro? Cosa ne pensi di questo governo? Ti piace l'aria di novit, la voglia di riorganizzare tutto?
Scuote il capo, e con il solito gesto della mano nervosa si libera la fronte dal ciuffo disordinato di capelli.
- Mi sembrano dei buffoni innocui. Bruno Modo, il medico legale, li ritiene pericolosi e non perde occasione di lanciarsi in lunghe tirate contro Mussolini e i suoi. Io invece penso che non incidano pi di tanto sulla vita
della gente. Chi ha fame ha ancora fame, chi non ne ha continuer a non averne. Forse, per capirne di pi, devi parlarne con lui, col dottore.
Annuisco; sar interessante parlarne con Modo, in una prossima occasione. Osservo Ricciardi, mentre getta un altro sguardo verso il tavolino vuoto. Sembrerebbe anche pi giovane della sua et, se non fosse per gli occhi: potrebbero avere cent'anni.
Gli chiedo d'impulso: - Hai mai pensato che non sia vero niente? Che sia solo frutto della tua immaginazione, tutto questo dolore che senti, i morti che parlano, i corpi straziati?
Resta zitto per un po', gli occhi perduti nel vuoto. Poi risponde.
- S, l'ho pensato. E lo penso ancora, qualche volta. Quando voglio rassicurarmi, quando non ce la faccio pi a sopportare. Mi piacerebbe che fosse solo un problema mio, il prodotto di una mente malata, e che la realt fosse invece sgombra. Mi piacerebbe che chi muore se ne andasse in silenzio, senza disturbare. Ma purtroppo ci che vedo trova riscontro; ci sono le prove, e io le conosco dopo. Vedo quello che  successo davvero. E tu lo sai, quanto ne farei a meno.
S, lo so. Io lo so.
E all'improvviso la saletta del Caff Gambrinus mi sembra troppo stretta e mi manca l'aria. Il tempo del mio viaggio sta per concludersi. I contorni delle cose sbiadiscono e perdono colore.
Come se avesse sentito i miei pensieri, Ricciardi si alza. Gli faccio un'ultima domanda.
- Secondo te come finir, Ricciardi? Quando e come finir, la tua storia?
Mi guarda, le mani in tasca, il bavero del soprabito alzato, la ciocca di capelli in mezzo alla fronte.
- E' la domanda che avrei dovuto farti io, non credi? Ma so che, proprio come lo ignoro io, lo ignori anche tu. E tutto sommato, nemmeno mi interessa.
Si gira per andarsene, ma c' un'altra cosa che deve dirmi. Lo fa di spalle, senza rivolgermi lo sguardo.
- Al tavolino di fronte. Seduto nell'angolo. E' venuto qua ad avvelenarsi, un paio di mesi fa, la fidanzata se n'era andata con un altro in America. Venivano qui a sognare il futuro, e adesso c' lui che sbava schiuma e continua a chiedere perch. Assurdo, no?
Guardo il tavolino e non vedo nessuno. E anche le spalle di Ricciardi perdono consistenza, come quando le cose diventano ricordi.
...
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...
FINE.